Due ombrelloni Algida

Oggi la situa era questa: affollato ma dignitoso. Poi sono arrivati loro: due ombrelloni algida, una borsa frigo anni novanta, un accento campano, un materassino viola, una macchina fotografica e sette giovani esseri umani. Hanno sistemato più o meno ombrelloni e asciugamani, hanno discusso per i panini, hanno condiviso il materassino viola, si sono fatti le foto. Andavano e venivano dai bagni in mare. Sette ragazzi tutti diversi fisicamente: uno grosso, uno magrolino, uno chiaro chiaro, l’altro scuro scuro, uno bassino, uno con i capelli rossi, uno con la macchina fotografica al collo. Avessi compreso tutto quello che dicevano, sarebbe stato più divertente. E avrei saputo di più sulle loro vite. Non c’erano ragazze con loro: età stupida quella in cui l’apparenza, la sicurezza di se e il rientrare in certo canoni apre più facilmente i cuori del gentil sesso. Alla fine mi sono pentita di averli guardati malissimo al loro arrivo, quando mi sono resa conto che si stavano accampando proprio intorno alla nostra postazione e un po’ troppo vicino secondo il mio concetto di “spazio vitale”. Loro però non hanno fatto una piega: troppo presi dal godersi il mare, forse non si sono nemmeno accorti della mia presenza. Non hanno mai alzato la voce, non sono mai stati molesti. Avevano un non so che di malinconico, che cozzava con gli altri bagnanti, in gran parte coppiette sbaciucchiose abbronzate e tatuate. Quando siamo andati via loro erano ancora la. Quello chiaro chiaro stava all’ombra perché nel frattempo era diventato rosso rosso. Spero abbiano una vita felice.

La spiaggia di oggi.

Ma l’anno prossimo…

Mentre bevo il vino che ci hanno regalato, guardo le stelle. Se non ci fosse un bel albero di pere davanti a me, laggiù in fondo, tra le colline, potrei vedere il mare. Domani riprenderemo il nostro viaggio verso sud. Un viaggio strano, fatto di controlli della temperatura prima di entrare al museo, prima di entrare in pizzeria, di igienizzanti distribuiti un po’ ovunque, di mascherine indossate e tolte frequentemente, di continuo calcolo mentale delle distanze “sarò troppo vicina” “qui c’è troppa gente?” “Ci spostiamo più in là?” “I tavoli della pizzeria sono abbastanza distanti?”

Che estate strana. In questo paesino sperduto un bambino piange e fa i capricci, la madre urla più forte di lui. Io non riesco a dormire. Domani ripartiamo. I ragazzi viaggiano con noi ma continuano a ripeterci che questa è l’ultima volta. È un continuo “ma l’anno prossimo…” Intanto però siamo qui. Quando abbiamo capito che forse non era il caso di andare all’estero, ci siamo detti: andiamo a vedere posti in Italia che non abbiamo mai visto. O quest’anno o mai più. E siamo partiti puntando verso sud. Le spiagge sono affollate di gente che forse come noi ha rinunciato alla Grecia. O forse queste spiagge sono sempre così. I musei e i luoghi di interesse artistico invece sono più che vivibili e sono bellissimi, con poche code nonostante gli ingressi scaglionati.

O forse sono sempre così.

Domani riprendiamo il viaggio. Con un occhio a quello che sta succedendo, con la consapevolezza che se butta male si gira la macchina e si torna a casa, cerchiamo di goderci le nostre brevi vacanze. Perché sarà un inverno lungo.

Ma l’anno prossimo…

Cinquanta

Alla fine li ho compiuti. I cinquanta, intendo.

Ed è andata come volevo. Niente feste, ma tanti auguri. Qualcuno mi ha scritto come avrebbe festeggiato pensando a me e sono stata felice.

Un’amica, ignara che fosse il mio compleanno, mi ha portato fuori a bere un aperitivo. Ce la siamo chiacchierata in un cortiletto di un localino con pareti di plexiglas tra un tavolo e l’altro. La mamma mi ha preparato gnocchi, vitello tonnato e zuppa inglese.

Il giorno dopo la signora che mi pulisce casa mi ha portato una vagonata di spaghetti di soya e riso fatti alla filippina.

