Portatori sani di bellezza

In questi giorni non si fa che parlare della musica che ascoltano i ragazzini, della trap, di quello che dicono, degli strani personaggi che la cantano.

La domanda che mi faccio io è perché ai ragazzini piaccia quel tipo di musica, perché ci si ritrovino, perché certi testi abbiano tutto questo successo.

Credo che la musica sia solo uno specchio dei tempi, che sia il frutto e non il seme di un certo modo di pensare. Credo che la musica racconti il mondo che c’è e, sebbene ogni tanto si possa pensare che la musica sia “educativa”, io credo che sia soprattutto “narrativa”.

I testi delle canzoni trap parlano di soldi, danno un’immagine della donna sottomessa all’uomo ma esaltano le mamme, nascono dalle periferie povere e disagiate ma dilagano tra i ragazzini di famiglie benestanti. Parlano di alcol, canne e droga come un modo per stare bene, dei vestiti di marca come rivalsa sociale e sono farcite di parolacce e bruttezza. Essere tamarri, trash, ignoranti, arrabbiati e alterati è diventato un must.

Perché dei tredicenni amano questi temi, perché sono affascinati dalla bruttezza, dalla rabbia e dalla volgarità?

Mi sorge il dubbio che si sentano schiacciati, oppressi da un mondo che parla solo di soldi, di un mondo dove la vita del prossimo non ha valore, dove tutti sono arrabbiati perché si sentono costantemente defraudati di qualcosa cui ritengono di avere diritto e chissenefrega degli altri. E quindi comincino a pensare che anche la loro, di vita, in fondo non abbia valore, cha anche loro non hanno niente, che non valgono niente. Quindi tanto vale cercare di stare bene adesso, in questo momento, cercando di anestetizzare le proprie sofferenze con un po’ di fumo o di vodka, circondati da amici, dalla propria gang che diventa famiglia. Godere di una felpa, di un paio di scarpe, dell’apprezzamento per il proprio aspetto fisico.

Chi la dice più grossa ottiene attenzione. Chi fa casino ottiene attenzione. Chi più si mostra ottiene attenzione.

Quale spazio c’è per i ragazzini oggi? Sono in minoranza rispetto ai vecchi, non votano, la politica li ignora e loro ignorano la politica. Non hanno posti dove stare, hanno una scuola fatiscente con insegnanti spesso frustrati e scontenti, preoccupati più per il loro stipendio e le proprie condizioni di lavoro, piuttosto che del loro ruolo di educatori. Hanno genitori indaffarati ed eternamente preoccupati, che da adolescenti sono cresciuti tra paninari e tette del Drive in, frustrati anche loro, alla continua ricerca di apprezzamento e soddisfazioni sul lavoro e nella vita affettiva, costantemente arrabbiati, che utilizzano i social in modo maldestro e inopportuno, che riversano su questi adolescenti tutte le loro aspettative, e inculcano loro l’idea che per sopravvivere devi essere sempre vincente. Devi andare bene nello sport, devi andare bene a scuola, devi avere un sacco di amici, devi essere bello, devi piacere. E quando a tredici anni capisci che tutto non si può, che la scuola può essere faticosa perché ci sarà sempre qualcuno più bravo di te, che anche se sei intelligente, forse non è così facile come pensavi, che se vuoi una gang devi sottometterti alle sue regole, che anche lo sport, che fino a 12 anni è per tutti, dai 13 diventa solo per pochi, per quelli più portati o solo più “cattivi”. E quando il mondo dell’infanzia ti si sgretola sotto i piedi, quando arrivano le prime facciate, i primi veri insuccessi, le prime vere delusioni che bruciano e che sai ti bruceranno per tutto il resto della vita, ecco che arriva qualcuno che ti dice che dei tuoi genitori te ne puoi anche fottere, che della scuola puoi fottertene, che per piacere basta una felpa da 200 euro, che se ti metti su instagram nella giusta posizione mostrando le mutande e facce ammiccanti anche tu puoi essere bello o bella e puoi piacere. Nel senso che ti mettono tanti “like”.

