Agosto

È Agosto.

La partenza si avvicina, fa caldo, tu devi assolutamente finire un lavoro prima di partire. E sei stanca. Stanchissima. Il pensiero delle valige, cosa metterci dentro, della casa da chiudere, il frigo da svuotare, le ultime lavatrici da fare e tutto quello che va fatto prima di partire ti rende ancora più stanca e nervosa.

Ma lotti contro te stessa e ti metti al computer, anche se stamattina hai fatto gli esami del sangue, anche se ti hanno detto che la tiroide comincia a fare i capricci, anche se ti hanno spiegato che forse è per quello che sei sempre stanca, anche se il tuo medico, quello simpaticissimo, ti ha detto che non si può dare sempre la colpa alla tiroide, che la stanchezza, le gambe gonfie, la fatica a concentrarsi è tipico dell’età… Insomma, ti ha dato della vecchia con un sottinteso “è agosto e c’ho caldo, fatti ‘sti esami del sangue e ne riparliamo a settembre con il fresco”.

Nonostante tutti questi “anche se”, ti metti seduta e cerchi di concentrarti. E qui arriva il bello della vita del free lance.

– Mamma devo fare la doccia?

– Mamma, in bagno fa caldo, come faccio a fare la doccia?

– Mamma, che pantaloni mi metto?

– Mamma, metto i vestiti di ieri?

– Mamma, metto questi ma voglio portarli via, me li lavi stanotte?

– Mamma, che cosa stai facendo?

– Mamma, te lo trovo io il testo che non trovi.

– Mamma, mi ricordo un bel pezzo ma non lo trovo…

– Mamma, hai provato a cercare in questo libro, e in quello?

– Mamma, mi sono rotto le palle, arrangiati.

– Mamma, ma quando partiamo?

– Mamma, ma dove andiamo?

– Mamma, cosa devo portarmi?

– Mamma, devo fare i compiti?

– Mamma, non ho voglia di fare i compiti.

– Mamma, perché devo fare i compiti?

– Mamma, cosa stai facendo?

– Mamma, mi sono dimenticato di fare colazione.

E pensare che c’è stato un tempo che sognavo il giorno in cui qualcuno mi avrebbe chiamato “mamma”.

Li ho portati dalla nonna.

Le valigie la farò stanotte.

Buone vacanze.

Annunci

La leggenda narra

La leggenda narra che il 29 luglio 1970 una giovane sposa al nono mese di gravidanza, avesse una visita di controllo presso la clinica Quattro Marie, periferia est di Milano. Le avevano detto che il lieto evento avrebbe dovuto essere il 26, e così, essendo ormai oltre il termine presunto del parto, si accingeva quella mattina a recarsi in clinica per vedere come quella creatura, dal sesso ancora sconosciuto, stava messa. Affidò il suo primogenito, un bel bambino biondo di poco più di un anno, alla nonna, e con il suocero si avviò verso Ponte Lambro. Nel 1970 non era contemplato che il consorte perdesse un giorno di lavoro per accompagnare la moglie in procinto di partorire, ma d’altronde gli uomini non erano ammessi in sala parto e quindi la loro presenza era del tutto inutile.

Dovete sapere che a fine luglio 1970 la costruzione della tangenziale est era nel pieno dei lavori: un’opera immensa, intrisa di fascino che avrebbe rivoluzionato le abitudini e le imprecazioni dei milanesi negli anni a venire. Fatto sta che la tangenziale stava sorgendo proprio accanto alla clinica, e così il suocero, lasciata la nuora dinnanzi all’ingresso, pensó di ingannare l’attesa andando a vedere da vicino il progredire dei lavori. La nuora, del tutto serena dal momento che nessuna avvisaglia le faceva temere un imminente travaglio, salutò il suocero e si recò alla sua visita di controllo. Ma qui avvenne l’inaspettato: il medico o l’ostetrica di turno (questa informazione non è stata ben tramandata) non appena dette un’occhiata decretò che il parto era imminente e che era bene che la giovane sposa rimanesse in clinica. Presa in contropiede, il primo pensiero della giovane gravida fu per il suocero. In un’epoca dove il cellulare era oltre anche le più ardite premonizioni fantascientifiche, decise che l’unico modo per avvisare il suocero fosse quello di andarlo a cercare personalmente. È così fece.

