Filodiffusione

Io vorrei il sottofondo musicale.

Quando la giornata va storta, vorrei una musica malinconica, una ballata nostalgica. Quando va alla grande, del sano rock. Se sono arrabbiata, un urlo di chitarre elettriche. Quando incontro qualcuno che non vedo da tanto tempo, tamburi e trombe. Quando sono romanticosa, violini e orchestra completa.

Sì, lo vorrei tanto.

Un po’ come quando viaggi in macchina lungo l’autostrada con i pensieri che se ne vanno per conto loro oltre il guardrail e la radio ti fa da sottofondo. O come al supermercato con la filodiffusione che ti guida nella scelta: meglio la pasta integrale o quella normale? Briochine ripiene o fette biscottate? E sotto Tiziano Ferro che ti costringe a canticchiare mentre leggi il prezzo e decidi la marca…. “e che potremmo ritornare…”

Come vorrei un sottofondo musicale che rendesse la vita che mi gira intorno un po’ come se fosse un film… Certe volte io mi immagino anche le inquadrature che farei: tanti bei film con colonne sonore strepitose.

Ad esempio, in una sera come queste, con lezioni da ripetere, compiti non fatti, ormoni che fagocitano i tuoi bambini rendendoli esseri irriconoscibili come nemmeno Alien, casa abbandonata perché anche la santa donna che ogni tanto pulisce oggi ha dato forfeit, ecco, io in una sera come questa io ci vedrei bene Psycho Killer dei talking heads…

Perché una colonna sonora io ogni tanto me la meriterei…

 

Di fiumi e di cadaveri

Cioè, dai… ma non siete un po’ stufi di essere arrabbiati? Di pensare che tutti ce l’abbiano con voi, che ci sia sempre qualcuno che vuole mettervi un bastone tra le ruote, che vi vuole male? Non avete il mal di testa a forza di scannerizzare la realtà al ricerca di dove sta la fregatura?

Non vi siete rotti le palle a stare sul greto del fiume ad aspettare cadaveri che scendono da chi sa dove? E se poi, anziché passare un cadavere, passa un motoscafo con la musica a palla e il vostro cadavere vivo e vegeto che twerka senza vergogna come se non ci fosse un domani?

Io ho voglia di ballare sul greto del fiume, fregandome allegramente dei cadaveri che passano. Anzi, invitandoli a ballare con me. Un bel festone di cadaveri danzati!

Viviamo in tempi bui, ma sta tornando la primavera, tra poco inizia il serale di Amici, siamo ancora liberi…

Poi pensi che c’è da organizzare la festa della scuola, che ancora ti chiedi “ma perché cazzo ho dato la mia disponibilità anche quest’anno”…

e sì… avete ragione voi… la vita è una merda…

 

Esercizio di memoria

Mi chiamo Anna.

Ho 46 anni, tre figli e un marito.

Faccio un lavoro che amo ma che qualche volta odio. Sottopagato e sottovalutato.

Soffro di sindrome di Stoccolma nei confronti della casa editrice per cui lavoro e sono bipolare nei confronti dei colleghi: li critico, li difendo, li comprendo, li giudico. Spesso tutto questo nell’arco della stessa giornata se non addirittura della stessa conversazione.

Ho una passione malsana per Maria De Filippi, detesto Salvini e Grillo, sono alla ricerca disperata di qualcuno da votare che faccia politica seriamente, senza urla, senza frasi fatte, con com-passione.

Preferisco gli ingenui agli scafati, sono più a mio agio nei quartieri popolari, mi piacciono le comodità.

Sono pigra, procrastinatrice, ansiosa.

Detesto i gruppi Whatsapp, soprattutto quelli dei genitori, ma non mi tolgo perché sono pettegola e un po’ masochista.

Detesto chi mi fa la predica, chi ha capito già tutto, chi ha le soluzioni in tasca, chi fa di tutta l’erba un fascio. Soprattutto il fascio. Dell’erba non so: potendo scegliere ho sempre preferito un buon bianco a uno spinello.

Mi piace viaggiare ma solo se è tutto organizzato da qualcun altro.

Vorrei capire chi parla inglese, vorrei capirlo bene, senza difficoltà.

Vorrei avere vicini di casa più simpatici.

Mi piace il blu, il cioccolato, il prosecco, la pasta al ragù.

