Le certezze della vita

Avevo poche certezze nella mia vita: sarei rimasta zitella, i bambini non facevano per me, non mi piacevano gli animali.

Il consorte e tre figli hanno infranto le prime due. Mi era rimasta una sola certezza: non avrei mai avuto un animale in casa.

Non ho mai sopportato l’espressione “mamma umana”, trovo nauseante l’odore di cane bagnato, disgustoso raccogliere merda per strada, fastidiose le leccate umidicce, imbarazzanti le annusate tra le gambe, orribili le pisciate per strada e sulle ruote della mia macchina, sfigati quelli che escono con qualsiasi tempo a far fare pipì al quadrupede ad orari da piumone. 

Da dieci giorni lavoro con lui sotto il tavolo. E mi ritrovo invischiata nelle succitate cose.

Mi chiedo a intermittenza “chi me l’ha fatto fare?”. Depressione da pandemia? Convivenza forzata con altri tre “animali” in gabbia? Paura che non sarei più uscita di casa? Una scusa per riprendere a camminare? Averlo conosciuto ed essermi resa conto che in fondo non era impossibile? Vedere il consorte finalmente felice? Non trovo risposta.

Dopo averlo vegliato dopo l’intervento di sterilizzazione, aver avuto il responso degli esami del sangue, trovato finalmente delle crocchette di suo gradimento che lo rimettano in forma, ancora alla ricerca di un modo per far sì che sia io a decidere che strada bisogna fare e per fargli capire che con noi non si va a caccia di uccelli, piccioni e topi, nell’attesa che arrivino i documenti che ne sanciscano definitivamente l’adozione, mi rimane un solo buon proposito: “mamma umana” anche no. Spero con tutto il cuore che non me lo sentirete mai pronunciare.

La flemma

In queste serate in cui tireresti la testa contro il muro, che daresti un braccio pur di riavere almeno la parvenza di una vita normale, un dito in cambio di una poltrona in un cinema, una mano per una birra in un locale affollato, una gamba per un abbraccio a una amica, un orecchio pur di non vivere più al centro della pandemia, in questa cazzo di provincia sempre colorata di nero nei grafici, ecco, in queste serate ti consoli con i film che vedi sull’IPad con le cuffie, mentre accanto a te tuo figlio ne vede altri sul suo tablet con le sue cuffie, che già detta così rende l’idea della disperazione. Non bastasse, su Netflix hanno avuto la bella idea di mettere tutti i film di Muccino, tra cui anche “Ricordati di me”. E così te lo rivedi. E sì che lo hai visto più volte, ma sono passati almeno 10 anni dall’ultima. Lo rivedi come se fosse la prima: quello che aveva attirato la tua attenzione le altre volte (la storia dei figli) passa in secondo piano, anzi, le skippi proprio (benedetto tablet) e ti concentri solo su loro, i grandi. L’ultima volta i personaggi di Bentivoglio e della Morante ti erano apparsi vecchi e patetici, esagerati, egoisti, caricaturali. Oggi invece te li ritrovi li, e per la prima volta li capisci. E non li trovi esagerati. E non li trovi egoisti. Li capisci veramente. E non sai più se è la depressione da pandemia o sono solo i tuoi cinquant’anni. Peccato che Monica Bellucci non sappia recitare e che la Morante parli strano, ma per fortuna c’è Bentivoglio e la sua flemma. Quella che vorrei ogni tanto anche io.

La flemma.

Effetti della pandemia

Succede che Myss Keta esca con una nuova canzone con una strofa in greco antico. Succede che durante la DAD (o DDI che dir si voglia) tra compagni qualcuno proponga “oh, mandiamolo alla prof”, ma poi nessuno abbia il coraggio di farlo. Succede che l’ora dopo, durante educazione fisica, la temutissima prof di greco mandi un messaggio alla classe: “Anche Myss in mezzo a noi”. La temutissima prof di greco ha anticipato i diciassettenni.

Ed è tripudio.

Attraverso fratelli e amici di amici, succede che qualcuno lo faccio sapere alla Myss e che lei ringrazi con un audio dove si congratula con la prof definendola “avanguardia pura”.

