La frustrazione

Sono passati due mesi dal dannato scoglio e uno dall’intervento.

Cammino per casa come una anziana, il ginocchio ha una forma strana, è sempre un po’ dolorante e per ora se esco preferisco portarmi la mia stampella. Lunedì avrò una visita di controllo che mi dirà se questa convalescenza così lenta è normale o no.

Nel frattempo la vita è ripresa anche se la mia assomiglia molto a quella che avevo durante il lockdown, ovvero lavoro e mangio e dormo.

Sono ingrassata di un paio di chili, sono un po’ depressa ma soprattutto molto frustrata.

Dipendo dalla famiglia per un sacco di cose, soprattutto per andare e venire dalla biblioteca, per me strumento fondamentale per poter lavorare. 

Settimana scorsa mi ha salvata una amica, che mi ha accompagnata e ci siamo fatte quattro chiacchiere. Ma di solito mi ritrovo a supplicare qualche famigliare ad andare a prendere e a restituire i libri.

La mia famiglia ha un non so che di sadico che consiste nella parola “dopo”. Non mi dicono mai di no, ma mi rispondono sempre “va bene, ma dopo”, oppure “va bene, ci vado domani”, “va bene, ma adesso devo studiare”.

E così io mi ritrovo a rinnovare on line prestiti ormai scaduti, segnarmi su foglietti i libri che vorrei prendere, perché se ne possono prenotare solo cinque e se non li ritiri quelli rimangono lì, impedendoti di prenotarne altri.

Quando la frustrazione raggiunge le stelle mi metto a supplicare, offro mance. Ma niente. È sempre “dopo”, “quando torno”, “domani”. Se insisto troppo o mi si altera la voce, mi urlano “ti ho detto che ci vado, ma non adesso”.

Ecco. Io rivoglio solo la mia vita, rivoglio semplicemente ricominciare a guidare e andare in biblioteca quando cazzo voglio e quando cazzo ne ho bisogno.

Poi però il mio pensiero va a chi sta veramente male, a chi basterebbe alzarsi dal letto, a chi veramente dipende in tutto e per tutto da qualcun altro. E non riesco a immaginarmi la frustrazione. E ridimensiono la mia. 

Per cui adesso mi metto il cuore in pace, respiro lentamente, riprendo la calma. Uno qui in casa ha detto che ci va. Adesso però deve andare in bagno. Sono quasi le quattro. La biblioteca chiude alle sei.

Fingers crossed.

(Spero non legga questo mentre è sul water, altrimenti si offende e mi dice che non ci va più)

Di cose scoperte e di camomilla

Cose che ho scoperto nelle ultime settimane. In ogni nucleo familiare almeno una persona si è rotta il menisco o il crociato. Metà convivono con questo, metà sono stati operati. Chi è stato operato si è ripreso velocemente. Oppure non ricorda. Mi sembra di capire che sia un po’ come il parto: si dimentica. Però alla fine ho capito che l’unità di misura sono i mesi e non le settimane.

Alcuni dopo hanno abbandonato l’attività sportiva, altri l’hanno scoperta, soprattutto il nuoto e la bicicletta. Alcuni dopo anni sono dovuti ritornare dal chirurgo, altri convivono con ginocchiere e ceri accesi.

Tutti vanno fieri delle proprie lesioni. Ho scoperto che è qualcosa di cui non ci si vergogna, anzi, lo si sbandiera con abbastanza orgoglio e anche io, come potete constatare, mi sono adeguata al trend. Diciamo che fa un po’ figo.

Nessuno invece ti parla volentieri delle iniezioni di eparina ma poi scopri che tutti quelli che sono stati operati le hanno fatte. Quelle fanno meno figo. In pochi ti confessano i lividi che ogni tanto vengono. E l’impressione che fa bucarsi da soli la propria pancia.

Ecco, la mia pancia. Per la prima volta ringrazio il cielo di averla una pancia. E mi chiedo come facciano i magri. Cioè, se io avessi dovuto farle a vent’anni sarebbe stato un problema. E invece adesso eccola lì, bella, tonda, morbida morbida, che sembra fatta apposta per ficcarci dentro l’aghetto. Peccato che poi bruci un sacco.