Ok.

Ogni tanto mi fa bene ricordare chi sono.

 

 

 

L’anniversario

Due anni.

WordPress, da bravo, mi fa gli auguri per l’anniversario del mio blog.

Due anni.

Nessuna proposta di pubblicazione di un libro, nessuna intervista, nessun invito a convegni, nessun guadagno, nessun numero da capogiro di visualizzazioni.

Cazzarola… e io che pensavo di cambiare vita raccontando i cazzi miei urbi et orbi

Eppure c’è chi incontrandomi mi dice “oh, guarda che ti leggo”. E io mi pavoneggio tutta finché il consorte mi riporta alla realtà prendendomi per il culo come solo lui sa fare.

E così questo blog torna ad essere quello per cui è nato: il mio angolino per sentirmi intelligente, la mia terapia contro la solitudine della free lance, il mio piccolo megafono per dire “ehi, esisto anche io!”

Due anni.

Sono consapevole che i blog nascono e finiscono, che la gente dopo un po’ si stufa delle stesse cose e va leggere quelle di qualcun altro, scritte meglio, più divertenti, più acute, più profonde, più vere, più nuove.

Ma non importa. Il blog c’è ancora e ci sono ancora io.

Quindi buon anniversario ai miei divani, buon anniversario a me, e buon anniversario a chi passa di qui ogni tanto pensando “cià… vediamo un po’ come sta l’anna…”.

 

 

La mia generazione

Mia figlia mi detto che non legge più il mio blog perché ultimamente parlo troppo di politica. È vero?

La mia generazione aveva vent’anni quando ci fu mani pulite, è quella che ha cominciato a diffidare dei politici, ad addossare a loro la responsabilità di un paese corrotto e mafioso. La mia generazione è quella che ha creduto che la mafia potesse essere battuta e sconfitta attraverso l’impegno civile e il volontariato, schifando chi sedeva in parlamento. La mia generazione è quella che è andata a Saraievo, che ha visto crollare il muro di Berlino e la caduta del comunismo. La mia generazione è quella che ha assistito alle prime guerre nel golfo, senza capire quello che stava e che sarebbe successo. La mia generazione è l’ultima che è entrata nel mondo del lavoro pensando di poter beneficiare di privilegi che poi ha via via visto sparire, trovandosi a lavorare con chi di quei privilegi ha goduto a piene mani e poi con chi quei privilegi sa benissimo che non li vedrà mai, in quella posizione di limbo assurda dove non sai più se lottare con quelli che vogliono mantenere quei privilegi o con quelli che proprio a causa  di quei privilegi si vede negato anche il minimo delle tutele. Quella che ha fatto manifestazioni sempre pacifiche e ordinate.

Ma la mia generazione è anche quella che è cresciuta guardando Drive in, quella che ha potuto godere del benessere che i propri genitori potevano garantirgli, siamo stati la prima generazione per cui era normale, e non un privilegio per pochi, poter andare all’Università, poter viaggiare, conoscere il mondo, se non direttamente, attraverso la TV prima e con Internet poi. Quelli della mia età sono stati i primi a fare l’Erasmus e gli ultimi a fare l’Università con il vecchio ordinamento, ad avere il voto di maturità in sessantesimi. Sono stata tra gli ultimi a laurearmi alla facoltà di Magistero, a diplomarmi all’istituto Magistrale, a poter insegnare senza che mi fosse richiesta una laurea.

La mia generazione di milanesi ha visto trasformarsi il razzismo verso i meridionali in razzismo verso gli stranieri.

Abbiamo giocato giornate intere per strada da soli, siamo andati a scuola senza essere accompagnati da nessuno, abbiano fatto la spesa in negozietti a gestione familiare dove anziché pagare ci bastava dire “paga la mamma”.

La mia generazione ha creduto di poter fare a meno della politica, l’ha snobbata, l’ha lasciata in mano a gente che era ben felice del nostro disinteresse, che ha continuato così a trattarci come “ragazzini”, che ha sfruttato e si è appropriato del nostro “volontariato” per farsi una reputazione.

Fino all’estate del 2001. Quando il nostro senso civico, il nostro volontariato è stato reputato “pericoloso” e ci è stata data “la lezione” di Genova. E lì abbiamo cominciato a intuire il potere della politica, quella delle poltrone.