A Milano succede anche questo. La temutissima prof di greco e Myss Keta. Effetti della Pandemia. Non so come ne usciremo e se ne usciremo, ma la giornata di oggi, tra tante uguali chiusi in casa davanti a uno schermo, ha avuto il suo brivido. 😃

Brad, Jennifer e Angelina

In questi giorni così complicati, dove tutto è difficile, uno sopravvive come può. Non sai più se quello che ti mette più ansia è la claustrofobia o la fobia sociale, se ti mette più angoscia non poter vedere nessuno, o l’eventualità di incontrare qualcuno.

Comunque, in questa epoca ciò che ci distrugge ma allo stesso tempo ci salva sono solo loro: internet e i social. E mentre vedo video rilassanti che mostrano gente che taglia gomma o macchinari che fanno colate di cioccolata, mi imbatto in un video montaggio che riassume gli ultimi 25 anni di Jennifer e Brad. Il mio cervello ormai provato da mesi di focacce, pizze, prosecco e liquore alla liquirizia, parte con la domanda delle domande: perché Brad lasciò Jennifer? Ok, la risposta la sappiamo tutti: Angelina. Ora, ovviamente io non conosco Brad, Jennifer e Angelina, non so come siano nella loro vita reale, se sono persone semplici, contorte, simpatiche, ossessive compulsive, ma da quello che si evince dalle loro immagini pubbliche la domanda della vita è questa: perché gli uomini subiscono il fascino delle donne contorte? Angelina era bellissima, ma lo era anche Jennifer. Jennifer era solare, trasudava simpatia, Angelina invece era seria, ombrosa, distaccata. E Brad lasciò Jennifer per Angelina. Lasciò il sole per il mistero. Io mi immagino Angelina che si cura con confettini omeopatici, sedute di meditazione e che si realizza totalmente nel suo ruolo di madre figliocentrica. Dall’altra parte mi immagino Jennifer che si gode la vita, gli amici, e che non si è certo lasciata distruggere dall’abbandono del bel Brad.

Tutti sappiamo poi come è finita: Angelina, dopo 6 figli tra naturali e adottati, lasciò Brad, accusandolo di non essere un buon padre, di essere alcolizzato, violento… Per chi ha la mia età Brad rimane uno stragnocco intoccabile, e a quelle accuse ha sempre fatto fatica a crederci. O meglio, crede alle accuse ma si chiede perché quello splendore si sia così rovinato. Poi una sera ritorna lei, Jennifer, dopo quindici anni lo rincontra, lo saluta e Brad torna a splendere. Sono ora amici, e hanno il coraggio di scherzare e ammiccare davanti a milioni di persone. Quindi la domanda è sempre quella: che cosa spinge un uomo a preferire le contorte, le maniache, le ossessive? Certo, spesso sono bellissime, ma il mio studio personale sulle casistiche che ho incontrato nella mia vita, mi ha portato a concludere che l’uomo medio non ama particolarmente le donne simpatiche, con un forte senso dell’umorismo, quelle solari, sorridenti. Per queste ci vuole sempre un uomo che sia tutt’altro che medio. Nella mia esperienza, le più simpatiche, le più argute o sono single o hanno accanto uomini fuori dal comune. E Brad, questo lo dobbiamo ammettere, seppur bellissimo, non ha mai dato l’impressione di essere particolarmente intelligente, o forte o arguto. Jennifer poi ha avuto altri compagni e forse altri mariti, (non mi sono ben informata in proposito) ma sicuramente tra i due è quella che ha sempre camminato a testa alta.

Quindi, in questa serata milanese, nel silenzio del coprifuoco, dove a ogni sirena di ambulanza ho un sussulto, la mia domanda è: io sono una simpatica che è stata fortunata a trovare uno che se la pigliasse ma il cui destino sarebbe stato in realtà la singletitudine, lasciata e abbandonata sempre in favore di donne più contorte, più belle e più stronze, o sono una pazza ossessiva compulsiva con accanto un poveretto? Non essendo bellissima, conto sul fatto di aver avuto solo una gran botta di culo ad aver trovato uno che tanti anni fa ha avuto la pessima idea una sera di pioggia di accompagnarmi a casa e rimanere.

E con questi pensieri vado a dormire ormai certa che questo 2020 lascerà segni indelebili sulla mia sanità mentale. Buona notte Brad, e grazie per i tuoi film.