La leggenda narra che per fortuna, uscita dalla clinica e fatti alcuni metri in direzione del cantiere, la giovane sposa, in un momento di lucidità, si fermasse chiedendosi se non fosse un po’ avventato avventurarsi in una calda giornata d’estate, incinta di nove mesi e con un parto imminente, in un cantiere alla ricerca di un anziano. E così, girò i tacchi e tornò lesta da dove era venuta, dove fu accolta da una simpatica e affabile ostetrica.

Fu un travaglio discreto, che negli anni e nel ripetersi nella narrazione della leggenda arrivò ad essere descritto come una piacevole mattinata di chiacchiere, dove praticamente non successe nulla. E così, l’ostetrica, vedendo avvicinarsi sempre più l’ora di pranzo ma soprattutto l’ora di fine turno, ad un certo punto se ne uscì con un “va be’, vediamo di far nascere sto bambino che adesso son curiosa di vederlo.”

E così, non si sa bene come, poco dopo le 13, io venni al mondo. La leggenda non riporta quando e come ritrovarono mio nonno, quando e come fu informato dell’evento mio padre e dove dormì quella notte mio fratello. Poco importa. Sono nata il 29 luglio 1970 poco dopo le 13, a Ponte Lambro, accanto al cantiere dove si stava costruendo la tangenziale est. 48 anni fa.

Vacanza

Le tre iene sono al campo degli scout.

Ormai sono via da quasi una settimana. Agli scout sono vietati i cellulari e la filosofia dei capi è “nessuna nuova, buona nuova”, questo significa che da quando sono partiti l’unica informazione giunta è una mail per dirci che erano arrivati sani e salvi e poi più nulla.

Alcuni genitori soffrono un po’ questo silenzio, invece a me piace un sacco.

Un po’ perché avendolo vissuto io in prima persona, so cosa significa il senso di libertà che si prova a tagliare i ponti con la propria vita per 10 giorni. E poi perché questo rende più bello il giorno del loro rientro. Di solito i grandi non raccontano una mazza e la loro unica preoccupazione è cosa mettersi per la pizzata che di solito segue il rientro, ma mi piace la sensazione che si prova quando ci si rivede dopo tanto tempo, quella loro aria misteriosa con cui mi guardano come per dirmi “tu non puoi capire…”. Il minore invece racconta sempre volentieri, con quella sua ironia che mi fa sempre molto ridere ed è sempre visibilmente e sinceramente felice di rivedermi. Come me di rivedere lui. E fin che dura me la godo tutta.

Quindi io ringrazio gli scout che per 10 giorni disintossicano i grandi dallo smartphone e me dal pensiero di avere sempre sotto controllo tre giovani esseri umani. Stranamente, io notoriamente persona ansiosa, non sono assolutamente in ansia, anzi.

Forse perché non ho quasi mai cenato a casa in questi giorni, ho rivisto amici, fatto aperitivi, passeggiato per il centro, comprato libri alla Feltrinelli, lavorato senza il pensiero di una cena da preparare, qualcuno da recuperare, in pigiama, dimenticandomi orari e appuntamenti, mangiato alle tre davanti a Law and Order insalata e scamorzine?

Sì, lo so, sono una madre di merda. Ma una vacanza ogni tanto ci sta, no?

 

Radical chic

Io e Matteo Salvini abbiamo molte cose in comune. È difficile per me ammetterlo ma è così. Non so in quale quartiere lui sia cresciuto, non sono ancora riuscita a scoprirlo, ma da quello che ho letto, immagino che lui provenga da una famiglia di classe sociale media, che sia cresciuto in un bel quartiere ma non certo di lusso, e che nella sua infanzia abbia pensato di essere ricco. Che poi al liceo, al Leoncavallo, in università abbia conosciuto i veri ricchi, si sia sentito escluso, ed eccolo qui: l’odio per i radical chic. I radical chic a Milano sono quelli ricchi ma che vanno in giro con maglioni bucati di cachemire, che frequentano posti di sinistra ma che gli unici operai che conoscono sono quelli che hanno ristrutturato il loro attico in centro, che hanno la donna di servizio 24 ore al giorno ma a cui sono “affezionatissimi”, che amano le cose usate a patto che siano vintage, detestano i centri commerciali e, fondamentalmente, la gente comune. Per intenderci: la val d’Aosta e la Toscana sono radical chic, il Trentino e la Romagna no. Andare in barca a vela è radical chic, il motoscafo no.