Eppure con i nostri sani principi abbiamo continuato ad avere tutti in casa colf, baby sitter e badanti, simbolo di estremo lusso per le nostri madri, ma pagandole rigorosamente in nero. Abbiamo cominciato a vegliare sui nostri figli come tigri travestite da chiocce mentre giocano, mentre litigano, li accompagniamo a scuola, controlliamo i diari, facciamo le pulci alle loro insegnanti, forti delle nostre lauree e delle nostre conoscenze fondate su wikipedia. Siamo diventati saccenti, egoisti, avidi, accaniti difensori di quel piccolo benessere che abbiamo ereditato dai nostri genitori ma che giorno per giorno si erode e si scioglie come neve al sole.

Il buco che abbiamo lasciato è oggi più che mai evidente, ingrandito ogni giorno dalla violenza dei commenti su facebook e su twitter. E siamo noi, quelli della mia generazione, i più cattivi, i più accecati dalla rabbia, quelli che condividono notizie assurde, accuse infamanti e infondate. Quelli che non sanno più distinguere tra una brava persona e una serpe. Quelli che si accaniscono a cercare il marcio in chiunque ma capaci di difendere irrazionalmente anche degli inetti solo perché urlano che è tutto una merda.

Al referendum alla fine ho votato sì, non perché gli slogan di Renzi mi abbiano convinta, non perché abbia cominciato a pensare che non abbia commesso errori, ma perché ho cominciato a leggere quello che pubblicavano i sostenitori del no, mi sono letta tutti i post pubblicati dai tanti amici che votano 5 stelle. Li ho letti tutti. E quello che ho letto non mi è piaciuto per niente. E ho cominciato a capire il perché del sì.

La mia generazione ha commesso il grave errore di lasciare la politica agli arrabbiati e ai mediocri. Ha commesso il grave errore di minare quel rapporto di fiducia tra elettori ed eletti che è la base fondante della democrazia. Ha lasciato solo chi meritava fiducia, lasciandolo sbranare dalle urla della gente che ancora oggi urla Barabba.

Sì, scrivo di politica. Perché conosco chi ci crede, chi non urla, chi ogni giorno viene ricoperto di insulti e nonostante questo continua a fare politica senza guadagnarci nulla, chi non ha paura del confronto, chi non ha paura del compromesso necessario per fare una buona politica che tenga presente le opinioni di tutti. Che non ha paura di chi la pensa diversamente perché sa che è proprio grazie a questo che le cose possono migliorare, chi è capace di ascoltare, di ammettere i propri errori, prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe troppo facile dire che ripongo fiducia nelle nuove generazioni perché credo che la gente della mia età abbia delle grosse responsabilità e non possa cavarsela così. Perché abbiamo capito che se vogliamo un futuro migliore per i nostri figli abbiamo il dovere di insegnare loro la bellezza della politica, del prendersi cura del bene comune di tutti e di ciascuno e che non è un vaffanculo che costruisce qualcosa di buono.

Vote for me

A quanto pare si andrà a votare. Io lo spero, veramente, così smetteranno di sfrantegare le palle con ‘sta storia che Renzi non è stato eletto… come se in Italia ci fosse l’elezione diretta del presidente, ma va bè… Comunque, io spero veramente che si vada a votare perché io di natura sono curiosa e voglio proprio vedere come la mia vita dopo queste elezioni migliorerà: da quello che dicono potrò andare in pensione prima di avere il pannolone, vedrò ridotta la pressione fiscale sulla mia misera partita iva, sparirà il lavoro in nero, verranno sconfitti i corrotti, tutti pagheranno le tasse, non verranno più fatti sbarcare stranieri approfittatori delle nostre grandi risorse e della nostra civiltà, ma solo rifugiati di dichiarata e certificata integrità morale e voglia profonda di diventare italiani, i miei colleghi under trenta verranno assunti a tempo indeterminato e potranno finalmente fare figli, i miei figli cominceranno a frequentare scuole valide, efficienti, coinvolgenti. Non ho capito bene dove metteranno le famiglie Rom, ma quella è la carta di riserva che viene giocata solo quando qualcosa va storto: un bello sgombero e siamo tutti convinti di essere amministrati da gente efficiente, dura e pura. Perché si sa, ci vuole coraggio e determinazione per sconfiggere gente che vive circondato da bambini ai margini delle città, che ruba i portafogli sugli autobus e auto vecchie da rivendere in Romania…

Che bello, si andrà a votare, le cose cambieranno.