La mia famiglia mi ha regalato i biglietti per un concerto il 17 giugno 2021 regalandomi così una prospettiva verso un futuro roseo. Alcune amiche mi hanno comunicato che a settembre mi porteranno via per un we: hanno pensato a cosa gli sarebbe piaciuto fare pensando a me e alla fine hanno deciso di invitarmi! 🙂

Mio fratello mi ha fatto recapitare un mazzo di 50 rose: non avendo un vaso abbastanza grande, le ho suddivise in due vasi, uno con 30 e l’altro con 20.

Ed è stato proprio guardando questi due vasi che ho fatto la pace con questi dannati 50. Li ho guardati da un’altra ottica e ho capito perché non me li sento.

La questione è questa: quando ero bambina pensavo che quando nel 2000 avrei compiuto 30 anni, sarei stata vecchia. E invece a 30 mi sentivo come una ragazzina che ha appena conquistato la propria libertà. Una casa tutta mia, un viaggio in Africa, viaggi in moto. Negli anni successivi l’arrivo dei figli e una vita così piena e così intensa non mi hanno lasciato il tempo nemmeno per fermarmi a pensare che forse ero un po’ stanchina. Tra i 30 e i 40 la mia vita si è rivoluzionata più volte: io, artefice del mio futuro, mi sentivo fortissima.

Poi nel 2010 tutto è crollato. Non ho avuto il tempo, la forza e la lucidità mentale di soffermarmi sul fatto che stessi compiendo 40 anni: troppe cose erano successe nei mesi precedenti e il più bel regalo fu la scoperta degli ansiolitici.

I dieci anni successivi sono rotolati via veloci tra alti e bassi. Non più ingenua, ma nemmeno “vecchia”, ho corso ma mi sono goduta il paesaggio. Gli ansiolitici sono per lo più rimasti sul comodino, ma sono stati pronti a intervenire nel momento del bisogno.

E arriviamo a oggi. In questo 2020 folle e disperato. E io non ci posso credere che da un paio di giorni se mi chiedono quanti anni ho, devo rispondere 50.

Perché io mi sento tanti altri numeri: io sono 23 quando guardo il consorte, io sono 35 quando sono al lavoro, io sono 17 quando spettegolo con le amiche, 16 quando ascolto canzoni strappalacrime, sono 12 quando mi arrabbio e mi offendo, sono 5 quando ho davanti una torta al cioccolato, sono 85 quando penso a tutte le persone che ho incontrato sulla mia strada, quelle a cui ho voluto bene, quelle che ho perso, quelle che ho scoperto, quelle che mi hanno voluto bene, quelle che mi hanno ferito e quelle che ho ferito.

Quindi tanti auguri a me, a questo numero che in fondo non significa niente e allo stesso tempo significa tutto.

Mi guardo allo specchio e appena sopraggiunge lo sconforto difronte al decadimento che vedo riflesso e che nasconde quello che io fui a vent’anni, la saggezza dei 50 corre in mio soccorso: “Goditeli Anna, perché tra dieci anni sarai messa peggio”.

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Sigla

Il mio film inizia così.

Primissimo piano su un piede e sulla sbucciatura causata evidentemente dai sandali, che sono gettati sul pavimento e si intravedono. Il primissimo piano si sposta sul viso e indugia su alcuni dettagli: le rughe d’espressione, i pori dilatati, le sopracciglia non fatte a regola d’arte, un occhio chiaramente non truccato, le labbra sottili che si morde.

Ha un orecchino nella parte alta dell’orecchio: non è un vero piercing, e infatti lei se lo toglie con gesto stizzito.

Si alza. L’inquadratura è sempre un primissimo piano sul piede sanguinante che cammina sul parquet. Entrata in bagno. Il dettaglio inquadrato ora sono le mani che aprono una scatola sotto il lavandino: ci sono dentro medicinali alla rinfusa. Le mani cercano creando ulteriore disordine nella scatola. Si soffermano su una scatoletta: è un prodotto per le verruche scaduto nel 2012. Lo guarda, ci pensa un attimo e lo rimette nella scatola. Il primissimo piano delle mani mostra due braccialetti etnici (che nascondono solo in parte una ciste tendinea sul polso) e due anelli nell’anulare sinistra: un anello chiaramente antico, di quelli tipici ereditati dalle nonne, e una fedina blu con brillantino.