I radical chic hanno marche così esclusive che la gente normale non le conosce neppure, perché a loro “non interessa il marchio, ma la qualità” e si sa… la qualità costa… oppure hanno cose pagate tre lire su una bancarella a Bali, o nel negozietto carino carino di Berlino o Parigi. Da ragazzi hanno guadagnato i primi soldi raccogliendo frutta, facendo i camerieri, ma appena laureati hanno subito trovato lavoro nello studio dell’amico del papà.

Ecco, io so chi sono i radical chic.

Quindi capite la mia incazzatura quando mi sento dare della radical chic solo perché inorridisco di fronte a una classificazione delle persone, perché provo orrore difronte al cinismo con cui ci si accanisce contro della povera gente che muore. Quando mi scandalizzo di fronte alla strumentalizzazione della sofferenza della gente per fini politici. E in questo mi riferisco alla sofferenza della gente come me, che vede giorno per giorno andare in frantumi l’illusione di benessere che ci è stata regalata dai nostri genitori, vedendo il nostro lavoro sottopagato, ipertassato in cambio di servizi scadenti.

E mi fa incazzare questo qui, salito al potere con la bava alla bocca grazie a una manciata di voti e a un accordo infame fatto con degli incapaci. Mi fa incazzare perché è un frustrato, uno che avrebbe voluto essere un radical chic ma che presumibilmente non è stato accettato. Allora si è trovato una folla di gente stanca e frustrata a cui ha fornito degli esseri più deboli da bullizzare.

Una folla di gente così simile a me. Quella che ha avuto tutto nell’infanzia grazie al lavoro dei propri genitori, ma che nell’adolescenza ha conosciuto chi aveva veramente tutto e si è sentito un po’ come quando scopri che babbo natale non esiste.

Quella classe sociale cresciuta in piccoli appartamenti in periferia, ma che in periferia è sempre stata un po’ quella privilegiata. Quelli come me, che conoscono le case popolari, ma guai a confondersi con quelle.

Siamo un po’ come la borsa imitazione della nay oleari.

E mi fanno incazzare i radical chic che continuano a snobbare la gente dei centri commerciali, quella che guarda Maria De Filippi, che fa le vacanze Romagna.

E mi fanno incazzare quelli di sinistra che hanno regalato questa folla a un omuncolo mediocre che ha fatto della mediocrità una massa crudele anziché una massa sorridente. Una sinistra pavida che sussurra per non esporsi. Vorrei che qualcuno andasse sulle spiagge affollate, nei centri commerciali, a urlare che non è dividendo la gente in buoni o cattivi, bianchi e neri, italiani e non italiani, che riavrete il vostro benessere, che non sarà lasciando morire, rinchiudendo, picchiando e discriminando chi sta peggio di voi che starete meglio. Che non è facendo i cattivi che diventerete più ricchi. Al massimo diventerete sempre più simili ai radical chic. Ovvero degli stronzi.

Detox

Ce ne andremo da qui un giorno. Lasceremo tutto e ci metteremo in viaggio. E saremo sereni, sollevati, leggeri. Non più preoccupazioni, non più invidie, non più rancori. Il mondo sarà un posto bellissimo, pieno di gente che balla, che ride. Conosceremo lingue nuove, nuove usanze. Non ci sarà nemico, non ci sarà prepotente, non ci sarà cinico, non ci sarà cattivo. Ci stringeremo un po’ e ci staremo tutti. Tutti avranno il loro grande amore, tutti saranno baciati da chi vorranno essere baciati. Ci sarà il sole. Un giorno ci stuferemo di essere arrabbiati, pavidi ed egoisti. Ci sdraieremo su un prato, perdoneremo tutto e saremo perdonati. Ritroveremo amici persi, ci riscopriremo più simpatici. I bambini saranno solo bambini, i ragazzi si godranno la loro vita, e noi ci goderemo la nostra maturità, felici di essere consapevoli che maturi non lo saremo mai. Riscopriremo la gentilezza e sarà un sollievo. Saremo felici di quello che abbiamo ma non avremo l’ansia di perderlo.

Tutto questo avverrà, ne sono sicura. Nel frattempo…

boh…

Forse smettere di leggere i commenti sui social mi potrebbe essere d’aiuto…

3959 battute

Ok avete vinto voi.