Nei prossimi giorni mi toglieranno i punti e mi dovrò rimettere in piedi. Mi chiedo come sarà camminare senza stampelle. Per ora azzardo piccoli passi liberi in cucina appoggiandomi qua e là. Ogni volta che lo faccio sento un piccolo brivido: “reggerà?”

Intanto stasera le stampelle le ho dovute cedere. Dopo cena il terzo ha pensato bene di rompersi il mignolo del piede. Mentre scrivo mi è arrivato il messaggio dal consorte che lo ha portato al pronto soccorso. La lastra ha confermato quello che si era capito subito, vista la posizione innaturale che quel povero dito aveva assunto: il dito è rotto e ora glielo stanno raddrizzando. Il mio “bambino”, così maldestro e sconclusionato nei sui tredici anni racchiusi in un metro e ottanta di pazzia.

Va be, per ora di dormire non se ne parla. Aspetterò il ritorno dei due e poi ci faremo una camomilla.

Destra o sinistra?

Questa cosa di Pio e Amedeo contro i Ferragnez mi sta mandando fuori di testa. Un po’ come i pro vax e i novax, non si capisce più un cazzo. Bisognerebbe rievocare Gaber con un seduta spiritica e chiedere a lui: ma adesso, che cosa è di destra? E che cosa è di sinistra?

Pio e Amedeo si dipingono come voce del popolo, portavoce della gente. Oggi, fare questo, è di destra o di sinistra?

Pio e Amedeo sono stati lanciati e sostenuti da Maria Defilippi, sempre e incondizionatamente. Cioè, Pio e Amedeo piacciono a Maria, la fanno ridere. Ora, sappiamo bene che Maria cela sotto la sua aurea di signora della televisione italiana un’anima tamarra e trash ed è per questo che la si ama. Un po’ come succedeva per Raffaella Carrà, una tamarraggine molto intelligente che arriva alla gente, soprattutto quella chiamata “popolo”, quella più umile che ogni giorno fa più fatica, ma che da Maria oggi, e da Raffaella ieri, si sente capita e compresa. Maria è di destra o si sinistra?

Poi ci sono i Ferragnez, più tamarri, e forse meno intelligenti, o meno furbi perché convinti di esserlo, sono altrettanto amati (anche se forse in modo meno unanime) perché si mostrano per quello che sono e ti fanno pensare che nonostante tutti soldi e la vita nel lusso che conducono, in fondo non sono altro che due come te che hanno avuto il solo grande pregio di mettere a frutto i propri talenti, per quanto limitati fossero, e di imparare velocemente dai propri errori. Infatti, se nella storia dei Ferragnez c’è un prima e dopo non è stato il matrimonio ma la festa nel supermercato: uno scivolone enorme in seguito al quale hanno profondamente rivisto modi, priorità e soprattutto giro di amici. Tutto questo è di destra o di sinistra?

Ma torniamo a Pio e Amedeo: ricevono un premio per aver rivoluzionato il linguaggio in Tv e fanno un discorso aziendalista pazzesco pur non appartenendo a quella azienda. Il che manda già un po’ in confusione: essere rivoluzionari è di sinistra, essere aziendalisti è di destra. Poi se la prendono con Fedez, il che potrebbe essere di sinistra, ma ormai si è capito che prendersela con i Ferragnez è un modo facile per farsi pubblicità e far parlare di se su tutti i giornali online almeno per una settimana. Il che è di destra.

E torniamo alla canzone di Gaber. Chissà cosa scriverebbe oggi Gaber, come aggiornerebbe la sua canzone, perché a rileggerla oggi ci si accorge che non faceva altro che profetizzare tutto quello che sta accadendo oggi tra destra e sinistra, ovvero che una distinzione sulle cose concrete ormai non c’è più.