Finalmente li trova. I cerotti. Si siede sul water, ne scarta uno e se lo mette a coprire la lesione sul retro del tallone.

“Fanculo”

Si alza. Si guarda allo specchio.

Adesso l’inquadratura mostra tutto il viso in primo piano: cinquantenne, non bellissima, non truccata, con un disperato bisogno di un parrucchiere. Lei si osserva con aria sconsolata. Si fa delle facce. Sorride. Aggrotta la fronte. Si osserva i denti.

“Fanculo”

Adesso sul sottofondo si sentono delle grida provenienti da qualche parte nel condominio: sembrano ragazzi che giocano ai videogiochi o che guardano una partita. Lei chiude gli occhi e conta fino a tre. Al tre si sente un’atra voce, questa volta una voce maschile, di anziano, che urla “Aalloraaaa! Baaaasta! Maleducati”. Lei, contemporaneamente, a occhi chiusi, pronuncia le stesse parole facendone il playback.

Riapre gli occhi, si riguarda allo specchio con aria sconsolata.

“Fanculo”

Sul sottofondo continuano gli schiamazzi e le urla del vicino, ma vanno dissolvendosi lentamente. Lei torna nella sua stanza. Ci sono i sandali gettati sul pavimento, sul letto ci sono dei libri, una borsa e dei plichi di fogli: sembrano bozze. Si siede a una scrivania verde, davanti ha un computer Mac: il video è grande e si intravedono pagine di lavoro. Sembrano libri di scuola, testi per ragazzi e bambini.

La stanza ha le tapparelle abbassate, è chiaramente estate e fa caldo.

Scrive per qualche secondo, poi cancella.

Poi riscrive. Poi si prende la testa tra le mani e, in preda a un attacco di nervoso, emette un verso.

“Fanculo”

Si alza. Va in cucina, apre il frigorifero. È praticamente vuoto. L’inquadratura si sofferma su dei budini al cioccolato. Lei li osserva, ci pensa… ma poi prende un contenitore di vetro con dentro un liquido giallo. Lei lo guarda con disappunto, come se fosse uno di quei contenitore per l’esame delle urine. Trova un bicchiere sul lavandino, se ne versa un po’: “se ha il colore della piscia farà pisciare?”.

Torna in bagno. Si siede sul water, stavolta per fare pipì. Mentre è seduta, tira fuori la bilancia che è difronte a lei. Si alza, si sistema, tira l’acqua, si pesa.

75 chili.

“Fanculo”

Torna alla scrivania. Riprende a scrivere qualcosa. Cancella. Riscrive. Copia. Incolla.
Primissimo piano sulla tastiera Mac: è un continuo di melaX, melaV, melaZ…

Altra crisi di nervoso.

“Fanculo”.

Primo piano sulla barra dei programmi alpiede dello schermo del computer. Il cursore si muove avanti e indietro e alla fine clicca su Safari.

Si apre la schermata e lei va su Facebook. Scorre qualche notizia, si sofferma su qualche foto. Legge qualcosa annoiata, poi chiude.

“Fanculo”

Riclicca sulla barra in alto di Safari e appare la tendina con i siti maggiormente frequentati.

Il primissimo piano si sofferma sull’icona di Netflix. Ci clicca sopra. E appare.

Il film suggerito è “The f**k-it list”.

Sigla.

 

Preparativi

“Che cosa vuoi per il tuo compleanno?” Inizia luglio e puntuale arriva “la domanda”.

E quest’anno è peggio: “è un numero tondo, fai le tue richieste!”

Ecco, come ben sa chi mi conosce, non amo i festeggiamenti, non sono brava con i regali (ne a farli ne a riceverli), non sono brava a organizzare feste, non amo le sorprese.

In fondo io per il mio compleanno vorrei vent’anni di meno, dieci chili di meno, i capelli castani naturale, essere una scrittrice, saper camminare sui tacchi, sapermi truccare, profumare sempre, essere simpatica a tutti. Ma temo non si possa fare.