E quindi la trap diventa una ventata di sollievo. Perché se uno sfigato, brutto e volgare è riuscito a fare un sacco di soldi apparentemente senza fatica, posso farcela anche io. E se non ce la faccio, posso sempre far finta di farcela.

Temo che finché in giro non tornerà ad esserci bellezza, gentilezza, compassione e solidarietà, la musica non potrà cambiare.

Ma sono fiduciosa. Perché di adolescenti ormai ne conosco parecchi e so che sono tutti portatori sani di bellezza, anche i più devastati, anche quelli che sembrano persi. Si dovranno salvare da soli, perché è evidente che gli adulti non sono in grado di salvare nemmeno se stessi, e so che lo faranno, come hanno fatto tutti gli adolescenti che li hanno preceduti. Spero che il prezzo da pagare per loro non sia troppo alto.

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Visioni

Ogni tanto faccio pensieri strani, mi immagino cose.

Ieri sera nel dormiveglia, mentre cercavo di prendere sonno, ho avuto una visione.

Ero a un comizio della Lega. No, non quella di adesso, quella di Salvini… Sembrava più quella delle origini, quella di Bossi, del Roma ladrona, della Sicilia tutta mafia e di Napoli puzzona. Però eravamo ai giorni nostri. Direi forse nel futuro rispetto ad oggi.

La gente era furibonda. Tutti bresciani, vicentini, friulani…

Io ero con loro, e nelle mie vene scorreva più che mai il mio sangue lombardo-veneto.

Si contestava Salvini con molto trasporto. Probabilmente il reddito di cittadinanza e il decreto sicurezza erano già a regime.

La protesta era accesa. Salvini sul palco sudava nella sua felpa con scritto a caratteri cubitali “Napoli”.

Ad un certo punto è salito sul palco un allevatore del mantovano. Con il decreto sicurezza tutti i suoi lavoratori asiatici non avevano visto rinnovato il loro permesso di soggiorno e così se ne erano andati a lavorare in Germania. Aveva perciò cercato altra gente nei centri dell’impiego, ma questi erano tutti meridionali, nessuno disposto a trasferirsi al nord per una paga di poco superiore al reddito di cittadinanza per fare un lavoro di merda. Così si era visto costretto a mandare al macello più capi del previsto, ma era stato divorato economicamente dalle tasse perché non aveva più diritto alle sovvenzioni della comunità europea, tagliate drasticamente dopo lo scontro acceso con il governo italiano. Non avendo ancora compiuto 63 anni, non era rientrato nel gruppo che per tre anni era potuto andare in pensione con quota 100, e raccontava che doveva pagare la scuola privata ai figli perché la scuola statale del suo paese era crollata, le insegnanti da quel giorno erano in sciopero e i ragazzi erano a casa.

E così urlava, urlava. Denunciando un’infiltrazione camorristica senza precedenti nelle sue terre, che gestiva il lavoro nero dei clandestini, dei centri dell’impiego e delle commesse edilizie.

Salvini ascoltava e sudava nella sua felpa, ma sorrideva. Lo lasciò parlare e poi con calma prese il microfono e disse con perfetto accento napoletano: “Chi pecora se fa, ‘o lupo s’ ‘o magna. E comunque la colpa sta tutta al piddì”.

Mi sono addormentata di buon umore.

Il sergente Foley

Siamo a novembre e io ho ricominciato il mio giro di colloqui con i professori dei miei figli. Io, la mia ansia, le mie mani sudate e la mia inadeguatezza, prendiamo l’autobus, il tram, il passante e ci sediamo composte in attesa che venga chiamato il mio cognome da sposata.

E mi ritrovo a parlare con professori empatici o anaffettivi, sorridenti o seri, saccenti o umili, confusi o sereni, agitati più di me o calmi come solo il dottor Lecter. Alcuni mi parlano dei miei figli informandomi anche dei loro voti, altri dei loro voti pensando che siano i miei figli.

