Lunedì, 8.30

Tra pochi giorni chiudo finalmente questo giro dei 51, che non sono stati esattamente “gloriosi”. Mi dispiace perché – chissà poi perché – ho sempre preferito i numeri dispari, ma sinceramente sono felice di chiudere con loro. In questo anno ho visto ospedali, ho fatto visite invasive, mi sono presa spaventi, ho avuto un po’ paura, ma soprattutto mi sono resa conto che è iniziata una fase della vita in cui tutto questo sarà sempre più normale e frequente. Si chiama invecchiare.

Questa primavera l’ansia che mi accompagna ormai da una decina di anni ha sbarellato e così, in perfetto trend milanese, ho fatto la scoperta della psicologa. Quella seria, quella che mi aspetta ogni lunedì alle 8.30. L’inizio, confesso, è stato imbarazzante: che le dico io a questa? Poi, pian piano, ho capito la figaggine di avere una persona che ti ascolta perché è pagata per farlo. Io sono una che parla tanto, spesso troppo, e conosco lo sguardo di chi non ne può più, conosco quella orribile sensazione di quando torni a casa dopo una serata con amici e ti sorge il dubbio di essere stata noiosa, pedante, egocentrica, inadeguata, fuori luogo. Conosco anche il fastidio di quando le persone, raccogliendo i tuoi sfoghi, si prodigano in consigli e parole che ritengono confortanti. Oppure minimizzano con il fastidioso “c’è di peggio” o “sapessi io…”. Capisco che lo fanno perché mi vogliono bene, so benissimo che io sono super fortunata, ma io vorrei solo lamentarmi!

Ecco, la psicologa invece mi ascolta e percepisco che è dalla mia parte. Non fa paragoni con la sua vita o le sua esperienza, non mi da consigli: lei mi fa domande, si interessa a quello che dico, approfondisce le mie parole, lei non taglia corto. Semplicemente quando scatta l’ora, chiude il suo taccuino: non sta smettendo perché non ne può più di me, smette perché è finita l’ora. E se mi ascolta, se approfondisce, se è dalla mia parte è per una semplice ragione: la pago! Quindi niente sensi colpa, niente consigli, niente verifiche “avrò parlato troppo? Sarò stata antipatica? Si sarà stufata di me?” Niente di tutto questo! Ed è una gran liberazione.

Adesso è andata in ferie, ci vedremo a settembre. Mi manca già…

Le paste dure

Supermercato del Monferrato. Entro indossando la mascherina perché a Milano la metto sempre al supermercato e comunque la maggioranza delle persone lì la indossa ancora. Comincio a fare la spesa e mi rendo conto che sono l’unica ad averla. Mi sento un po’ a disagio, ma toglierla adesso mi farebbe sentire ancora più in imbarazzo. Vado al banco del pane. Vorrei prendere il pane che trovo solo qui e che c’era anche al mio matrimonio ma non so come chiamarlo. Per me è il pane a forma fallica, ma fa brutto definirlo così alla commessa. Arriva il mio turno e presa alla sprovvista chiedo il pane a “forma di lumaca”. Spiego che non sono di qui e non so come di chiama. La commessa ride, la signora accanto a me subito ride, poi ci pensa un attimo e con nonchalance indossa la sua mascheriana che aveva in borsa. Il tempo di prendere il mio pane insacchettato e prezzato, mi giro e tutti intorno a me indossano la mascherina.

Il mio marcato accento milanese e il mio dichiarato essere forestiera devono aver seminato il panico… oltre a non sapere che il pane che volevo non erano altro che semplici paste dure e non cazzoni lievitati…

La villetta

Oggi siamo stati in Brianza a fare un giro con il cane. Lo scopo era trovare una pensione dove lasciarlo qualche giorno quest’estate, ma ovviamente non l’abbiamo trovata. Però ci siamo fatti una bella passeggiata tra boschi e campi coltivati, costeggiando ville e villette, alcune bellissime, altre discutibili.