Quindi, vorrei dirvi: non preoccupatevi, sono felice lo stesso. Poi quest’anno non avrebbe senso: non ci si può abbracciare, non ci si può baciare, non si possono fare feste e assembramenti. Quindi, sereni e liberi tutti.

Fate così: se pensavate di farmi un regalo, spendeteli per voi stessi. Fatevi un regalo, una cosa che desideravate ma a cui poi avete deciso di rinunciare. Un libro, un paio di orecchini, un massaggio, una cena in un bel ristorante, un abbonamento a una rivista, una maglietta, un bonifico a qualche associazione. Il regalo sarà che quando lo comprate pensiate a me e che lo usiate o lo indossiate il giorno del mio compleanno. In questo modo so che mi penserete ovunque voi sarete. E che per un attimo sarete felici a causa mia.

Avete 25 giorni per organizzarvi.

(Quindi Gio, anche se è vero che in un momento di delirio sono stata io a chiedertelo, se sei sempre dell’idea di regalarmi l’aspirapolvere nuovo, puoi comprarlo e il 29 luglio puoi pulire tutta la casa.)

Appunti da Milano – fase 2

Le cose belle della quarantena:

I bambini che giocano, urlano e ridono in cortile.

Imparare a fare la focaccia buona.

Mangiare pranzo e cena insieme.

Chiacchierare sul lettone.

Scoprire nuove serie.

Scoprire nuove canzoni.

Scoprire nuovi aspetti delle persone

Piangere davanti a un film, ma anche davanti a una pubblicità, ascoltando una canzone.

Ridere.

Dormire.

Raccogliere confidenze.

Non dover portare nessuno da nessuna parte e non doverlo andare a riprendere.

Le cose bellissime che mi sono mancate:

Viaggiare

Le passeggiate in montagna

Il mare

Gli aperitivi

Cappuccio e brioches

Gli abbracci

La casa in ordine

Andare dove si vuole, come si vuole, quando si vuole

La spesa al supermercato

Le amiche

La libertà

Le cose che ho pensato durante la quarantena:

Odio tutti

Tutti mi odiano

2002 -2020

Questa non è stata la prima reclusione della mia vita.

Il 23 gennaio del 2002 mi recai all’ospedale Macedonio Melloni per fare un’ecografia. Ero incinta di cinque mesi e trepidante mi accingevo a quella che viene chiamata “eco morfologica”, praticamente l’eco con cui si controlla che il bambino che hai in pancia abbia tutti i pezzi al posto giusto.

Il bambino, o meglio, la bambina stava benissimo. Anche troppo: si era già messa in posizione pronta per nascere. La ginecologa mi guardò, mi fece qualche domanda sul mio lavoro, sulla mia casa e poi pronunciò la sentenza: “riposo”. Mi fece compilare un po’ fogli, mi diede il numero del medico del lavoro a cui rivolgermi e in sintesi mi disse: “da qui fino a fine maggio devi evitare situazioni stressanti, non fare sforzi e non fare scale. Visto che abiti al terzo piano senza ascensore, te ne stai tranquilla in casa ed esci solo per venire a fare le visite di controllo: niente lavoro, niente uscite per la spesa, niente passeggiate. E visto che così il rischio di ingrassare troppo è alto, eccoti una dieta da 1400 calorie al giorno”.

Uscii dall’ambulatorio felice come una Pasqua: di tutto quello che mi era stato detto io avevo capito solo che la bimba stava bene, che la gravidanza procedeva bene, ma soprattutto che mi mettevano a casa dal lavoro per gravidanza a rischio. Il 23 gennaio. Con il lavoro che facevo all’epoca significava mollare tutto nel pieno del delirio lavorativo, degli orari assurdi e dell’ansia. Il giorno dopo andai in ufficio a comunicare la notizia, a prendere le mie cose e a fare un passaggio di consegne. Chiusi il computer e me ne tornai a casa. Il primo giorno di maternità ricevetti 14 telefonate dall’ufficio, ricordo che le contai, praticamente una ogni mezzora. I giorni successivi via via diminuirono e ben presto mi adattai alla mia nuova vita e loro ad avermi persa.