Potrei a questo punto in proposito passare alla questione provax e novax ma ve lo risparmio (o lo rinvio perché confesso che il tema mi affascina, ma bisogna trattarlo con delicatezza e adesso sono le quattro di notte e sto scrivendo solo perché non riesco a dormire perché non trovo una posizione in cui mettere sto ginocchio di merda in modo da non sentire dolore e non sono quindi molto lucida).

In conclusione, mi sorge un dubbio: ma quelli che leggendo quello che ho scritto non hanno capito una mazza perché non hanno la ben che minima idea di chi siano Pio e Amedeo, di cosa abbiano detto e di cosa sia successo con Fedez e la Ferragni, sono di destra o di sinistra?

Il cane gatto

In questa estate 2021 per me disastrosa che finalmente giunge al termine, quello che sicuramente se l’è goduta tutta è stato il cane. Quindici giorni in campagna con i suoceri, libero di scorazzare per il grande giardino in compagnia della cagnolina del cognato, coccolato e accudito con amore.

Ma anche per lui a fine agosto è giunto il momento di tornare a casa. E lì ha trovato me con le stampelle e quindi impossibilitata a portarlo a fare i nostri soliti giri interminabili.

Io non conosco la storia di questo cane, come abbia passato i suoi primi cinque anni di vita. Credo non sia stato maltrattato, è ben educato, e, a parte la fame di libertà e la voglia di correre verso l’infinito e oltre, è proprio un bravo cane.

Però ha cambiato molte case e padroni e secondo me un po’ di diffidenza ad affezionarsi gli è rimasta. Diciamo che con questo rientro a casa ha mostrato un aspetto del suo carattere nuovo, diciamo più utilitaristico, più “gattesco”. Lui mostra affetto a chi lo porta in giro e gli dà da mangiare qualcosa che non siano le sue crocchette.

Per farla breve… Lui, il cane che si finge morto, quello che, come uno stalker provetto, mi seguiva ogni volta che mi alzavo dalla sedia, quello che si accucciava davanti alla porta ogni volta che andavo in bagno, quello che dormiva sotto la mia scrivania, da quando ha capito che non posso più portarlo fuori, non mi considera più. Come un bravo gatto, ha capito che non posso essergli utile e così ora gira per la casa facendosi i fatti suoi, cercando nuovi posticini dove dormire e riservando le feste “canine” solo al consorte quando torna a casa, perché è lui che lo porta in giro mattina e sera ed è l’unico che si azzarda a lasciarlo libero nei prati della periferia milanese.

Durante il giorno il compito di portarlo fuori ormai ricade interamente sui ragazzi e da qualche giorno il pomeriggio lo portano dall’altra nonna, mia madre, quella che è cresciuta in campagna e che ha sempre avuto un rapporto, come dire, “campestre” con gli animali. Quella che non ha mai voluto animali in casa, quella che ha sempre avuto paura dei cani, memore dei cani randagi della sua infanzia, quella che non ha mai voluto gatti, perché nella sua esperienza personale i gatti erano quelli che servivano solo a tenere lontano i topi e che erano sempre alla ricerca di cibo. Tempo fa, mia madre era a casa mia quando la vicina di sotto si mise a urlare in modo particolarmente vivace contro il suo gatto e alla mia domanda “lo starà mica ammazzando?” mia madre mi rispose candida “no, tranquilla, ammazzare un gatto non è così semplice e inoltre farebbe dei versi ben riconoscibili”. Non ho mai voluto approfondire sul come lei facesse a saperlo, ma in effetti ricordo da bambina mia nonna che raccontava cosa succedeva dalle loro parti, sulle rive del Po, ai cuccioli dei gatti quando erano troppi…

Comunque, mia madre ieri mi ha chiamato per dirmi quanto bravo è il mio cane e che è contenta che i ragazzi glielo portino ogni tanto. Mia madre… contenta di avere un cane in giro per casa…