Alzo le mani e torno a casa mia. Avete ragione voi. Gli stranieri ci stanno invadendo e ci rubano ricchezza e lavoro. Avete ragione voi. I vaccini ci avvelenano (ma non tutti, solo alcuni, però, perdonatemi l’inesattezza, ma non ho capito bene quali…), i francesi sono stronzi ma noi possiamo esserlo di più, i tedeschi si arricchiscono grazie al lavoro dei nostri migranti, Saviano è un camorrista, la Boldrini una poco di buono, Salvini un gran figo molto simpatico, gran comunicatore, e Di Maio un fine economista. Le ong si arricchiscono (anche se non ho ancora capito bene come) raccogliendo ricchi terroristi islamici che fanno finta di non saper nuotare, donne incinte incoscienti che anziché godersi la gravidanza spalmandosi cremine antismagliature, portano loro stesse e i loro bambini sui barconi perché vogliono venire in Italia a spendere 35 euro al giorno nei nostri centri commerciali. Forse qualche disgraziato c’è, ma è disumano permettergli di attraccare in Italia perché verrebbe sfruttano dalle cooperative rosse per cui è meglio che torni il Libia, che sì, forse lì vengono rinchiusi, menati e ammazzati, ma per quello è colpa di Minniti e del suo accordo con la Libia e quindi di Renzi che è la causa di tutti i mali perché Renzi è di destra. Ah, no! Scusate… Renzi è stata la causa di tutti i mali perché è comunista! No, no, giusto, scusate ancora… non è comunista… è democristiano! Che si sa, la democrazia cristiana è il peccato origianale di questa povera Italia.

Comunque, finalmente la sinistra non esiste più, i comunisti non esistono più! Ah no! Pardon… quelli ci sono ancora, eccome se ci sono: sono i buonisti! Ma i comunisti non mangiavano i bambini? Come fanno ad essere buoni? Ah, già giusto, non si chiamano più comunisti, si chiamano “radical chic”! Sono tipo quelli della borghesia milanese cresciuti nel centro di Milano che non sanno come si vive in periferia: hai in mente i ragazzi del liceo classico Manzoni? Quelli del film “gli sdraiati”? Ecco, loro! No, un attimo… forse non sono loro, perché Salvini odia i radical chic ma lui è cresciuto lì, nel centro di Milano, al liceo Manzoni e ne va orgoglioso, come ha scritto qualche giorno fa facendo gli auguri ai maturandi… Boh… forse che siano quelli del Parini?

Ah no, giusto, sono quelli che in casa hanno domestica e autista ma poi mettono la maglietta del Che (che si legge “ce” e assomiglia molto Damian Marley, per cui fate attenzione quando volete insultare un vero comunista a non confonderlo con un tranquillo e pacifista amante della musica reggae e dei bonghi: potreste fare una figura di merda). Insomma! Un po’ di coerenza! Se hai la domestica e l’autista devi indossare solo camice nere! E devi andare in periferia a dire che i poveracci delle case popolari hanno ragione ad incazzarsi perché il vicino di casa cucina speziato, non tiene pulito, perché il campo rom è proprio accanto a loro… va bè, è nella discarica, ma si sa, loro vivono così perché gli piace, lo sanno tutti che in Romania hanno le ville… Poi vai nella semiperiferia e dì loro che fanno bene a incazzarsi perché vicino a loro ci sono le case popolari, dove ci vive un sacco di brutta gente: tutti drogati e spacciatori. Poi vai dagli industriali e dì loro che lo sai che è faticoso pagare la gente che lavora per loro e mantenere lo yacht, il jet privato, l’assicurazione privata, le scuole private, insomma è tutto così caro, per cui penserai tu alle loro tasse: in fondo loro non usufruiscono dell’assistenza sanitaria nazionale e della scuola statale, per cui è giusto che non paghino per un servizio così scadente. Vedrai, finiti i comizi tutti ti applaudiranno e tu te ne potrai tornare in centro nel tuo bel appartamento con il tuo autista. Gli italiani sono  gente semplice, la convinci con poco: con 140 caratteri alla volta, più volte al giorno.

Per cui sto serena. Grazie al cielo nessuno prenderà sul serio questo post: sono 3959 battute, spazi compresi.

 

Ex voto

Mia nonna Lisetta credeva fermamente in Sant’Antonio. Erano molti gli aneddoti che raccontava in cui era certa che Sant’Antonio fosse venuto in suo aiuto facendole ritrovare oggetti perduti o avvertendola di imminenti pericoli.

In un paio di occasioni anche io, un po’ ridendo e un po’ scherzando, mi sono rivolta a lui, ma ho sempre trovato la cosa abbastanza folkloristica.