Stavo benissimo: mia madre passava ogni giorno per darmi una mano, anche se oggi mi chiedo che cosa mai ci fosse da fare in casa visto che vivevamo in due e uno era tutto il girono in ufficio. Eh, bei tempi… la casa praticamente si puliva da sola, nessuno metteva in disordine o comunque era responsabile delle proprie azioni.

Mi feci serenamente tutto febbraio e tutto marzo a casa uscendo solo due volte per le visite di controllo e gli esami del sangue. Poi, con l’arrivo di aprile e della primavera, sentii il richiamo del sole. Complice le festività di Pasqua, accettai di andare a pranzo da alcuni amici: se potevo andare in clinica, pensai, potevo anche andare in casa di altri, non c’era differenza. Sulla via del ritorno però vidi un gande magazzino, uno di quelli che vendono vernici e arredi e, sentendomi benissimo, proposi al consorte di fermarci per comprare una tappezzeria per quella che sarebbe stata la stanza della bimba ma che al momento era ancora un magazzino di scatoloni e altri oggetti che attendevano di finire o in cantina o in discarica.

Ci mettemmo molto poco, sapevamo quello che volevamo, lo scegliemmo in fretta e risalimmo in macchina.

Tempo qualche ora e ovviamente mi partirono le contrazioni.

Al pronto soccorso per fortuna riuscirono a bloccare il travaglio con una bella flebo, mi ricoverarono e dopo una settimana di situazione stazionaria mi dimisero. Questa volta però mi dissero che il riposo doveva essere “assoluto”, cioè “a letto”. Mi dissero che era importante finire almeno l’ottavo mese, il che significava stare a letto come minimo un mese, almeno fino al 6 maggio.

Uscii contenta e ottimista: la bambina stava bene, io potevo farmi servire e riverire, guardare tutta la tv che volevo (all’epoca non c’erano ancora i social network, io non avevo nemmeno il cellulare), leggere e giocare al computer.

Poi, la notte tra il 3 e il 4 maggio, mi si ruppero le acque e alle 5 di mattina del 4 maggio la bambina nacque bella, sana e rompiballe già da allora.

Il 4 maggio. 4 maggio 2002, 4 maggio 2020.

Adesso, come 18 anni fa, mi ritrovo ad attendere con ansia il giorno in cui finalmente succederà qualcosa che non sarà di certo un ritorno alla vita di prima ma un salto nel buio pieno di incertezze.

Guardo questi numeri e mi viene da ridere. 2002-2020.

Lo spirito con cui ho vissuto queste due reclusioni è stato uno l’opposto dell’altro: tanto è stato spensierato, ottimista e un po’ incosciente (ma a dieta) il primo, quanto ansioso, claustrofobico e pessimista (ma all’ingrasso) il secondo. Le ragioni di queste due differenze sono ovviamente chiare a tutti ma mi fanno pensare come una stessa identica condizione possa essere percepita e possa cambiare di significato in base alla situazione in cui è inserita.

E mentre ragiono di tutto ciò, un solo pensiero mi dà sollievo: nel 2200 a essere rinchiusa in casa ci sarà qualcun’altra…

Vorrei solo uscire a comprarmi un gelato

Volete la verità? Eccola: io non ne posso più!

I ragazzi, gli anziani, i bambini… Ecco, io oggi penso solo a me e non ne posso più.

Ho la claustrofobia, l’ansia e la depressione.

Sono preoccupata per il mio lavoro, che già negli ultimi anni stava andando un po’ a schifio ma con questo credo che avrò la botta finale.

Quest’estate compio cinquant’anni e già di per se non è esaltante, ma adesso è proprio devastante.