Io invece me ne sto qui con le mie stampelle in attesa che qualcuno decida del futuro del mio ginocchio. Non so quando riuscirò a ritornare per le vie del quartiere con il cane che si finge morto, ma spero solo che avvenga al più presto. Nel frattempo devo studiare un piano di corruzione di cane per ritrovare il mio ruolo di padrona e riconquistare il suo affetto. Perché la storia che “i cani ti amano incondizionatamente” mi sa che è una leggenda…

Una persona discreta

Io ammiro quelli che soffrono in silenzio, quelli discreti, quelli di cui non sai mai nulla. Quelli che ti raccontano tutto quando ormai il tutto è finito. Quelli di cui si parla a bassa voce: “hai saputo di Tizio?” “No, perché, cos’è successo? L’ho visto stamattina tutto sorridente e non mi ha detto niente…”

Ecco, io sono l’esatto contrario. Io sono un’incontinente verbale ed emozionale. Se sto male lo devono sapere tutti. Se soffro, io mi lamento con chiunque io incontri. Chiedo consigli, espongo, racconto, scendo nei dettagli anche se non richiesti. Quando la gente parla di me, mi immagino la scena: “hai saputo dell’Anna?” “Si, certo, lo ha scritto pure su Facebook….”

Io sono l’anti gossip perché dico già tutto e anche di più, a tutti.

Insomma, alla terza chat in cui racconto del mio ginocchio mi sono resa conto che sto esagerando.

Portate pazienza.

È che io e il dolore fisico non andiamo d’accordo. Sarà che mi sono fatta quello che di solito si fanno gli sportivi, ma io non sono una sportiva.

Ma alla fine ci pensa il consorte a rimettermi al posto giusto: “Anna, Baresi con il menisco rotto ha giocato una finale dei campionati del mondo”.

Ecco. Io non sono Baresi. Io ho un blog.

Requiem per la lavastoviglie

Si è rotta la lavastoviglie. Ovviamente mentre andava e prima di scaricare. Così ora abbiamo una lavastoviglie rotta piena di acqua sporca. La vecchietta di casa ha ceduto dopo ventidue anni. Ovviamente di chiamare un tecnico non se ne parla, sarebbe accanimento terapeutico. Nei prossimi giorni si andrà in un negozio, se ne sceglierà una nuova e via. Ma lei ci mancherà. Lei è sopravvissuta a quattro (o cinque? Ho perso il conto) lavatrici, tre frigoriferi, tre ferri da stiro, tre scaldabagni, due condizionatori, un forno. Era l’ultima rimasta funzionante della prima squadra di elettrodomestici entrata in casa nostra. Le eravamo affezionati, sapevamo cosa fare quando si bloccava, avevamo capito come le piaceva essere caricata, le volevamo bene anche se ormai la vaschetta del brillantante era rotta e se bisognava stare leggeri nel carrello superiore.

Ha scelto forse il giorno sbagliato per lasciarci, ma pazienza. Non c’è mai un giorno giusto per la lavastoviglie rotta…

Cronache di viaggio

Praticamente è andata così. Mesi fa abbiamo prenotato una nave per la Sicilia. Eravamo ottimisti, i contagi sarebbero scesi, la Sicilia sembrava un luogo sicuro, ad agosto sarebbe stato tutto a posto. Invece non è andata esattamente così, ma, seppur con qualche perplessità, alla fine la nave l’abbiamo preso lo stesso. 24 ore di nave, praticamente due giorni di viaggio e arriviamo a Palermo. Primo giorno di vacanza giro per Palermo. Quindi ci spostiamo a Custonaci. Secondo giorno a San Teodoro, vicino a Marsala. Posto pieno di gente, noi in pochi centimetri di spiaggia addossati a un muretto perché per accedere alla spiaggia oltre il muretto un simpatico personaggio del luogo con un gilet catarifrangente vietava il passaggio in nome di una “proprietà privata” non ben definita. Qualcuno passava, qualcuno no. Noi no. Così ce ne siamo stati sul moretto indietreggiando man mano che la marea saliva. Però il paesaggio era suggestivo: una distesa di acqua bassa che potevi attraversare con l’acqua sempre al massimo ad altezza ginocchio. Terzo giorno andiamo nella riserva naturale Monte Cofano. Mare bellissimo, ma scogli appuntiti. Troviamo però una caletta bellissima, per scendere bisogna fare un po’ di free climbing ma ci riusciamo. Faccio un bagnetto, mi sistemo sulla mia seggiolina, leggo un po’. I ragazzi riescono a calare la canoa e si fanno un giretto. Tornano, mangiamo e giunge il momento di issare la canoa su per gli scogli, fuori dalla caletta. Do anche il mio inutile contributo, fingendomi agile e piena di forza. Alla fine la canoa giunge in vetta e io faccio per tornare alla mia seggiolina. Ormai sentendomi parte della natura, donna di mare e di scoglio, accenno un saltello per scendere dal grosso masso su cui ero e… il mio ginocchio non ce la fa a reggermi l’illusione e cede miseramente, ricordandomi che sono una donna di città, sulla cinquantina e un po’ sovrappeso.