Da alcuni colloqui esco rigenerata, mi viene voglia di tornare a casa e abbracciare i miei figli e dire loro che sono fortunati ad avere un professore o una professoressa così; da altri esco con la voglia di tornare a casa, abbracciare i miei figli e piangere con loro. Da alcuni professori io vorrei salvarli. E comincio salvando me stessa e mandando il consorte a parlarci. Perché io sono fondamentalmente vigliacca.

Eppure oggi, mentre ero lì che aspettavo tra un prof e l’altro, ho cominciato a pensare che forse i miei figli non hanno nessun bisogno di essere salvati. Che forse sono più forti di quanto io non creda.

Viviamo in tempi difficili, non è certo questo il mondo che io avevo in mente per loro e con molta probabilità dovranno lottare e avere coraggio per far valere le loro idee, per affermarsi, per difendere gli altri, per trovare il loro posto nel mondo.

E mi sono detta che forse il primo passo è questo. Che magari queste difficoltà serviranno a tirare fuori il meglio di loro, a far scoprire loro capacità che magari non pensavano di avere, che gli insuccessi serviranno a non pensare di essere invincibili, che gli serviranno a capire i loro limiti, le loro risorse e le difficoltà degli altri, a renderli più solidali, a scoprire che dopo una caduta ci si rialza, magari un po’ ammaccati, magari non nel modo in cui si voleva, ma ci si rialza.

Che si può sopravvivere al sergente Foley.

Ecco. Ero partita vestendo i panni della madre saggia e mi ritrovo a pensare che dopo una giornata di colloqui, l’unica cosa che vorrei è un divano, una copertina, un tè caldo e una tv con il bel Richard Gere dei tempi d’oro di “Ufficiale e gentiluomo”.

 

I correttori di bozze

Secondo me tutto è iniziato quando hanno smesso di pagare i correttori di bozze. Abbiamo cominciato a perdonare tutto. I cartelloni pubblicitari hanno cominciato a mettere gli accenti sbagliati alle “e” e nessuno se ne é… pardon… se ne è accorto. Poi hanno cominciato a esserci errori nei giornali e qualcuno se ne è accorto, ma poi si è detto “vabbè, è un refuso”, “vabbè, non è importante” e così pian piano ci si è abituati a leggere testi scorretti e ci si è detti “si capisce lo stesso”.

Io credo che sia iniziato tutto da lì. In modo omeopatico ci siamo abituati all’approssimazione, al pressapochismo, alla semplificazione, al “ma sì, va bene lo stesso”.

Poi hanno cominciato a pagare meno i giornalisti, a non assumerli, e loro poveretti hanno capito che se volevano campare dovevano scrivere minchiate, oppure gonfiare notizie, riportarle… magari non esattamente false, ma nemmeno banalmente vere, diciamo verosimili. Stravolgendo un po’ le cose, in modo da fare più scalpore, far venire qualche prurito in più, colpire la pancia e avere qualche visualizzazione in più. La cronaca è diventata storytellig e si è scoperto che alla gente le notizie così piacevano di più e anche se qualcuno faceva notare che non erano vere, la gente rispondeva “va bè, non importa, potrebbero esserlo”.

Da quando si è confuso il verosimile con il vero, abbiamo cominciato a credere a qualsiasi rappresentazione della realtà ci venga proposta. Perché crediamo solo a quello che vogliamo credere. E così sono fioriti siti e pagine Facebook dove si può leggere la qualunque che in confronto i giornaletti di gossip di Men in Black sono la Treccani.

Il terzo passo è stato farci credere che la cultura, lo studio, l’approfondimento erano “radical chic”. Anziché investire perché tutti potessero goderne, si è cominciato a dire che la cultura era snob, che non ce n’era bisogno. Che un idraulico ne sa più di un ingegnere, e non che l’ingegnere ha bisogno dell’idraulico almeno tanto quanto un idraulico ha bisogno di un ingegnere. La parola “professore” è diventata sinonimo di strafottenza e non di persona da cui attingere conoscenza, persona che per fortuna e capacità ha potuto studiare e da cui io potrei, anzi, pretenderei di imparare.