A un certo punto in lontananza abbiamo visto alcune villette a schiera. Erano al limitare del paesello e si affacciavano sui campi. Davanti a una di queste c’era una piscina e si intravedevano delle persone che probabilmente stavano facendo il bagno e prendevano il sole.

Il primo pensiero è stato “beati loro”, poi però mi si è affacciata improvvisa nella mente una visione, come se quella scena fosse un dejavu. È stata una sensazione sgradevole. Ho impiegato qualche minuto per ricostruire e farmi venire in mente che cosa quella villetta mi ricordasse. E poi eccola: mi ricordava una scena del film “Favolacce”. Io non se voi l’avete mai visto… Io ho avuto la malaugurata idea di vederlo durante il lockdown, facendomi ingannare dal fatto che avesse vinto alcuni premi.

Se cercate su Wikipedia la trama, capite di cosa sto parlando, perché praticamente spoilera tutto.

Io però nel 2020 non avevo idea di cosa stavo andando a vedere, convinta che se c’era Elio Germano allora doveva essere un bel film, e sono rimasta per tutta la durata del film a bocca aperta. Quel film mi regalò angoscia in un periodo dove già l’angoscia era oltre i miei limiti di sopportazione.

Il film è ambientato alla periferia di Roma, ma per certi aspetti l’ambiente sociale descritto ricorda moltissimo la Brianza o almeno lo stereotipo che di solito se ne ha.

E oggi, tra campi verdi e villette a schiera, è bastata una piscinetta in lontananza a risvegliare una sensazione di angoscia di cui non sentivo la mancanza…

Accidenti a Elio Germano e ai fratelli d’Innocenzo che ne hanno fatto la regia.

Ricordo che quando finii di vederlo, subito dopo aver pensato “ma perché?” e “ragazzi, anche meno…”, feci un giuramento: mai più vedere un film che vince un qualsiasi premio al festival di Berlino.

Fine anno

Cara/o prof, è un po’ che non ci sentiamo.

Lo so, le lettere dai genitori sono una gran rottura di coglioni ma io stasera non riesco a dormire perché la mia amica ansia è tornata a trovarmi e così ho pensato bene di scriverti.

Vorrei svelarti alcuni segreti che segreti non dovrebbero essere ma ogni tanto mi chiedo se tu li conosca. Eccoli.

1. Insegnare, per chi lo sa fare bene, è difficilissimo. Il problema è che si può anche insegnare male credendo di farlo benissimo. Come capire se sei un bravo insegnante? Dalle insufficienze. Se i tuoi studenti e studentesse sono insufficienti significa che non sai insegnare. E poco importa se li trovi svogliati, annoiati, disinteressati… se non sei capace di trovare la chiave per accendere in loro la curiosità e la voglia di scoprire, non sei un bravo insegnante. Se non capiscono niente, non sei un bravo insegnante. Se solo alcuni ti seguono e sono bravi, non sei un bravo insegnante perché il merito non è tuo: sono bravi di loro.

2. Essere bravi a scuola non significa essere delle belle persone. La scuola dovrebbe essere il primo luogo dove si impara a vivere in una società dove ognuno è responsabile di se e di chi gli sta vicino. Alimentare l’individualismo, giustificando e premiando sempre chi ottiene buoni voti ma poi è incapace di empatia, solidarietà, collaborazione non è insegnare, ma cercare autogratificazione.

3. Se sei un prof delle medie hai una responsabilità enorme perché hai a che fare con tutti soggetti borderline: entrano bambini e possono uscire delinquenti o persone aperte al proprio futuro. Che cosa ne determina la differenza? Un professore o una professoressa che sappia riconoscere le potenzialità di ognuno, le incoraggi e faccia acquisire autostima e voglia di sognare, dando fiducia e indicando traguardi ambiziosi. Che sappia insegnare la bellezza della fatica e dell’impegno per ottenere un risultato. È semplice? No.

4. Un bravo insegnante si riconosce dalla sua capacità di chiedersi “perché”. Perché uno studente si comporta in un certo modo? Perché non studia? Perché disturba? Ti faccio una rivelazione: non sempre è colpa della famiglia. Qualche volta il problema sei proprio tu. Quindi un bravo insegnante si pone dei perché e ha il coraggio di darsi risposte sincere.