Ps: se si legge il tutto invertendo i generi credo che il risultato non cambi, funziona allo stesso modo. Mi hanno insegnato a fare così quando devo verificare se un testo contiene stereotipi di genere. Quindi, sappiate che se Brad fosse stato Brenda, Jennifer Gianni, e Angelina, Angelo, era la stessa cosa: le donne spesso scelgono i contorti, gli ossessivi, e gli stronzi e lasciano i simpatici, gli arguti e quelli pieni di senso dell’umorismo. Ma qui parlavamo di Brad, Jennifer e Angelina. Ok, vado a dormire, domani giuro che torno un essere pensante.

Come bottiglie di coca cola

Riassumendo: non possono andare ai concerti, non possono andare a ballare, non possono pogare, non possono viaggiare, non possono giocare a calcetto o a basket con gli amici, non possono fare le feste, non possono suonare e non possono cantare in gruppo, non possono chiacchierare con una birra in mano, non possono fare l’intervallo in corridoio, vengono registrati ogni volta che vanno in bagno, meglio se non prendono i mezzi pubblici, che usino sempre la bici, non possono baciarsi, abbracciarsi, darsi il cinque. Niente feste dei 18 anni, niente gite scolastiche, uscite didattiche, laboratori. Spazi di aggregazione chiusi, gruppi consentiti solo se organizzati, distanziati, con autocertificazione e adesione al protocollo. Sono sempre coperti da una mascherina, che, per carità, alcune sono fighissime e qualche volta vanno anche bene per coprire l’acne, ma toglie il gusto e la soddisfazione di truccarsi, di sentirsi belli, di riconoscersi. Basta un compagno di classe positivo e vengono rinchiusi in casa per 14 giorni, mentre i loro genitori, giustamente, continuano a lavorare, a usare i mezzi pubblici, a fare la spesa. Stanno a casa loro per far uscire noi. Tutto giusto, ovviamente, meglio che andare in guerra. Eppure sono visti loro come “gli untori”, gli irresponsabili, gli “egoisti”. Mi sorprende chi si sorprende che siano aumentati i casi di  vandalismo, di delinquenza. Il problema c’era già con i ragazzi, ed era in crescita: abbandonati, annoiati, senza progetti seri e fantasiosi che li riguardassero, solo con divieti che a una certa età (ma forse a tutte le età) non sono altro che un invito a violarli. 

Due anni per noi vecchi non sono nulla, ma sono un’eternità se hai dai 13 ai 20 anni. Chiudete gli occhi e ripensate a voi stessi a quell’età. Ma non la ricordate quella sensazione di claustrofobia quando stavate in casa? Non ricordate la rabbia, l’insofferenza? Non aspettavate con ansia l’uscita con gli amici, che comunque arrivava ogni venerdì e sabato sera? Non cominciavate a progettare il vostro viaggio estivo a ottobre? Non spulciavate le riviste per essere aggiornati sui prossimi concerti? Quando avete conosciuto i vostri più cari amici? Sì, quelli che vi sono durati una vita e durano tutt’ora? Dove li avete conosciuti? Come li avete conosciuti? Che cosa avete fatto insieme che vi ha reso così amici? È vero, hanno strumenti che noi non avevamo e li sanno usare molto meglio di noi. Comunicano, si innamorano, si vedono, guardano film, concerti, ascoltano musica, ma fanno tutto chiusi nella loro stanza e noi, anche sembra una follia anche solo pensarlo, adesso siamo sereni e sollevati se li sappiamo chiusi lì dentro.

Quando avremo finito di agitare e sconquassare tutte queste giovani bottiglie di coca-cola, aspettiamoci il botto. Ma vi prego, quando sarà, perché è una certezza che avverrà, non siatene sorpresi. 