Non vedo l’ora… Chissà perché Renzi non l’ha fatto, o meglio, chissà perché ha fatto quello che ha fatto… mah… chissà… magari è solo sadico, magari è masochista… Lasciava i rassicuranti Dalema e Bersani al loro posto e vivevamo tutti più sereni e tranquilli… Magari tornava in politica anche Bertinotti, che lui sì che è un duro e puro… Chissà come sta?

Va bè, anno nuovo, vita nuova! Il 2017 ci porterà grandi cose.

Comunque, visto che in questi giorni tutti dicono la loro, tutti hanno la soluzione in tasca per risollevare questa povera Italia, come nemmeno negli anni ottanta tutti si sentivano allenatori della nazionale, ho deciso di avanzare anche io le mie proposte. Io vorrei spendere la mia intelligenza e la mia “competenza” per la scuola. Si sa, il ministero dell’istruzione è uno dei più importanti dei governi e credo che essere madre di tre figli mi basti e avanzi per sapere tutto riguardo alla scuola e che mi autorizzi a esprimere tutto quello che mi passa per il cervello in questo fantastico mondo che è il web, dove puoi scrivere tutto quello che vuoi e sei sicuro che verrai preso sempre molto seriamente, molto di più che nella vita reale.

Quindi eccomi con le mie proposte:

  1. vietare ai genitori di accompagnare i bambini a scuola. Se ce la fanno i bambini africani a camminare per ore, soli, su strade polverose per andare in classe, possono farcela anche i nostri figli… Questo eviterebbe che i genitori si conoscessero tra loro e impedirebbe quel fenomeno che ormai attanaglia la scuola italiana: la didattica da cortile;
  2. vieterei i gruppi whatsapp sia di studenti sia di genitori. Li renderei proprio illegali, con pene per gli amministratori creatori di gruppi che vanno da 1 a 5 anni di carcere.
  3. renderei illegale la possibilità per i genitori di intervenire in qualsiasi modo sulla formazione delle classi: illegale la richiesta di una sezione, illegale la richiesta di mettere insieme bambini amici;
  4. assegnazione della scuola di competenza per estrazione. Dopodiché, organizzerei scambi di sedi scolastiche ogni anno: un anno in centro a Milano, un anno in periferia. Tessera del tram gratuita per tutti gli studenti e poi via, in giro per la città da soli verso la propria scuola. Sì, perché se un bambino africano può camminare più di un’ora per andare a scuola, direi che anche un bambino italiano può prendere i mezzi per un’ora;
  5. supporto psicologico per le insegnanti e i professori, con sportello aperto 24h con dispensario di xanax e lexotan;
  6. test attitudinario per gli insegnanti prima dell’assunzione. Utilizzerei il test delle macchie di Rorschach: se un insegnante ci vede un bambino sfracellato o un ragazzo che si trasforma in un vampiro, lo assegnerei ad altro incarico impiegatizio;
  7. corso obbligatorio per tutti i genitori prima dell’iscrizione ad ogni livello d’istruzione dal titolo “mio figlio non sono io” con approfondimenti sul tema “mio figlio non ha sempre ragione e qualche volte mi prende anche per il culo”;
  8. corso obbligatorio per tutti i genitori e per tutti gli insegnanti: “tutti i bambini sono solo bambini”.

Ecco fatto… Pare che prima delle elezioni ci sia ancora un po’ di tempo: adesso ci penso e magari mi viene qualche altra idea…

Vote for me.

Tra sì e no

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Potrei rifugiarmi nel segreto dell’urna, rimanere lì e mettere la mia crocetta in silenzio.

Tra 10 anni, quando si vedranno gli effetti di questo voto, potrei raccontare quello che voglio, salire sul carro di quelli che avevano visto lungo e fare la mia porca figura con un “io l’avevo detto…”.

Ma io non ho buon senso, non sono una persona riservata e questa non sarà ne la prima ne l’ultima volta che rischio di fare una figura di merda, per cui ecco qua la mia dichiarazione di voto.