5. Insegnare ai bravi sono capaci tutti, anche quelli che insegnano male.

6. Le parole di un/a prof hanno un peso enorme sui ragazzini, forse di più di quelle dei genitori. Pensa bene a quello che dici e come lo dici, soprattutto se è un giudizio. Se dici a un ragazzo/a che non vale niente, che nella vita non concluderà niente, lui/lei ci crederà. Se gli dici che può farcela e che può ottenere risultati anche ambiziosi, ci crederà. Se poi gli dici che gli starai accanto e che lo sosterrai, allora ce la farà.

7. Se chiedi ai ragazzi di prendersi le loro responsabilità, fallo anche tu.

Ecco. Tutto qui.

In questi anni passati alle medie come madre (che grazie a Dio volgono al termine), ho assistito a di tutto e di più, grazie a tre figli ognuno profondamente diverso dall’altro e ho avuto a che fare con un numero consistente di prof. Ho visto cambiare atteggiamento in base a stereotipi e idee preconcette. Ho visto capitale umano sprecato, occasioni sprecate, ingiustizie… ma anche lavori bellissimi, gesti delicati e discreti, attenzioni insperate. Confesso che la mia stima nei confronti dei prof è stata spesso messa a dura prova, ma riconosco che è un mestiere complesso e difficile. E che ognuno ha la propria storia.

Caro/a prof, ti auguro buon lavoro per i prossimi anni, riposati quest’estate e ti auguro a settembre di entrare in classe e guardare quelle facce sedute ai banchi con affetto incondizionato e non con incondizionata rassegnazione.

Etciù

Etciù!

È arrivato così, all’improvviso.
“E tu chi sei?” ho chiesto gentilmente.
“Come chi sono? Come fai a non conoscermi? Io sono Primo Starnuto!”
Mi guarda dall’alto in basso, svolazza nell’aria e si guarda intorno.
Sembra prepotente e antipatico ma mi sto annoiando e vorrei tanto chiacchierare con qualcuno.
“Ciao Primo Starnuto! Io mi chiamo Anna. Piacere di conoscerti.”
“So chi sei!” mi risponde brusco, mentre continua a svolazzarmi intorno.
“Stai cercando qualcosa?”
“Silenzio! Sto valutando.”
Primo starnuto gironzola per la stanza. Guarda i miei libri, sbircia tra i vestiti abbandonati sulla sedia.
Lo lascio fare per un po’, ma sono curiosa.
“Che cosa stai valutando?”
“Se c’è spazio sufficient…”

Etciù!

“Acciderbolina che mega salto!”
Davanti a me ecco un altro starnuto. Questo è grassoccio, arruffato ed è cascato proprio sulla mia mano. Si rialza, si sistema, poi si accorge di me e mi regala un grande sorriso un po’ sdentato.
“Ciao! Tu devi essere Anna! Piacere di conoscerti. Io sono Secondo Starnuto”
“Ciao Secondo Starnuto! Benarrivato!” rispondo sorridendo. Rimaniamo a fissarci per un po’ e ci scappa da ridere.
“Allora? Vogliamo darci una mossa? Io sto per ripartire e non ho tempo da perdere” urla dal fondo stanza Primo Starnuto. Quindi si avvicina e mi fissa con aria severa: “Allora, dove sono i fazzoletti? Mica vorrai tenermi qui ancora per molto… vedi di organizzarti in fretta, perché stanno arrivando i Terribili Gemell…”

Etciù! Etciù! Etciù!