L’ignoranza è diventata una virtù e non una condizione da cui liberarsi perché estremamente invalidante, perché rende sudditi e manipolabili.

Con un pubblico sempre più ignorante, le case editrici hanno cominciato a stampare solo libri che potevano garantire guadagni e quindi hanno cominciato a fare cassa con autori che già potevano garantire migliaia di followers. Libri leggeri, poco impegnativi, veloci, basati molto sull’empatia e sulla vita vissuta, e molto poco sull’approfondimento, la ricerca, lo studio dei personaggi, della narrazione e della parola. E si è cominciato a pensare che questi libri di intrattenimento, di per sé non sbagliati, potessero bastarci, che fossero la nostra nuova cultura. E invece non sono altro che scambio tra pari: non fanno male ma non aggiungono niente, non ci arricchiscono, non ci elevano.

Insomma, per fare un paragone, hanno cominciato a dirci che il cashmere era da snob e che i golfini in acrilico avevano i colori più belli. Così la gente ha cominciato ad accontentarsi dell’acrilico e si è dimenticata di quanto sia bello il cashmere. Anziché chiedere il cashmere, pretenderlo, lottare per averlo perché è bello e caldo, ha cominciato a odiarlo e ora è disposta a tutto per un golfino in acrilico dai colori sgargianti, ma che puzza dopo dieci minuti e non tiene caldo.

Lo svilimento della cultura, degli intellettuali, degli scrittori.

Secondo me è iniziato da quando sono spariti i correttori di bozze. Quelli che ti fanno le pulci, quelli che leggono parola per parola, che ti segnano anche il doppio spazio, quelli di cui io ho sempre avuto un disperato bisogno.

Ma sì, dove è il problema? Refuso più refuso meno… Forse tutte le dittature sono iniziate così…

 

Come Chiara Ferragni

Ho iniziato quest’estate per noia. Ho un profilo di Instagram da qualche anno ma per un sacco di tempo non ho pubblicato nulla. Non mi è chiaro il funzionamento, non so chi siano i miei contatti, non ho ben chiaro chi io segua… la prima foto fu a capodanno e fu di un cesso. Da allora io su Instagram fotografo solo cessi. Lo spaccio per un progetto artistico alternativo, ma in realtà è perché non so fotografare, non vengo bene in foto e in generale preferisco trastullarmi con le parole piuttosto che con i selfie. Come tutti gli anziani, io mi sento più a mio agio su Facebook. Poi però, quest’estate, grazie a un corso accelerato di Instagram impartitomi dai miei figli mentre mi rompevo le palle davanti al mare della Croazia, scopro le stories. E mi si apre un mondo.

Quello di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni pubblica ogni giorno un numero considerevole di stories: la prima del mattino ci mostra il suo outfit della giornata (this is my look of the day… ), le altre ci mostrano il suo bambino bellissimo (non è ironico, è veramente bellissimo), le sue sorelle, sua madre, i suoi amici (che lei chiama indistintamente“bebe”), il suo guardaroba, la sua borsa, lei fuori a pranzo, poi fuori a cena e infine la giornata che si conclude con Fedez che dorme sul divano. Le sue stories sono quasi tutte in inglese, perché la maggior parte dei suoi followers sono americani, anche se chi commenta le sue foto sono soprattutto italiani. E un sacco di questi la insultano.

Ecco, la cosa fantastica che ho scoperto è che Chiara Ferragni degli insulti semplicemente se ne fotte.

Anzi, risponde e fa gli screen shot solo ai commenti carini, quelli dove le fanno complimenti, le raccontano storie commuoventi e le dicono di come lei sia di inspirazione per loro. E li posta su altre stories, ignorando nel modo più totale chi la insulta, dando l’impressione che gli haters semplicemente non esistano. Ovviamente seguo anche il di lei consorte, Fedez appunto, e la differenza è abissale: lui ci rimane male, si incazza, risponde, fa lunghi video messaggi con le sue ragioni. Con il risultato che gli haters si ringalluzziscono, pensano di avere una dignità, e ci danno dentro, perché sentono di avere colpito.