Fino a stasera. Quando il consorte mi ha avvisato che tornando a casa aveva notato che la mia macchina non aveva più la targa davanti, confesso che un po’ mi è venuto il magone. Lo sconforto è aumentato dopo la telefonata con l’amica che si occupa di pratiche auto che mi ha spiegato cosa dovevo fare e quello che mi aspettava: denuncia, attesa di 15 giorni, quindi rimmatricolazione dell’auto, attesa delle nuove targhe e conseguente comunicazione all’assicurazione e quindi attesa della nuova polizza.

Così, essendo questi giorni un po’ faticosi per me, insomma, uno di quei periodi che ti fa dire “ci mancava solo questa”, quando il consorte ha detto “devo spostare la macchina, magari faccio un giro dove sei stata ieri”, io ho risposto “ok, grazie, ma chiediamo aiuto anche a Sant’Antonio “. E l’ho detto convinta, non stavo scherzando. Per cui, boh, adesso capirete che quando dopo un quarto d’ora il consorte mi ha mandato la foto della mia targa ritrovata sotto casa di mia mamma appoggiata a un palo, il mio pensiero è andato immediatamente al santo di Padova.

Grazie quindi infinitamente allo sconosciuto che ha raccolto la mia targa e l’ha lasciata in un posto ben visibile. Io però sono certa, come lo sarebbe stata solo mia nonna Lisetta, che sia stato Sant’Antonio…

Esco a farmi un giro

Ci sono giorni che chissà perché tutto svolta.

Ti alzi una mattina e boom! decidi che nei abbastanza. Che è giunto il momento di “mollare le menate” anche senza aver bisogno necessariamente di “metterti a lottare”.

Guardi fuori dalla finestra e nonostante stia piovendo vedi che le nuvole stanno andando via. Ti rendi conto che molte cose non dipendono da te, che non puoi farci niente e quindi tanto vale prendere quello che viene e tenersi solo il bello.

Sono i giorni in cui uscire dal pantano in cui ti eri infilata diventa una cosa possibile.

Ti metti una camicetta a fiori non stirata e stai bene lo stesso. Profuma di pulito e ti basta.

I gerani sul balcone ti sembrano bellissimi, la casa, illuminata dall’unico raggio di sole che riesce a entrare, si illumina e ti dà un senso di allegria immotivata.

Le cose non vanno come pensavi? Va bene lo stesso, forse andranno in modo diverso ma non è detto che sarà il peggiore. E anche se lo sarà, si vede che doveva andare così.

Hai la sensazione che le persone tramino alle tue spalle? Forse non è vero, forse non sei così importante come credi. E se anche fosse vero, pazienza, non puoi farci nulla, prima o poi scoprirai cosa ci sta dietro e quando sarà, sarai già alla giusta distanza per non farti travolgere. E questo pensiero ti dà sollievo. Tra dieci anni ci riderai su, quando sarai vecchio ripenserai a questi giorni con affetto.

Ci sono giorni in cui tutto riacquista il giusto peso, le cose importanti riprendono il loro posto e quelle che ti avvelano la vita si dissolvono nell’aria.

Ci saranno ostacoli, ma un modo per scavalcarli si troverà. E se non sarà possibile, troverai un modo per arredarli, dipingerli, colorarli fino a renderli quasi belli da vedere e da tenersi accanto.

Ci sono giorni in cui ti sembra che potrai reggere a qualsiasi urto, ma non perché ti senta forte, ma solo più “morbida”. Un po’ come la carta di imballaggio fatta di tante bolle d’aria: qualcuna nell’urto scoppierà, la carta si sgualcirà, ma tutto rimarrà integro.

Ho messo via il ferro da stiro ed esco a farmi un giro.

 

Il lavoro del redattore

Faccio la redattrice di libri di scuola. Freelance. È il lavoro che mi sono scelta, che mi è sempre piaciuto fare. Ho provato a insegnare, poi ho lavorato nella segreteria della redazione di un giornale, poi in uno studio editoriale e poi come dipendente in una grande casa editrice ma alla fine ho capito che la grande azienda e le sue dinamiche non facevano per me e che quella non era la mia strada. E così ho scelto di essere freelance. Ho aperto la partita iva, ho pagato le tasse, tutte, ho cercato di rispettare sempre le date di consegna, di non prendere mai troppi lavori per non rischiare di lavorare male. Sapevo che non mi sarei arricchita, ma ci credevo, veramente. Ho lavorato di notte, il sabato, la domenica. Sono vent’anni che Natale per me è solo un intralcio al mio lavoro. Con gli anni ho capito in cosa sono brava e in cosa no. Riconosco apertamente che ho dei problemi a vedere i refusi, che sotto stress non riesco ad essere precisa, che le scandenze mi mettono ansia, e che quindi le peggiori cazzate le faccio alla fine.