“Ma la volete smettere di spingere! Possibile che ogni volta dobbiate cascarmi addosso?”
Uno sopra l’altro sono rotolati sulla mia maglietta tre starnuti identici.
Sono magrolini, hanno facce arrabbiate e cominciano a spingersi a vicenda. Sembra non si siano accorti della mia presenza.
“Ciao! Io sono Anna” provo a presentarmi. Ma loro continuano a spingersi e a litigare. Li sto fissando quando sento battere sulla mia spalla: “Allora signorina, cosa vogliamo fare? Li vuoi prendere questi fazzoletti o no?”
Mi giro. Primo Starnuto e Secondo Starnuto mi stanno fissando.
“Sì… sì…” balbetto, mentre comincio ad aprire i cassetti alla ricerca dei fazzoletti.
“Trovati!” grido soddisfatta.
“Finalmente…” esclamano i gemelli starnuti, che improvvisamente sembrano essersi accorti me.
“Ma come, ma se siete appena arrivati?”
“Senti, bellezza, tra poco questa stanza sarà stracolma di starnuti. Già stare sempre in tre gemelli appiccicati non è piacevole, figurati condividere un fazzoletto con degli sconosciuti.
“Ok, ok… ecco qua”
Una bella soffiata e via.
Primo Starnuto, Secondo Starnuto e i Terribili Gemelli se ne vanno come sono arrivati.
Poi inizia la festa.

Etciù! Etciù! Etciù! Etciù! Etciù…

Buona notte

Stasera a Milano tira vento. Le tapparelle sbattono e mi agitano. Tutto in realtà mi agita.

Non leggo più i giornali, mi agitano.

I pensieri che mi assalgono prima di dormire mi agitano: gli appuntamenti da prendere, le scadenze, tutte quelle cose che sto rimandando perché mi agitano.

Nel buio sento il cane che dorme e i ragazzi che spengono le luci.

Il giorno finisce, il vicino abbassa le tapparelle ma la vicina non abbassa il volume della Tv.

Sono le undici, ho spento la mia luce mezz’ora fa. Credevo di essermi addormentata e invece la tapparella sbatte, il cane sogna e sospira, il consorte russa delicatamente e io mi ritrovo con il cellulare in mano.

Ma non ho niente da dire.

È solo un altro giorno lento che finisce. Mi piace la lentezza, non mi piace l’agitazione.

La tapparella sbatte, una sirena passa in lontananza.

In attesa di addormentarmi sono passata da qui.

Ma adesso spengo il cellulare e aspetto che venga domani.

Buona notte.

Caro Gesùmba

Caro Gesùmba,
quest’anno per Natale anziché portarmi regali, portami via qualcosa.

Portami via la mia ansia che ogni tanto mi stringe lo stomaco e mi annebbia il cervello.

Portami via il male al ginocchio. Ok, quello lo stai già facendo, ma magari potresti farlo un po’ più velocemente.

Portami via il mio parlare qualche volta a sproposito, la mia necessità di dire sempre quello che penso, le mie urlate di nervosismo, la mia poca pazienza.

Portami via i miei momenti no, quelli durante i quali io starei solo a letto convita che il mondo intero ce l’abbia con me.

Portami via la mia pigrizia, la mia indolenza, il mio rimandare.

Portami via la sensazione di non essere mai altezza, di non essere capace di fare il mio lavoro.

Portami via il senso di colpa per non fare abbastanza per la mia famiglia, per la mia casa, per gli amici, per le persone a cui voglio bene, per quelle che potrebbero aver bisogno di me e che ogni tanto faccio finta di non vedere.

Lasciami un po’ più spensierata, un po’ più di buon umore, sorridente, un po’ più leggera.

Ecco… già che ci sei… portati via anche dieci chili che potrebbe aiutare.

Grazie!
Con affetto.

Anna

No, non sto parlando di te

È già un po’ di tempo che volevo scrivere ‘sta cosa. Ma non l’ho mai fatto, perché è un tema ostico, controverso e poi perché ho paura di offendere qualcuno… Ma stamattina mentre stiravo continuava a girarmi nella testa e visto che io sono un’incontinente verbale, eccomi qui.

Sì, il tema è lui, avete capito giusto: i Novax.

Come tutti, immagino, ne conosco molti e, oltre a loro, la mia home di facebook è piena di post e commenti, che io, chissà perché, leggo avidamente. Insomma, mi sono fatta una certa cultura. E comincio ad avere una mia opinione.

Se nelle righe che seguono vi riconoscete, giuro che non mi riferivo a voi, ma a uno stereotipo che mi sono creata nel cervello. Quindi no, non sto parlando di te, sto generalizzando.