Chiara Ferragni invece sorride nello specchio dell’ascensore, mostra la sua ultima borsa vintage Gucci e si fa riprendere mentre mostra orgogliosa il trucco e la piega appena fatta. Chiara Ferragni conosce molto bene i social, ci ha costruito sopra un impero, è il suo lavoro. È Instagram che le permette di guadagnare, per cui lo sa usare molto bene e sa bene chi lo frequenta.

E lei li guarda dall’alto, e sorride in quel modo così disarmante che i suoi haters risultano ancora più piccoli e insignificanti di quanto già non possano essere tutti coloro che non hanno proprio niente di meglio da fare che insultarla su Instagram. Lei sorride e conta le visualizzazioni.

Ok, ve lo confesso. A me Chiara Ferragni piace un sacco.

Lo sport e la madre

Ho tre figli. E come tutte le madri radical chic di Milano, fin da quando erano piccoli, ho cercato di offrire loro più occasioni possibili perché potessero trovare il “loro” sport. Non ho mai detto di no a qualsiasi loro iniziativa, senza approfondire se l’entusiasmo mostrato a settembre fosse dettato da un reale interesse per lo sport appena scoperto, o la voglia di fare qualcosa con l’amico del momento. A tutti e tre ho solo imposto il nuoto fino a che fossero stati in grado di nuotare in mare lasciandomi serena a riva a leggere un libro. E così è stato.

In questi miei primi sedici anni da madre ho così avuto a che fare, grazie alle iniziative dei tre, con danza classica, ginnastica artistica, il suddetto nuoto, calcio, tennis, scherma, atletica, baseball, basket, canoa e parkur (o qualcosa di simile). La maggior parte di questi sono stati amori fugaci, da una botta e via, giusto il tempo di comprare tutto il necessario, imparare le regole e poi con l’arrivo di maggio, arrivederci e grazie.

Ho avuto a che fare quindi con terra rossa nei calzini, pantaloni bianchi a cui dover togliere strisciate d’erba (non ho mai capito come si possa rendere legali pantaloni bianchi per il baseball… comunque sempre forza Ares!), l’emozione di dover  lavare una maschera da scherma e non sapere da che parte iniziare, vestiti inzuppati di acqua puzzolente dell’Idroscalo, tute di ogni tipo, accappatoi, costumi, cuffie, ciabatte, divise dai tessuti improbabili da lavare facendo attenzione a non rovinare i colori e i patacchini. Ecco… in questo lungo elenco me ne mancava uno… e le madri vere radical chic l’avranno già capito. Stasera, davanti a un sacchetto pieno di fango in cui si intravedevano una maglietta, delle calze e dei pantaloncini avrei voluto piangere. Sì, perché a me solo il rugby mancava…

Cari amici leghisti

Cari amici leghisti, io proprio non vi capisco.

Possibile che voi siate così fedeli al vostro capitano al punto di perdonargli qualsiasi cosa? Veramente per voi non è un problema il fatto che la lega sia un partito dove il dissenso praticamente non esista? Veramente pensate che essere “italiani” sia sufficiente per fare di voi delle brave persone? Veramente ritenete che i vostri diritti siano più importanti di quelli degli altri? Perché?