Quando sono riuscita a ricominciare a respirare e mi è tornata la vista ero seduta su uno scoglio incapace di muoverlo ‘sto benedetto ginocchio.

Ho ripreso fiato, mi sono trascinata alla mia seggiolina e guardando il mare ho avuto la certezza che quella sarebbe stata l’ultima spiaggia siciliana per quest’estate.

Piangendo e imprecando come uno scaricatore di porto, non so bene come sono riuscita ad uscire dalla caletta. Il consorte mi ha riportato a casa ed è andato a comprarmi le stampelle.

Dopo un consulto con amici medici e non, un giro in internet su siti di fisioterapisti più o meno folcloristici, decido di non andare al pronto soccorso: siamo in una zona con molti comuni con un altissimo numero di casi covid e non mi sembra il caso di intasare il pronto soccorso con il mio ginocchio.

Così il quarto giorno lo passo a letto con il ghiaccio e mi imbottisco di oki.

Il quinto giorno cambiamo casa, come era già previsto, e ci spostiamo a Sciacca. Passiamo dal Belice, vediamo il Cretto di Burri e rimango affascinata. La casa che ci accoglie è bellissima e so che sarà lei lo sfondo del resto delle mie vacanze.

I due giorni seguenti li passo da matrona: mi sposto solo tra la cucina e la mia stanza, ma dalla porta vedo in lontananza il mare, i fichi d’india e in fondo sono felice. Poi oggi il programma prevedeva la valle dei templi e mi scocciava perdermi anche questo. Così smanettiamo e riusciamo a prenotare una sedia a rotelle fornito dal sito. Quindi si va!

Arriviamo e scopriamo che la sedia è rotta. Ci dicono però che possiamo entrare in macchina. E così eccomi qui: nella valle dei templi di Agrigento, in furgone. La gente è tanta e ci guarda male. È un po’ imbarazzante così sposto le stampelle in bella vista. Peccato non aver avuto la sedia a rotelle, perché tutto il percorso poi mi hanno detto era super accessibile per le carrozzine, ma va bene così.

Adesso mi rimangono alcuni giorni di vacanza. Sto prendendo appuntamenti medici per il mio rientro, il mio ginocchio di sera assomiglia a una melanzana, il male va e viene ma ho una certezza: la Sicilia è bellissima e mi toccherà tornarci.

(Nella foto la caletta dove ho lasciato il mio ginocchio)

Bip bip bip bip

7 agosto 2021, ore 21.00, il bip bip bip bip continua incessantemente ormai da una settimana.

Il resto della famiglia dice ci faccio caso solo io, il che rende il tutto ancora più esasperante e la mia pazzia sempre più concreta.

Ormai nel mio cervello la sceneggiatura è quasi pronta.

Peccato non essere Kubrick, ne uscirebbe un bel film…

BIP-BIP-BIP-BIP

Qualcuno nel palazzo di fronte al mio è partito per le vacanze lasciando qualcosa di acceso o in stand-by. Fatto sta che sono tre giorni che ogni 5 secondi si sente BIP-BIP-BIP-BIP. Quattro BIP in lontananza ogni 5 secondi. Non sono forti ma si sentono, continui, inesorabili, giorno e notte. 