Le persone contrarie al vaccino potrei raggrupparle in tre gruppi.

Il primo è composto da quelli da sempre contrari ai vaccini, tutti i tipi di vaccino. Lo erano prima e lo sono ora. Di solito sono anche attenti a quello che mangiano, si curano con l’omeopatia, seguono filosofie antroposofiche, sono spesso vegetariani. Con loro la convivenza è pacifica, perché rodata da anni di conoscenza e con il tempo si è imparato a rispettarsi a vicenda. Inoltre, nella stragrande maggioranza, per coerenza, evitano la tecnologia, non usano i social, usano pochissimo wa per cui con loro ci si vede quasi sempre dal vivo e reciprocamente si sa bene quali argomenti evitare. Insomma, ci si vuole bene.

Nel secondo gruppo ci sono quelli contrari al vaccino per questioni politiche. In realtà loro non sono contrari al vaccino in se, ma all’obbligo di vaccinarsi e al green pass. Sono convinta che se avessero messo il vaccino facoltativo ma a pagamento, sarebbero scesi in piazza allo stesso modo. Sono ugualmente distribuiti tra destra e sinistra e la cosa affascinante di questa pandemia, è che me li ritrovo a condividere gli stessi post. Cioè, persone che fino al 2019 sulle loro pagine dicevano cose diametralmente opposte, adesso me li ritrovo a condividere e commentare usando lo stesso linguaggio e gli stessi argomenti. Questa cosa io la trovo interessantissima. È come se andando sempre più a destra e sempre più a sinistra si fossero ritrovati. Poi pensi che nazismo e fascismo sono entrambi nati dal socialismo e forse tutto torna (sì, lo so, è una semplificazione, non è andata esattamente così… ho banalizzato, chiedo venia, ma ci stava, vi prego non fatemi lezioni di storia).

Io queste persone, anche se non condivido le loro idee, un po’ le capisco: insomma, le imposizioni che abbiamo subito sono molte e capisco che se non se ne comprendono e non se ne condividono le ragioni di fondo, le si possa vivere come imposizioni inaccettabili.

E poi c’è il terzo gruppo, quello per me più enigmatico. Sono persone che perlopiù non si sono mai interessate di politica, del sociale, dell’ambiente, ma sono generose con amici e parenti, sempre disponibili, culturalmente preparate, spesso anche molto simpatiche. Sono spesso però persone che lungo la strada della loro vita hanno trovato degli intoppi. Persone che avevano grandi sogni ma che poi la vita le ha costrette a dei compromessi che hanno dovuto ingoiare. E che hanno vissuto questo come un’ingiustizia, un mancato riconoscimento del loro vero valore, e non come qualcosa che in realtà capita alla stragrande maggioranza della gente. Perché in fondo in fondo loro si reputano migliori della “gente”, ma incompresi.

Insomma, sono persone con un fondo di rancore, una rabbia non risolta, ma soprattutto che vivono con il dubbio che qualcuno le voglia fregare. Ho visto queste persone inizialmente condividere le proprie perplessità e andare alla ricerca di informazioni, per poi lentamente entrare in un tunnel senza ritorno. Come detto, leggo con avidità tutto il materiale novax che mi capita sottomano e so bene di cosa si tratta. Non riportano quasi mai dati falsi, ma li interpretano e li riportano in modo totalmente fazioso. Il linguaggio usato è quello tipico della propaganda e devo dire che sono abbastanza inquietanti. Rimanerne incastrati è abbastanza semplice se non si sta attenti, perché, appunto, i dati e le informazioni che riportano spesso sono fondamentalmente veri, ma abilmente tagliati e rimontati. Seguire queste persone in questi mesi è stato un po’ come assistere a un processo di radicalizzazione: se non sei più che convinto di chi sei, se non hai la giusta dose di fiducia nel mondo, rimanerne affascinati è facilissimo. Perché ti convincono che solo loro ti dicono come stanno veramente le cose, perché solo chi crede a loro è intelligente, furbo e sgamato. Tutti gli altri sono pecoroni sottomessi a dei non ben identificati poteri forti. 