Sarà l’autunno

Sarà l’autunno, sarà l’ansia da pandemia, sarà che ho ricominciato a lavorare tanto, sarà che quando cerco foto o lavoro sugli impaginati posso anche ascoltare la musica, sarà la malinconia che mi hanno regalato i miei cinquant’anni, sarà che ho figli di diciassette, diciotto e quasi tredici anni… sarà colpa di Spotify che ogni tanto azzecca il tuo stato d’animo… fatto sta che qualche giorno fa sono entrati nelle mie orecchie i Kodaline, gruppo irlandese di cui ignoravo l’esistenza. Ed è arrivata una canzone, “High hopes”. Il video ha come protagonista un attore attempato ma strafigo, e nemmeno lei è giovanissima, ma bellissima. Il video inizia con un tentativo di suicidio e si conclude con due sanguinanti sull’asfalto, tanto per inquadrare il feeling… comunque, sarà che mi ha dato sollievo vedere una storia d’amore che non ha come protagonisti sgallettati che ormai guardo solo con sguardo materno, ma erano anni che non ascoltavo una canzone a ripetizione, senza riuscire smettere. La musica si è rimpossessata di me. Non so se a voi succede, ma certe volte mi entra proprio nella pelle, nel cervello, batte proprio come il cuore. Saranno gli accordi in minore, sarà il basso, sarà la ballata, ma tutto quello che vorrei è sapere bene l’inglese per cantarla a squarciagola, su una spiaggia, in montagna, davanti a un fuoco, con qualcuno che la canti con me con lo stesso entusiasmo.

Sarà un lungo inverno, ci sarà bisogno di un sacco di musica.

Due ombrelloni Algida

Oggi la situa era questa: affollato ma dignitoso. Poi sono arrivati loro: due ombrelloni algida, una borsa frigo anni novanta, un accento campano, un materassino viola, una macchina fotografica e sette giovani esseri umani. Hanno sistemato più o meno ombrelloni e asciugamani, hanno discusso per i panini, hanno condiviso il materassino viola, si sono fatti le foto. Andavano e venivano dai bagni in mare. Sette ragazzi tutti diversi fisicamente: uno grosso, uno magrolino, uno chiaro chiaro, l’altro scuro scuro, uno bassino, uno con i capelli rossi, uno con la macchina fotografica al collo. Avessi compreso tutto quello che dicevano, sarebbe stato più divertente. E avrei saputo di più sulle loro vite. Non c’erano ragazze con loro: età stupida quella in cui l’apparenza, la sicurezza di se e il rientrare in certo canoni apre più facilmente i cuori del gentil sesso. Alla fine mi sono pentita di averli guardati malissimo al loro arrivo, quando mi sono resa conto che si stavano accampando proprio intorno alla nostra postazione e un po’ troppo vicino secondo il mio concetto di “spazio vitale”. Loro però non hanno fatto una piega: troppo presi dal godersi il mare, forse non si sono nemmeno accorti della mia presenza. Non hanno mai alzato la voce, non sono mai stati molesti. Avevano un non so che di malinconico, che cozzava con gli altri bagnanti, in gran parte coppiette sbaciucchiose abbronzate e tatuate. Quando siamo andati via loro erano ancora la. Quello chiaro chiaro stava all’ombra perché nel frattempo era diventato rosso rosso. Spero abbiano una vita felice.

La spiaggia di oggi.

Ma l’anno prossimo…

Mentre bevo il vino che ci hanno regalato, guardo le stelle. Se non ci fosse un bel albero di pere davanti a me, laggiù in fondo, tra le colline, potrei vedere il mare. Domani riprenderemo il nostro viaggio verso sud. Un viaggio strano, fatto di controlli della temperatura prima di entrare al museo, prima di entrare in pizzeria, di igienizzanti distribuiti un po’ ovunque, di mascherine indossate e tolte frequentemente, di continuo calcolo mentale delle distanze “sarò troppo vicina” “qui c’è troppa gente?” “Ci spostiamo più in là?” “I tavoli della pizzeria sono abbastanza distanti?”

Che estate strana. In questo paesino sperduto un bambino piange e fa i capricci, la madre urla più forte di lui. Io non riesco a dormire. Domani ripartiamo. I ragazzi viaggiano con noi ma continuano a ripeterci che questa è l’ultima volta. È un continuo “ma l’anno prossimo…” Intanto però siamo qui. Quando abbiamo capito che forse non era il caso di andare all’estero, ci siamo detti: andiamo a vedere posti in Italia che non abbiamo mai visto. O quest’anno o mai più. E siamo partiti puntando verso sud. Le spiagge sono affollate di gente che forse come noi ha rinunciato alla Grecia. O forse queste spiagge sono sempre così. I musei e i luoghi di interesse artistico invece sono più che vivibili e sono bellissimi, con poche code nonostante gli ingressi scaglionati.

O forse sono sempre così.