Mi dicono che i ragazzi soffrono, che gli anziani soffrono, che i bambini soffrono. Sappiatelo: anche le quasi cinquantenni soffrono. Soprattutto quelle con un senso del dovere eccessivo come me. Mi hanno detto stai a casa? Ecco, io ci sto veramente. Non riesco a trasgredire, è più forte di me. Non ho nessuna scusa per uscire. Ormai anche la mia mamma si arrangia, perché mi hanno fatto terrore con le possibili multe. Ma fare la spesa e portare le medicine alla propria mamma è un buon motivo per uscire? Non si sa. Da quello che ho capito sta nel buon cuore del vigile o del carabiniere che ti ferma. E io con il buoncuore di vigili e carabinieri sono sempre stata un po’ sfortunata e visto che non posso permettermi 500 euro di multa e che per andare da lei la possibilità di un posto di blocco è alta, le ho detto “fai la spesa online e chiama i ragazzi volontari del quartiere per le medicine”. Ogni spesa on line per lei è un’arrampicata sull’Everest, ma ce l’ha fatta già due volte. Insomma, si arrangia.

Io no.

È che mi sento inutile.

Volete la verità: io avevo due lussi nella mia vita, due soli cazzuti lussi. Il primo non lo dico perché è un segreto e questo un luogo pubblico, ma tanto ormai è un antico ricordo. Il secondo lusso era una signora che mi puliva casa in teoria due volte a settimana, in pratica quando e quanto voleva lei. Ma il lusso consisteva proprio in questo: non me ne fregava niente di quando e quanto venisse, mi bastava che ci fosse. Lei era l’unica che si prendeva cura di me pulendo i bagni al posto mio, passando l’aspirapolvere al posto mio e rendendo la mia casa almeno vivibile. Era l’unica che non mi chiedeva che cosa dovesse fare, ma lo faceva e basta. Il lusso era pagarla a fine mese senza verificare quante ore avesse fatto realmente, ma avendo l’illusione che lei avesse tutta la situazione sotto controllo. Lei mi diceva quando finivano i detersivi, quando cambiare le lenzuola, ma soprattutto, mi regalava una casa in ordine per un’ora due volte alla settimana. Poi tornavano a casa tutti e la magia svaniva. Ma io l’avevo vista, la magia.

Ecco, adesso siamo sempre a casa tutti e lei non c’è. La magia adesso dura solo qualche secondo e tocca farla a me o infilarmi in discussioni per ottenere il minimo sindacale o, nel migliore dei casi, mettermi i panni del generale e dare ordini e compiti. Vi dico un altro segreto: io odio avere la situazione sotto controllo, odio dare ordini. Io credo nel buoncuore della gente, nella loro capacità di comprendere autonomamente quello che c’è bisogno di fare e che lo facciano.

Capite bene che per una persona come me questo è proprio un periodaccio…

Io invidio le donne e gli uomini di carattere, quelle e quelli che in questi giorni hanno svuotato e pulito armadi, tapparelle, anfratti e fughe delle piastrelle. Io mi sento eroica solo per aver lavato le tende e i vetri e aver svuotato totalmente la cesta delle cose da stirare… Io invidio quelle e quelli che fanno ginnastica, che cuciono mascherine, che hanno suddiviso i compiti casalinghi tra figli e consorte, che hanno trovato fornitori di frutta, carne, pasta a chilometro zero e che fanno ordini online come se non ci fosse un domani sostenendo le piccole imprese e allo stesso tempo mangiando sano e biologico. Quelle e quelli che sanno la differenza tra cavolo nero, cavolo cappuccio e cavolo rosso. E che li sanno cucinare. Quelle e quelli che sono riusciti a farsi la pasta madre in casa. Quelle che si truccano e che si mettono il reggiseno tutti i giorni.

Io invidio proprio tutti: quelle e quelli che lavorano fuori casa, perché eroicamente fanno la loro parte. Quelle e quelli che stanno salvando il mondo, quelli che stanno sperimentando nuove strade. Quelle e quelli che lavorano da casa, ma che hanno conferenze, call e le giornate piene e che vivono questa nuova dimensione smartworking come atto eroico. Ieri ho invidiato perfino il tizio che mi ha portato la spesa a casa.

Io continuo a fare quello che ho sempre fatto: lavoro da casa, non c’è niente di nuovo per me, niente di eroico. Quello che prima mi sembrava un privilegio, adesso non lo è più. Il mio privilegio era la mia libertà, che pagavo con il prezzo dell’incertezza della precarietà.

Ora mi è rimasta solo l’incertezza e la precarietà. E i cinquant’anni che incombono.