Di queste persone, però, quello che mi dispiace di più, è che, come in tutti i processi di radicalizzazione, piano piano smettono di frequentare chi non la pensa come loro, si rinchiudono in chat di telegram, evitano il confronto o lo gestiscono ripetendo frasi fatte o slogan. Le guardi, parli con loro, e non le riconosci più. È un’esperienza estraniante, ti verrebbe voglia di prenderle a sberle come si fa per svegliare gli ipnotizzati, ma il dramma è che loro provano la stessa sensazione nei tuoi confronti. Vorrebbero prenderti a sberle per svegliarti da quello che loro reputano essere un nuovo sonno della ragione.

Io spero che tutto questo finisca presto. Perché voglio bene alle persone e vorrei che stessero bene. Mi urtano gli slogan di chi si scaglia contro i novax, contro chi farnetica che non andrebbero curati se si ammalassero. Il sistema sanitario nazionale cura tabagisti, alcolizzati, chi ha il colesterolo alto, chi fa vita sedentaria, perché non dovrebbe curare loro? Mi fanno tenerezza e trovo abbastanza pornografico sbattere in prima pagina ex novax dalle terapie intensive che supplicano di vaccinarsi: perché quella umiliazione? A che pro? Ma credete veramente che chi è convinto di essere vittima di un complotto ci crederà?

Il mio preferito però rimane il novax ultracattolico che è tornato positivo da Madjugorie e dopo quella esperienza ha cambiato idea: ho sempre avuto dei dubbi e delle perplessità sulle apparizioni ma dopo aver letto quella notizia comincio a credere anche io alla saggezza della madonna di Madjugorie e alla sua capacità di mandare “messaggi”.

La macellaia di libri

Per lavoro mi passano tra le mani tantissimi libri per bambini e ragazzi. Frequento molti blog di recensioni di testi e di librerie specializzate e la rivista Andersen ormai è la mia bibbia. 
Il mio modo di leggere questi testi però è purtroppo condizionato dal fatto che devo estrarre brani che abbiano certe caratteristiche e questo spesso mi priva del sano gusto che c’è nel piacere di leggere, esattamente quello che dovrei far incontrare ai bambini e alla bambine che leggeranno e lavoreranno sui libri di cui mi occupo. Facendo un paragone un po’ splatter, il mio lavoro è simile a quello di un macellaio che fa anche il cuoco: prendo qualcosa di grande, ben strutturato e complesso e lo devo tagliare e cucinare perché i bambini e le bambine possano gustarlo. Cerco sempre il filetto, ma qualche volta mi trovo a dover utilizzare le frattaglie, e così devo compensare con l’arte culinaria. Altre volte il filetto è splendido, ma a malincuore devo rinunciarci perché non mi serve, e allora prendo, che so, la lingua, pur consapevole che non sia la parte migliore, perché non voglio rinunciare del tutto a quello splendido esemplare illudendomi di far comunque assaggiare qualcosa di buonissimo.
Qualche volta la ricerca si fa disperata perché proprio non trovo quello che cerco, così abbandono i siti più rinomati e mi butto nell’archivio della biblioteca comunale digitando parole chiave a caso e passando titoli per lo più a me sconosciuti e certe volte vecchissimi. Ed è a quel punto che faccio delle scoperte inaspettate.  
Stasera mi sono trovata tra le mani un libretto pubblicato in Italia per la prima volta nel 1993. Si intitola Lettere dal mare ed è dell’autore francese Chris Donner. Scopro che in Italia è stato ripubblicato nel 2010 e scopro che è famosissimo. Ed è bellissimo. Un prezioso libricino che acquista ancor maggior valore se si pensa sia stato scritto trenta anni fa (l’edizione francese è del 1991). Come ha fatto a sfuggirmi fino ad adesso?
Sono dieci lettere che un ragazzino scrive al fratello grande dal suo soggiorno al mare dove è con la sua famiglia. Perché il fratello grande non è al mare con loro? Perché la mamma non vuole che venga nemmeno nominato? Che cosa ha fatto di così grave?  Lo si scopre pian piano in queste lettere che descrivono con ironia, leggerezza e delicatezza una vacanza iniziata nel peggiore dei modi, ma che avrà un’evoluzione inaspettata. Vi do un indizio: leggerla oggi, dopo le scene vergognose viste in Senato, è stato curativo. Ma allo stesso deprimente. Perché nel 1991 gran parte di quei senatori avevano tra i venti e trent’anni e mi dispiace che di questa delicatezza, ironia e leggerezza ne siano rimasti sprovvisti. Tutti i bambini e le bambine ce l’hanno se gli si insegna a riconoscerla.
Non voglio spoilerare nulla perché, nel caso vi imbatteste in questo libro, anche voi abbiate il mio stesso piacere nel leggerlo, ma vi anticipo che a un certo punto si parla di un muro, un muro destinato a crollare ma che verrà ricostruito. Di solito i muri hanno un valore simbolico negativo, di divisione. Qui invece rappresenta qualcosa che è sì destinato a crollare –  nonostante i tentativi disperati perché questo non avvenga – ma questo crollo sarà benefico solo perché poi il muro verrà ricostruito solido e destinato a durare nel tempo.
Purtroppo di questo libro non potrò utilizzare il filetto, dovrò accontentarmi della lingua, ma spero di riuscire a impiattarla al meglio nella speranza che qualcuno, incuriosito, si vada poi a cercare questo libro, scoprendo così questa piccola perla di affetto, accoglienza e semplicità di cui forse abbiamo tutti un po’ bisogno. 