Domani riprendiamo il viaggio. Con un occhio a quello che sta succedendo, con la consapevolezza che se butta male si gira la macchina e si torna a casa, cerchiamo di goderci le nostre brevi vacanze. Perché sarà un inverno lungo.

Ma l’anno prossimo…

Cinquanta

Alla fine li ho compiuti. I cinquanta, intendo.

Ed è andata come volevo. Niente feste, ma tanti auguri. Qualcuno mi ha scritto come avrebbe festeggiato pensando a me e sono stata felice.

Un’amica, ignara che fosse il mio compleanno, mi ha portato fuori a bere un aperitivo. Ce la siamo chiacchierata in un cortiletto di un localino con pareti di plexiglas tra un tavolo e l’altro. La mamma mi ha preparato gnocchi, vitello tonnato e zuppa inglese.

Il giorno dopo la signora che mi pulisce casa mi ha portato una vagonata di spaghetti di soya e riso fatti alla filippina.

La mia famiglia mi ha regalato i biglietti per un concerto il 17 giugno 2021 regalandomi così una prospettiva verso un futuro roseo. Alcune amiche mi hanno comunicato che a settembre mi porteranno via per un we: hanno pensato a cosa gli sarebbe piaciuto fare pensando a me e alla fine hanno deciso di invitarmi! 🙂

Mio fratello mi ha fatto recapitare un mazzo di 50 rose: non avendo un vaso abbastanza grande, le ho suddivise in due vasi, uno con 30 e l’altro con 20.

Ed è stato proprio guardando questi due vasi che ho fatto la pace con questi dannati 50. Li ho guardati da un’altra ottica e ho capito perché non me li sento.

La questione è questa: quando ero bambina pensavo che quando nel 2000 avrei compiuto 30 anni, sarei stata vecchia. E invece a 30 mi sentivo come una ragazzina che ha appena conquistato la propria libertà. Una casa tutta mia, un viaggio in Africa, viaggi in moto. Negli anni successivi l’arrivo dei figli e una vita così piena e così intensa non mi hanno lasciato il tempo nemmeno per fermarmi a pensare che forse ero un po’ stanchina. Tra i 30 e i 40 la mia vita si è rivoluzionata più volte: io, artefice del mio futuro, mi sentivo fortissima.

Poi nel 2010 tutto è crollato. Non ho avuto il tempo, la forza e la lucidità mentale di soffermarmi sul fatto che stessi compiendo 40 anni: troppe cose erano successe nei mesi precedenti e il più bel regalo fu la scoperta degli ansiolitici.

I dieci anni successivi sono rotolati via veloci tra alti e bassi. Non più ingenua, ma nemmeno “vecchia”, ho corso ma mi sono goduta il paesaggio. Gli ansiolitici sono per lo più rimasti sul comodino, ma sono stati pronti a intervenire nel momento del bisogno.

E arriviamo a oggi. In questo 2020 folle e disperato. E io non ci posso credere che da un paio di giorni se mi chiedono quanti anni ho, devo rispondere 50.

Perché io mi sento tanti altri numeri: io sono 23 quando guardo il consorte, io sono 35 quando sono al lavoro, io sono 17 quando spettegolo con le amiche, 16 quando ascolto canzoni strappalacrime, sono 12 quando mi arrabbio e mi offendo, sono 5 quando ho davanti una torta al cioccolato, sono 85 quando penso a tutte le persone che ho incontrato sulla mia strada, quelle a cui ho voluto bene, quelle che ho perso, quelle che ho scoperto, quelle che mi hanno voluto bene, quelle che mi hanno ferito e quelle che ho ferito.

Quindi tanti auguri a me, a questo numero che in fondo non significa niente e allo stesso tempo significa tutto.

Mi guardo allo specchio e appena sopraggiunge lo sconforto difronte al decadimento che vedo riflesso e che nasconde quello che io fui a vent’anni, la saggezza dei 50 corre in mio soccorso: “Goditeli Anna, perché tra dieci anni sarai messa peggio”.

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Sigla

Il mio film inizia così.

Primissimo piano su un piede e sulla sbucciatura causata evidentemente dai sandali, che sono gettati sul pavimento e si intravedono. Il primissimo piano si sposta sul viso e indugia su alcuni dettagli: le rughe d’espressione, i pori dilatati, le sopracciglia non fatte a regola d’arte, un occhio chiaramente non truccato, le labbra sottili che si morde.