Veramente siete disposti a fare di tutto per non vedere per strada qualche ragazzo africano? Veramente per voi il problema è quello? Adesso che la gente ha ricominciato a morire in mare, vi sentite veramente meglio? Sfogare la vostra rabbia e le vostre frustrazioni su gente che non conoscete, è così salutare per voi? Ma non siete stanchi di essere incazzati con il mondo? Non siete stanchi di chi alimenta questa vostra rabbia? Non vi siete proprio mai chiesti perché lo faccia? Veramente pensate che lo faccia per voi? Ma avete capito che la pace fiscale tutelerà soprattutto chi ha molto rubato, chi ha interessi mafiosi? I 5 stelle sono degli incapaci, Di Maio ha fatto una figura barbina, ma avete capito quello che ha detto? Avete capito che lui per primo si è reso conto che gli ultimi provvedimenti andranno a favorire i capitali mafiosi? Ma non vi siete chiesti perché invece per la lega è tutto apposto? Ma possibile che non vi facciate mai domande, e che le uniche che vi fate siano quelle che vi mette in bocca il vostro capitano a suon di tweet? E voi elettori 5 stelle, possibile che tacciate di fronte a ogni nefandezza venga fatta nei confronti di gente debole e nei confronti di chi vorrebbe solo aiutare il prossimo, e vi muovete solo quando si parla di soldi? Ma veramente siete convinti che li vedrete voi quei soldi? Veramente avete fiducia nei ministri che stanno gestendo problemi complessi solo con pagine facebook e annunci ad effetto che ad oggi non hanno trovato seguito?

Voi anziani che votate lega, veramente ritenete che sia più importante tutelare i pochi anni che vi restano da vivere a scapito del futuro dei vostri figli e dei vostri nipoti? Voi, che avete esperienza, non siete consapevoli che un bambino discriminato, emarginato oggi, un domani sarà un adulto arrabbiato e disposto a tutto? Voi nonni, quando andate a prendere i vostri nipoti a scuola e all’asilo, possibile che non vediate che per i bambini il colore di pelle e l’estrazione sociale, non conta un cazzo ma che siete voi a instillare nelle loro menti che un bambino valga più di un altro? Veramente i vostri nipoti hanno sempre ragione? Veramente sono così indifesi? Ma non vi sentite in colpa a fare dei vostri nipoti degli egoisti cattivi? Perché volete vendicarvi sugli altri per le frustrazioni che avete avuto in vita vostra?

Veramente c’è gente della mia età che in nome del risotto giallo, sostiene chi ritiene giusto far morire gente in mare? Veramente ritenete che i rom siano il flagello dell’Italia?

Ma non vi sentite mai un po’ strumentalizzati in favore di chi ha un sacco di soldi e fa di tutto per averne di più? Siete veramente convinti che la lega stia portando avanti una politica che faccia i vostri interessi? Ogni volta che la libertà, ma anche solo la dignità di qualcuno viene calpestata, non vi sorge il dubbio che un giorno potrebbe essere la vostra di dignità ad essere ignorata e calpestata?

Voi madri e padri che spendete un sacco di soldi per far studiare i vostri i figli, per fargli imparare lingue perché un giorno possano andare in altri paesi a cercare fortuna e riconoscimenti, perché non riuscite a mettervi nei panni di chi fa la stessa cosa in Africa, in Asia, in sud America con gli strumenti che ha?

Perché con la stessa veemenza non chiedete a gran voce che chi arriva qui possa essere in grado di lavorare dignitosamente anziché rinchiuderlo in una vita si espedienti e degrado? È così complesso comprendere che degrado porta solo degrado? Se accetto con disinvoltura che ci sia della gente senza diritti sfruttata a tre euro all’ora, veramente pensate che poi io possa chiedere di essere pagata il giusto per il mio lavoro? Ma non vi siete chiesti perché sia stato così attaccato chi dava dignità a questi lavoratori, e invece nulla venga fatto nei confronti di chi li sfrutta? Perché Riace sì e Rosarno no?

Veramente, io non vi capisco. Anche perché alcuni di voi io li conosco, e so che sono persone generose, spesso con un passato e qualche volta anche con un presente difficile, e mi fa incazzare vedere la vostra buona fede strumentalizzata, mi fa incazzare vedere la vostra pietà riversarsi solo su cani e gatti perché qualcuno vi ha convinto che solo loro sono degni di riceverla. Mi fa incazzare chi continua a dirigere il vostro sgurdo solo su voi stessi, privandovi così della bellezza del mondo, delle persone, e delle diversità. Vi stanno offrendo una visione del mondo grigia, e voi, noi, io, ci meritiamo il sole.