Fino a qualche tempo fa ero convinta di votare NO. Bè, fa parte della mia natura: non amo i cambiamenti, non riesco a buttare via i vestiti vecchi, i disegni dei bambini, gli scontrini… figuriamoci gli articoli della costituzione… Inoltre su facebook leggevo post convincenti di gente che mi piace e stimo. Renzi, sì… insomma… non è che mi fidi del tutto di lui e dei suoi modi un po’ Silvieschi…

Poi, però, altre persone che mi piacciono e che stimo, hanno cominciato timidamente a dire che forse… magari… ci stavano pensando… insomma… che avrebbero votato sì…

A quel punto ho cominciato a vacillare nelle mie convinzioni, ho cercato di capire quali saranno ‘sti benedetti cambiamenti e mi sono resa conto che in fondo in fondo non erano per me così assurdi, che le paure di chi sosteneva il no, non erano tanto nel cambiamento in sé, ma sul come i futuri governanti avrebbero potuto girare a proprio favore le nuove regole. E così il dubbio mio si è allargato, e ho cominciato a leggere di tutto. Ho scoperto di provare profonda antipatia per tutti quei sostenitori del no che con arroganza e millantata superiorità intellettuale non lesinano saccenti commenti sotto tutto quello che riporta la scritta Sì, fosse anche la pubblicità della catena dei supermercati. Ho scoperto di trovare veramente umiliante la campagna del Sì, che con quattro slogan chiaramente semplicistici e furbetti cercano smaccatamente di accaparrarsi voti. Ho trovato condivisibili alcune ragioni del No e allo stesso modo alcune del Sì.

Non sono una costituzionalista, non ho la sfera di cristallo, non amo gli slogan e le frasi ad effetto e allora ho cominciato a cercare illuminazione da chi so che ha un cervello e lo sa usare. Ma anche da lì nessun aiuto: Roberto Saviano si sfila dalla discussione, Emma Bonino dichiara il sì ma non certo per questioni “costituzionali”, come non sono costituzionali molte ragioni di chi vota no.

E quindi mi rivolgo alla lettura di quegli articoli che da sempre sostengo siano gli unici a dire qualcosa di certo e vero, prima ancora che “Man in black” lo rendesse di dominio pubblico: gli articoli di gossip.

E qui, apriti cielo, la mia confusione arriva all’apice: avrà ragione il creatore di Montalbano (no) o colui che l’ha reso vivo (sì)? Ne saprà più Paolo Sorrentino (sì) o Tony Servillo (no), esperti di decadenza e bellezza italiana? Chi mi ha intrigato di più ne “L’ultimo bacio”, di chi mi fido di più, del furbetto Stefano Accorsi (sì) o del dannato Claudio Santamaria (no)? Sulla questione ne può sapere di più Roberto Bolle (sì) o Paolo Rossi (no)?

Mah…

Mancano quindici giorni e quello che ho capito è:

– che qualcosa va fatto per snellire un sistema pachidermico perché altrimenti le soluzioni che si troveranno in futuro saranno sempre più ingiuste perché dettate dall’emergenza e realizzate e in base all’arroganza e alla prepotenza di chi verrà a governarci,

– che sicuramente la riforma non è la panacea di tutti i guai dell’Italia e che anzi potrebbe avere una deriva autoritaristica,

– che Renzi, sì… insomma… che Renzi ha qualche problema con il suo ego…

– che Renzi, è l’unico che è riuscito ad arrivare almeno a un referendum costituzionale e con una proposta concreta da sottoporre a noi poveri elettori,

– che il problema in Italia non sono le leggi, ma la creatività con cui vengono applicate,

– che questo referendum è stato snaturato, strumentalizzato, caricato di significati che non gli appartengono.

Ecco, dopo questa lunga premessa credo sia chiaro cosa voterò…

Quindi, se lo avete capito, per favore ditemelo!!

I diritti delle bambine

Non lo faccio mai ma oggi ho cambiato la mia immagine di Facebook con uno dei modelli proposti per celebrare la giornata delle bambine e delle ragazze contro gli abusi, le discriminazioni, le mutilazioni, i matrimoni forzati.

Mi è piaciuta l’idea e l’ho fatto.

Essere una bambina oggi è ancora difficile, se non drammatico, in molte parti del mondo e per alcuni aspetti lo è ancora anche in Italia.