Se mi muovo per casa non ci faccio caso, ma mentre lavoro e mi scervello su una bozza particolarmente ostica, quel BIP-BIP-BIP-BIP mi entra nel cervello.

Potrei mettere della musica di sottofondo, ma sono anziana e non riesco più a lavorare con la musica come facevo quando ero sgarzolina

Comincio a fare pensieri da serial killer e mi ritrovo nelle parole di Ammaniti nell’introduzione de “il momento è delicato”, dove spiega, se ricordo bene, come il suo cervello cominci a viaggiare dopo aver visto una scena per strada, o delle persone particolari. E come questo viaggio lo conduca spesso verso storie splatter e macabre.

Ecco, questo BIP-BIP-BIP-BIP su di me ha lo stesso effetto. 

Osservo il condomino di fronte cercando di capire da quale finestra provenga, cosa ci possa essere oltre quelle tapparelle abbassate. E poi, quando comincio a farci troppo caso e il BIP-BIP-BIP-BIP entra nel mio cervello, mi immagino di uscire sul balcone e urlare “ma che cazzoooo!!!!”, un po’ come fa la mia vicina quando di notte insulta il suo gatto urlando perché andando sul balcone ha fatto partire l’allarme.

Cerco di riportare i miei neuroni sulle bozze ma dopo cinque secondi esatti, rieccolo: BIP-BIP-BIP-BIP.

E allora mi immagino di tagliarmi i capelli come Robert De Niro in “Taxi driver”, impugnare un fucile come Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”, scendere le scale, entrare nel condominio di fronte, sfondare tutte le porte fino a trovare il famelico BIP-BIP-BIP-BIP e distruggerlo con una scarica di mitra.

BIP-BIP-BIP-BIP

uno, due, tre, quattro, cinque

BIP-BIP-BIP-BIP

uno, due, tre, quattro, cinque

BIP-BIP-BIP-BIP

Lui beffardo se ne fotte e va avanti imperterrito. Adesso il BIP-BIP-BIP-BIP sembra quasi ridanciano. Mi prende pure per il culo, il bastardo…

Torno alle mie bozze.

Tra poco porto fuori il cane.

4 agosto 2021. 

Ho bisogno di vacanza.

Buona festa della mamma

Vorrei che la festa della mamma fosse celebrata in modo diverso.

Se è vero che fare figli è un modo per guardare al futuro, bisogna cominciare a sentirsi tutti responsabili di questi benedetti figli. Non solo le madri.

I figli appartengono a tutti, nel senso che tutti ne siamo responsabili perché sono coloro che ci accudiranno, che andranno avanti dopo di noi.

Perché far ricadere sempre tutto solo sulle madri? Alcune madri sono fantastiche, ma altre sono pessime. Come tutti. Non è solo con i nidi, i sussidi, gli “aiuti” economici che si aiutano le madri, ma condividendo la loro responsabilità, non lasciandole sole ad ascoltare Iva Zanicchi che canta Mamma tutto

Sono “madri” gli insegnanti, gli educatori, gli allenatori, i politici, i negozianti, i medici, i cantanti, gli scrittori, gli ingegneri. Tutti sono responsabili di quello che diventeranno i nostri figli.

E quindi basta con questa retorica della madre santa, eroina votata al sacrificio. Le madri sono semplicemente donne. La festa della mamma dovrebbe essere la festa di tutti coloro che si impegnano a far sì che i bambini crescano liberi, forti, consapevoli, empatici, altruisti, con la mente aperta.

Non sempre sono le madri quelle che asciugano i pianti, quelle che cucinano, quelle che incoraggiano, quelle che accolgono. Capita qualche volta che siano proprio loro quelle che umiliano, limitano, trascurano, non capiscono. Oppure semplicemente vorrebbero essere Mamma tutto, ma proprio non ce la fanno.

Quindi buona festa della mamma a tutti!