Però sono creativa, riesco a trovare soluzioni, ho esperienza e conosco bene i libri di cui mi occupo. Mi piacciono le novità, mi piace cambiare, difficilmente mi sentirete dire “si è sempre fatto così”.

La prima volta che sono entrata in uno studio editoriale era il maggio del 1997. Questo significa che faccio libri di scuola da 21 anni.

In 21 anni il lavoro del redattore è cambiato molto: quando ho iniziato c’erano le pellicole di stampa, per vedere una bozza a colori dovevo aspettare l’ultimo giro, le foto si ritagliavano da riviste e giornali e si mandavano dal fotolitista, per mandarti i file pesanti degli impaginati definitivi si usavano i datapack. Le bozze venivano spedite in buste con corrieri e fattorini e le ultime correzioni arrivavano per fax. Insomma… preistoria rispetto agli strumenti e al modo di lavorare di oggi.

Ma la voglia è sempre la stessa. Eppure, negli anni, il lavoro del redattore si è svalutato un sacco. O meglio… l’importanza di un bravo redattore ancora oggi è fondamentale per la riuscita di un libro, eppure, economicamente parlando, negli anni la retribuzione non è mai aumentata, ma al contrario è via via scesa. E questo nonostante io sia sempre stata pagata a prezzo di mercato. Anzi, in certi casi le case editrici per cui ho lavorato hanno cercato di venire incontro alle mie richieste, ascoltando pazientemente qualche volta anche le mie rimostranze.

È frustrante rendersi conto che se fossi sola, con quello che fatturo, io non potrei vivere. Che il lavoro che faccio, economicamente parlando, non vale una cippa. L’unica soluzione, ed è quello che fanno tutti, è prendere molto lavoro. Il problema però, oltre ovviamente a trovare chi te lo dia, è che più lavoro prendi, peggio lavori. E se lavori male, l’anno dopo nessuno ti chiama.

Insomma, per la prima volta in 21 anni stasera mi sono chiesta se ne valga veramente la pena…

E non riesco a dormire…

Se non rischiassi di svegliare tutti, quasi quasi mi alzerei a stirare…

Sabato mattina

Ci sono giorni che proprio non girano. Ti sembra di non essere più capace di fare il tuo lavoro, di stare sulle palle a tutti, che le persone a cui vuoi bene parlino lingue a te sconosciute, hai l’impressione che nessun ti capisca, tu stesso sembri non capire più gli altri, il futuro diventa così nero e incerto da far paura. Cominci a pensare che tutti ti parlino alle spalle, che la verità nuda e cruda non ti venga detta, che dietro a sorrisi cortesi in realtà si nascondano ghigni di iene che aspettano solo di vedere il tuo crollo.

Quando la normale ansia diventa angoscia, ognuno reagisce a modo suo. C’è chi mangia tutto quello che trova nel frigo, iniziando dalle sane carote per finire con i biscotti pucciati nella maionese. Chi invece smette di mangiare, incapace di far superare al cibo il nodo all’imbocco dello stomaco. Chi si mette a correre, chi si ripete che va tutto bene come un mantra, chi ostenta sicurezza, chi si schianta davanti alla tv e chi davanti a Facebook. C’è chi pulisce armadi, fughe di piastrelle, chi cucina dolci, chi sposta mobili e chi insulta il vicino.

Io faccio l’unica cosa che mi dà veramente sollievo: dopo aver provato con la nutella, io di solito stiro.

Magliette, lenzuola, pantaloni… ma anche fazzoletti, asciugamani, felpe e maglioni. Le  camice no, non funzionano: le piegoline dei polsi che non vengono mai come vorrei, mi innervosiscono e così risolvo preparando un bel sacchettone per la lavanderia.

I panni che da stropicciati diventano belli lisci, piegati alla perfezione sono per me terapeutici. Il disordine diventa ordine e man mano che il fondo della cesta comincia a intravedersi, il mio respiro diventa più regolare. Contemplo la pila di magliette stirate e mi auto-gratifico pensando che sono ancora capace di fare qualcosa. Che il caos troverà ordine, che la provvidenza ci metterà lo zampino, e che se poi andrà tutto male una soluzione la troveremo lo stesso: con un po’ di vapore e di appretto, in fondo, tutto diventa liscio.