Eppure dovrebbe essere bellissimo. Essere femmine, intendo.

Dovrebbe essere un privilegio.

Poter scegliere quale femmina essere dovrebbe invece essere un diritto.

Potrei partire con un lungo elenco di caratteristiche femminili eccezionali, ma mentirei. Le donne per me non sono tutte multitasking, non sono tutte empatiche, non sono tutte affettuose, non sono tutte generose, materne, organizzate, truccate. Figuriamoci che conosco anche qualche stronza, qualcuna che cucina proprio di merda e qualcuna con un senso materno così sviluppato che non la augurerei nemmeno a una piantina grassa…

Io sono convinta che i bambini e le bambine siano diversi: usano linguaggi differenti, crescono con tempi differenti. Eppure a ben vedere sono molto simili: litigano, fanno la pace, si fanno i dispetti, si cercano, si odiano, si amano.

Ecco, io proprio non mi capacito del perché alle bambine prima, e alle ragazze poi, debba essere imposto un destino segnato dalla sottomissione, o comunque dall’inferiorità rispetto agli uomini, indipendentemente dalle capacità e dalle risorse di ognuna.

Non mi capacito del fatto che ancora oggi molte bambine non possano avere il diritto di desiderare per se stesse molto di più di una vita pesata e calibrata solo rispetto agli uomini.

Mi chiedo perché un uomo venga sempre valutato in base al suo coraggio, la sua intelligenza, la sua forza, e mai, dico mai, venga giudicato su come si comporta con le donne. Perché, al contrario, una donna debba invece sempre essere giudicata su come si pone difronte agli uomini: oca se ti mostri, frigida se non ride alle battute volgari e sessite, puttana se vai con tanti, santa se non ci vai o al massimo concedi l’esclusiva a uno solo. E questo vale per l’operaia, per la casalinga, per la manager, l’attrice, la politica.

E che palle!

Perché quando si vuole insultare una donna la prima cosa che viene detta è “puttana”? Eppure sono loro, gli uomini, quelli che sembrano ossessionati delle tette e dai culi, loro quelli a cui evidentemente basta vedere un pezzettino di coscia o un sorriso di troppo per interpretarlo come un invito a letto. Perché sono così bramosi dei loro corpi al punto da ritenerli loro proprietà?

Perché, allo stesso tempo, gli uomini temono così tanto le donne? Perché quando vacillano e vogliono dimostrare la loro forza le prime a farne le spese sono sempre loro, le donne? Perché?

Non credo che le donne siano migliori degli uomini, credo invece che insieme, uomini e donne, potrebbero fare grandi cose.

La strada è ancora lunga, in alcuni posti direi che si fa fatica anche solo vederla questa strada. Ed è per questo che c’è bisogno anche di giornate come questa, c’è bisogno di gente che si batta perché tutte le bambine possano un giorno essere dove e con chi vorranno essere.

Però sono femmina, ho una figlia femmina e so come funziona: per quanto la strada sia lunga, intricata, difficile, le bambine sanno sempre camminare.

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Chiacchierare

Io parlo.

Parlo tanto.

Racconto, spiego, apro parentesi, descrivo dettagli. Se sono molto coinvolta mi mangio le parole, un po’ perché la testa va più veloce della bocca, un po’ perché ho paura che il mio interlocutore si stufi e se ne vada prima che io finisca.

Parlo e se vengo interrotta da qualcosa o da qualcuno, ho paura di perdere il filo, ho paura che chi mi ascolta perda il filo.

Certe volte, lo giuro, io mi accorgo che chi mi sta difronte sta cercando disperatamente una via d’uscita, che non ne può più di me e dei miei racconti, ma io proprio non ce la faccio a mollare senza aver prima finito il concetto.

Poi, improvvisamente, le mie forze vengono meno, il cervello si annebbia, mi sento disidratata e mollo la presa. E mi ritiro in buon ordine in posizione di ascolto. Immagazzino informazioni, aggiorno i dati, li collego ad altre informazioni, cancello quelle sbagliate. Insomma, preparo il materiale per quando ricomincerò a parlare.