La frustrazione

Sono passati due mesi dal dannato scoglio e uno dall’intervento.

Cammino per casa come una anziana, il ginocchio ha una forma strana, è sempre un po’ dolorante e per ora se esco preferisco portarmi la mia stampella. Lunedì avrò una visita di controllo che mi dirà se questa convalescenza così lenta è normale o no.

Nel frattempo la vita è ripresa anche se la mia assomiglia molto a quella che avevo durante il lockdown, ovvero lavoro e mangio e dormo.

Sono ingrassata di un paio di chili, sono un po’ depressa ma soprattutto molto frustrata.

Dipendo dalla famiglia per un sacco di cose, soprattutto per andare e venire dalla biblioteca, per me strumento fondamentale per poter lavorare. 

Settimana scorsa mi ha salvata una amica, che mi ha accompagnata e ci siamo fatte quattro chiacchiere. Ma di solito mi ritrovo a supplicare qualche famigliare ad andare a prendere e a restituire i libri.

La mia famiglia ha un non so che di sadico che consiste nella parola “dopo”. Non mi dicono mai di no, ma mi rispondono sempre “va bene, ma dopo”, oppure “va bene, ci vado domani”, “va bene, ma adesso devo studiare”.

E così io mi ritrovo a rinnovare on line prestiti ormai scaduti, segnarmi su foglietti i libri che vorrei prendere, perché se ne possono prenotare solo cinque e se non li ritiri quelli rimangono lì, impedendoti di prenotarne altri.

Quando la frustrazione raggiunge le stelle mi metto a supplicare, offro mance. Ma niente. È sempre “dopo”, “quando torno”, “domani”. Se insisto troppo o mi si altera la voce, mi urlano “ti ho detto che ci vado, ma non adesso”.

Ecco. Io rivoglio solo la mia vita, rivoglio semplicemente ricominciare a guidare e andare in biblioteca quando cazzo voglio e quando cazzo ne ho bisogno.

Poi però il mio pensiero va a chi sta veramente male, a chi basterebbe alzarsi dal letto, a chi veramente dipende in tutto e per tutto da qualcun altro. E non riesco a immaginarmi la frustrazione. E ridimensiono la mia. 

Per cui adesso mi metto il cuore in pace, respiro lentamente, riprendo la calma. Uno qui in casa ha detto che ci va. Adesso però deve andare in bagno. Sono quasi le quattro. La biblioteca chiude alle sei.

Fingers crossed.

(Spero non legga questo mentre è sul water, altrimenti si offende e mi dice che non ci va più)