Ha un orecchino nella parte alta dell’orecchio: non è un vero piercing, e infatti lei se lo toglie con gesto stizzito.

Si alza. L’inquadratura è sempre un primissimo piano sul piede sanguinante che cammina sul parquet. Entrata in bagno. Il dettaglio inquadrato ora sono le mani che aprono una scatola sotto il lavandino: ci sono dentro medicinali alla rinfusa. Le mani cercano creando ulteriore disordine nella scatola. Si soffermano su una scatoletta: è un prodotto per le verruche scaduto nel 2012. Lo guarda, ci pensa un attimo e lo rimette nella scatola. Il primissimo piano delle mani mostra due braccialetti etnici (che nascondono solo in parte una ciste tendinea sul polso) e due anelli nell’anulare sinistra: un anello chiaramente antico, di quelli tipici ereditati dalle nonne, e una fedina blu con brillantino.

Finalmente li trova. I cerotti. Si siede sul water, ne scarta uno e se lo mette a coprire la lesione sul retro del tallone.

“Fanculo”

Si alza. Si guarda allo specchio.

Adesso l’inquadratura mostra tutto il viso in primo piano: cinquantenne, non bellissima, non truccata, con un disperato bisogno di un parrucchiere. Lei si osserva con aria sconsolata. Si fa delle facce. Sorride. Aggrotta la fronte. Si osserva i denti.

“Fanculo”

Adesso sul sottofondo si sentono delle grida provenienti da qualche parte nel condominio: sembrano ragazzi che giocano ai videogiochi o che guardano una partita. Lei chiude gli occhi e conta fino a tre. Al tre si sente un’atra voce, questa volta una voce maschile, di anziano, che urla “Aalloraaaa! Baaaasta! Maleducati”. Lei, contemporaneamente, a occhi chiusi, pronuncia le stesse parole facendone il playback.

Riapre gli occhi, si riguarda allo specchio con aria sconsolata.

“Fanculo”

Sul sottofondo continuano gli schiamazzi e le urla del vicino, ma vanno dissolvendosi lentamente. Lei torna nella sua stanza. Ci sono i sandali gettati sul pavimento, sul letto ci sono dei libri, una borsa e dei plichi di fogli: sembrano bozze. Si siede a una scrivania verde, davanti ha un computer Mac: il video è grande e si intravedono pagine di lavoro. Sembrano libri di scuola, testi per ragazzi e bambini.

La stanza ha le tapparelle abbassate, è chiaramente estate e fa caldo.

Scrive per qualche secondo, poi cancella.

Poi riscrive. Poi si prende la testa tra le mani e, in preda a un attacco di nervoso, emette un verso.

“Fanculo”

Si alza. Va in cucina, apre il frigorifero. È praticamente vuoto. L’inquadratura si sofferma su dei budini al cioccolato. Lei li osserva, ci pensa… ma poi prende un contenitore di vetro con dentro un liquido giallo. Lei lo guarda con disappunto, come se fosse uno di quei contenitore per l’esame delle urine. Trova un bicchiere sul lavandino, se ne versa un po’: “se ha il colore della piscia farà pisciare?”.

Torna in bagno. Si siede sul water, stavolta per fare pipì. Mentre è seduta, tira fuori la bilancia che è difronte a lei. Si alza, si sistema, tira l’acqua, si pesa.

75 chili.

“Fanculo”

Torna alla scrivania. Riprende a scrivere qualcosa. Cancella. Riscrive. Copia. Incolla.
Primissimo piano sulla tastiera Mac: è un continuo di melaX, melaV, melaZ…

Altra crisi di nervoso.

“Fanculo”.

Primo piano sulla barra dei programmi alpiede dello schermo del computer. Il cursore si muove avanti e indietro e alla fine clicca su Safari.

Si apre la schermata e lei va su Facebook. Scorre qualche notizia, si sofferma su qualche foto. Legge qualcosa annoiata, poi chiude.

“Fanculo”

Riclicca sulla barra in alto di Safari e appare la tendina con i siti maggiormente frequentati.

Il primissimo piano si sofferma sull’icona di Netflix. Ci clicca sopra. E appare.

Il film suggerito è “The f**k-it list”.

Sigla.