Qualche volta, al contrario, mi capita di non aver proprio niente da dire a chi mi sta difronte. E sinceramente non mi interessa nemmeno molto quello che costui avrebbe da dirmi. E così sono io quella che vorrebbe disperatamente scappare, quella che cerca una via d’uscita. Ma questo non molla proprio la presa, vuole per forza finire il concetto, lo vedo innervosirsi se viene interrotto, ha paura di perdere il filo, ha paura che io perda il filo.

Ogni tanto però sono fortunata e mi imbatto negli “ascoltatori”. Gli ascoltatori sono quelle persone che sembrano veramente interessate a quello che dici, si ricordano quello che gli avevi raccontato tempo fa, hanno i tempi giusti per farti delle domande, ti raccontano a loro volta cose interessanti, e le raccontano bene, con ironia e intelligenza. E così io ascolto, memorizzo.

Mi piace chiacchierare, mi piace un sacco. Mi piace anche la parola: “chiacchierare”…

Oggi ho cercato di spiegarlo al computer, ma lui niente, impassibile. Allora sono andata fino al bancomat per prelevare, ma macché, era fuori servizio. Ho provato con la cassa automatica del supermercato mentre pagavo la spesa, ma niente. Poi è arrivata una piccola boccata d’ossigeno con un’amica davanti a un caffè mentre uno dei tre nuotava in piscina, ma bevi tenendo d’occhio l’orologio e quando vedi il fondo della tazzina è già ora di andare. Ci rinunci in partenza all’ora di cena, perché la stanchezza arriva davanti al piatto di minestrone, tante voci da ascoltare, la giornata di domani da organizzare, incastri, orari, chi prende, chi porta.

E poi finalmente arriva la sera, finalmente tutti a letto, la tv della vicina in sottofondo, la lampada che illumina il tavolo, il resto della casa buio, il respiro pesante di chi già sogna, tu che ti fingi ancora in forze e cerchi di lavorare un po’.

E pensi che in fondo quello che davvero ti manca della tua vita precedente da dipendente è solo e soltanto una dannata macchinetta del caffe davanti alla quale spettegolare.

Da mamma a madre

Da due settimane ho smesso di essere “mamma” e sono diventata “madre”.

Questo è quello che succede quando la prole va al liceo.

Non sei più la “mamma di” ma diventi la “madre di”.

Posso illudermi quanto voglio, ma “mamma”, ché ché se ne dica, non è sinonimo di “madre”. “Mamma” è dolce, tenera, affettuosa, sottintende amore, accudimento, protezione. “Madre” invece… madre è dura, distante, seria e severa.

“Mamma” è giovane, “madre” è… matura.

Il passaggio da “mamma” a “madre” è improvviso, inaspettato e non subito lo percepisci: capisci che c’è qualcosa che non ti torna ma all’inizio fai fatica a focalizzare. Poi, pian piano, realizzi che  la donna che i tuoi figli definivano la “mamma” del loro amico, improvvisamente è diventata la “madre di”, detto sottolineando quel suono duro finale “dre”.

Ti ritrovi in meno di un mese catapultata in un mondo al quale noi eri pronta, trascinata in un vortice dove tu dovresti essere il faro illuminante e invece non sei altro che una poveretta che assiste a degli avvenimenti. Ti ritrovi a credere di essere ancora quella che dà e nega permessi, quando in realtà nessuno te li sta più chiedendo. Ti stanno solo informando. “Rimango fuori a pranzo”, “vado al collettivo”, “devo studiare”, “esco” non hanno più un punto di domanda, sono affermazioni. E tu balbetti un “va bene…” cercando di dirlo prima che la porta si richiuda per avere l’illusione di essere stata tu a dare il benestare.

La mamma semina, la madre raccoglie. La mamma dice sì o no, la madre al massimo cerca di capire, discutere, far ragionare.

E sai bene che questo non è che l’inizio.

Però di figli nei hai tre, e per uno di questi sei ancora la “mamma”, quella che passa due ore al parchetto a guardarlo giocare. Nonostante lei abbia freddo. Nonostante non ci sia nessuno con cui chiacchierare perché le altre “mamme” del parchetto hanno altre età e altri giri. Nonostante a casa ci siano le bozze da lavorare e i panni da stirare.

E per un attimo, giuro per solo un attimo, ti passa per il cervello l’idea di fargli una proposta: “tesoro, non è che hai voglia di andare al collettivo così io torno a casa?”