Però al momento stiamo tutti bene. E lo so che di questi tempi a Milano questo è già tanto. Dovrei essere grata. E invece mi sento dietro una grata.

Vorrei solo uscire a comprarmi un gelato.

 

La responsabilità personale

Questa pandemia ci sta facendo riscoprire il significato del termine “responsabilità personale”.

Abbiamo compreso come la differenza la facciano le persone, indipendentemente dal partito politico di cui fanno parte, da quale lavoro facciano, a quale categoria sociale appartengano.

È stata l’occasione per vedere i coraggiosi e i codardi, i preparati e i venditori di fumo.

Abbiamo capito che non tutti i leghisti sono uguali, che non tutti i medici sono uguali, che non tutti i sindaci sono uguali, che non tutti gli imprenditori sono uguali, che non tutti gli influencer sono uguali, che non tutti i giornalisti sono uguali, che non tutti gli insegnanti sono uguali. E che si possono rompere gli schemi, che si può cambiare il sistema. Giorgio Armani ribalta il mondo della moda, Zaia fa il contrario di Fontana, alcuni imprenditori riducono stipendi a dirigenti, danno incentivi agli operai, si preoccupano dei sistemi di sicurezza dei proprio dipendenti. Insegnanti che a malapena sapevano usare whatsapp si trasformano in hacker provetti, nonni che usano zoom e fanno la spesa online.

Non sono “gli industriali”, non sono “i politici”, non sono “i medici”, non sono “gli insegnanti” sono proprio loro, con il loro nome e cognome. E come loro siamo noi. Anche noi abbiamo la nostra responsabilità personale. Noi non siamo solo “i cittadini”, “i milanesi”, “i lombardi”, noi siamo noi, con il nostro nome e cognome.

La pandemia ci costringe a scegliere quali persone vogliamo essere, come vogliamo agire, se approfittare della situazione, subirla o fare la differenza. Rivoluzionari o codardi.

Io ho un’età in cui è meglio che stia a casa, ma posso sostenere economicamente nel mio piccolo chi reputo più in difficoltà. Posso informarmi e sostenere chi si batte per quello che io reputo giusto. Ma soprattutto posso uscire dallo schema mentale di classificare tutti per categorie, ma guardare i fatti e non le parole, i fatti e non la categoria di appartenenza.

È iniziata una rivoluzione e vorrei farne parte.

Stamattina va così. Domani non lo so.

Appunti da Milano – 2a puntata

8 aprile

Volevo fare la zuppa inglese. Tipo quella che faceva la mia nonna. Ho fatto quindi il ciambellone emilano. Poi dovevo fare la crema pasticcera, ma ho realizzato che per farla avrei dovuto far fuori un intero litro di latte. Ma il latte è contato per le colazioni dei prossimi sei giorni: abbiamo fatto i conti e dovremmo tirare fin dopo Pasqua senza uscire per la spesa e non vorrei far saltare i programmi per un litro di latte. Che faccio? Mentre ci penso assaggio il ciambellone per vedere come è venuto. È rimasto forse qualche minuto di troppo in forno e la crosta è leggermente più dura del previsto, ma tutto sommato è buono.

Passa dalla cucina la ragazza. Lo assaggia. Gradisce.

Arriva ora di cena e il ciambellone è già a metà.

La cena è minestrone e formaggio… insomma… non proprio esaltante.

Mentre sparecchio il ciambellone mi guarda ancora. 

Ma sì, chiudiamo con un dolce. Però ci manca qualcosa… Il ciambellone è buono pucciato nel latte a colazione o, appunto, imbevuto di alchermes nella zuppa inglese. Così, solo soletto è un po’, come dire, gnucco. L’alchermes sul ciamebellone senza la crema pasticcera della zuppa inglese non ha senso.

Poi l’illuminazione del consorte: forse da qualche parte abbiamo dello slivoviz.  Lo trovo. 

Volevo dirvi che stasera Friuli e Emilia si sono unite a Milano dando vita a qualcosa di inaspettatamente appagante. 

Vado a letto felice, o forse sono solo ubriaca. 

12 aprile

E anche Pasqua è andata. Pasqua 2020 ce la ricorderemo per sempre.

Ieri abbiamo preparato i cappelletti e oggi li abbiamo cotti. Ma non sono venuti buoni come quelli della mia mamma: la pasta non era abbastanza sottile e forse il ripieno sapeva di poco. Ma il brodo era buono e grasso abbastanza da saziarci.

Abbiamo mangiato sul terrazzino, se così si può chiamare: che privilegio averlo… chi avrebbe mai detto che lo avrei amato così tanto.

Abbiamo inaugurato i pranzi all’aperto ieri: stiamo stretti e un po’ in equilibrio precario ma riusciamo a mangiare e ci da l’impressione di essere da un’altra parte. 

Forse richiamato dalle nostre chiacchiere ieri si è affacciato il signore del piano di sopra. È in casa da solo, e da quando un paio di anni fa è mancata sua moglie, si commuove facilmente. Lui, l’iracondo che urla tutta la sua insofferenza verso la famiglia che abita sopra di lui perché a suo dire sposta i mobili senza prestare alcuna attenzione, si è affacciato e ha chiacchierato con noi, ingoiando il magone che ogni tanto prendeva il sopravvento, ma lasciandosi andare in una risata liberatoria quando gli abbiamo detto di non farsi problemi a dirci che non sopporta nemmeno lui il mezzano che suona con l’ukulele sempre la stessa canzone, perché condividiamo e comprendiamo… il mezzano si è offeso, e giustamente direi… stellina: bullizato dai suoi stessi genitori durante una pandemia che lo costringe in quattro mura a combattere noia, rabbia e frustrazione. Ma la risata del vicino è valsa il sacrifico dell’orgoglio del povero sedicenne.

Alla fine della chiacchierata abbiamo dato appuntamento al vicino per oggi, stesso balcone, stesso affaccio.

Tra un cappelletto e l’altro oggi sbirciavamo la ringhiera del piano di sopra, ma non è apparso nessuno per tutta la durata del nostro pranzo. Poi stasera, verso le sette, quando sempre sul terrazzo facevamo una merenda tardiva, siamo stati richiamati da un “Buona Pasqua, come è andato il pranzetto?”.

Ce la siamo chiacchierata e gli abbiamo dato appuntamento per domani. Qui per Pasquetta il consorte vorrebbe tentare una grigliata in balcone. Il vicino ha detto che se vede fumo ci innaffia con la canna dell’acqua.

Operazione riuscita: è tornato di buon umore.

13 aprile

Pasquetta.

Vento e freddino ci hanno impedito il rito del pranzo all’aperto. Ci è mancato e ci siamo innervositi. Il consorte ha grigliato ma abbiamo mangiato in cucina. Non è stata la stessa cosa, anche se le costine erano buone.

Quanto potere ha il sole su di noi… anche chiusi in casa, il sole regala buon umore.

Oggi invece è stato faticoso sopportarsi. Come se il venticello che abbiamo potuto solo vedere dalla finestra avesse comunque avuto il potere di agitarci e di scompigliarci i capelli e i pensieri.

Questa sensazione di impotenza e di inutilità ogni tanto ha il sopravvento e tutto quello che si vorrebbe fare è solo urlare.

Come cambia tutto in 24 ore e come allo stesso tempo non cambia niente.

Bisognerà ritrovare il senso delle cose che abbiamo lasciato. Intanto la vera conquista è non perdere il senso di quelle che abbiamo.

Domani ci aspetta un altro giorno. Domani si ricomincia a lavorare, la scuola arriva mercoledì ma domani ci sono i compiti. Non riesco più a pensare a quello che farò quando potrò uscire. Mi basta pensare a quello che farò domani.

Vorrei avere uno sguardo sereno, un cuore leggero. Vorrei non prendermela per niente, essere come quelle persone che hanno una fede così solida e potente da permettergli di mantenere il sorriso anche nelle difficoltà, quelle persone libere, umili, che non conoscono permalosità, ma che sanno abbracciare con le parole e lo sguardo.

Ho tempo, ci posso lavorare sopra.

Nel frattempo cerchiamo gli occhiali del terzo: metà del tempo di questa quarantena ormai va via così.