 

Tetris

E rieccoci. Puntuale è tornata. L’ansia. È qui con me e visto che non se ne vuole andare e io di conseguenza non riesco a dormire, ve la descriverò.

L’ansia si posiziona generalmente tra l’ombelico e lo sterno. Sta lì, preme un po’ sullo stomaco, un po’ sull’intestino, un po’ sul cuore e un po’ sui polmoni. È direttamente collegata al cervello che a seconda dei pensieri che fa, invia delle scariche elettriche e lei, l’ansia, come reazione, sobbalza colpendo come una pallina del flipper prima il cuore, poi lo stomaco, poi i polmoni per ricadere infine sull’intestino.

Il risultato è il cuore che va a mille, il respiro che si affanna, lo stomaco si contrae e infine senti una fitta al basso ventre.

Di solito l’ansia arriva quando devo prendere delle decisioni, quando mi sento vittima inerme di un’ingiustizia, quando comincio a fare il punto della situazione del lavoro, quando non sto bene.

I pensieri che possono scatenare tutto questo sono i più disparati: le date di consegna dei lavoro, la scuola dei ragazzi, qualche cosa che si è rotto in casa e che necessita un tecnico, le urla della vicina, qualcosa che ho detto o che ho fatto che sarebbe stato meglio di no, quand’è che ho fatto l’ultima volta gli esami del sangue?

Quando parte l’ansia ormai la riconosco, e mi viene il nervoso perché so che è del tutto inutile di notte, perché tanto non posso farci niente, perché so che domani mattina rivedrò tutto dalla giusta distanza.

E così comincio a cercare di controllare il respiro, penso a cosa succederebbe se dovesse andare tutto nel peggiore dei modi, se le conseguenze sarebbero sopportabili. La risposta è sorprendentemente sempre “sì”. Sopravviverò!

Me lo ripeto come un mantra.

Poi vado a fare la pipì, prendo il telefono e gioco a tetris. Fisso le forme che si incastrano perfettamente e il cervello si spegne. Altro che ansiolitici.

Andrà tutto per il verso giusto è tutto si incastrerà alla perfezione.

Lavaggio strade

La via in cui abito è una delle poche rimaste a Milano con il lavaggio stradale settimanale. Questo significa che spesso il giovedì, quando ormai hai lavato i denti e stai già per buttarti nel letto, ti ricordi che bisogna spostare la macchina. Confesso che la stragrande maggioranza delle volte a scendere è il consorte, ma qualche volta ci vado io, anche perché la macchina da spostare è la mia. E così stasera, dopo aver urlato “quando torno vi voglio trovare tutti a letto”, ho messo le scarpe e con uno sforzo sovraumano, ho chiamato l’ascensore e sono scesa. Mentre scendevo ringraziavo il cielo di non avere un cane, così da avere questo supplizio solo una volta alla settimana e non tutte le sante sere.

Poi però, una volta uscita, mi ha accolto una serata che profumava di luna. Sono salita in macchina con il fare da gran donna vissuta, ho ingranato la marcia con la sicurezza di chi basta a se stesso e ho cominciato a girovagare alla ricerca di parcheggio come se guidare fosse la cosa che mi piace di più al mondo. Avrei potuto guidare per ore. Alla fine ho desistito e ho messo la macchina nel posto della disperazione, quello cioè dove la parcheggio quando proprio non so dove ficcarla. È una vietta tranquilla, poco frequentata. Da qualche tempo ci hanno messo delle panchine e stasera c’era un gruppo di persone che chiacchierava.

Ah… non so cosa avrei dato per aver qualcuno anche io con cui chiacchierare: una bottiglia di birra e una panchina su cui sedermi scomposta a ragionare sul senso della vita, a spettegolare, a ridere di scemate nel buio ovattato della notte. Come quando a vent’anni, nell’era pre-cellulare, capitava che dopo cena citofonasse qualche amica che diceva semplicemente “scendi un po’?”

Invece ho chiuso la macchina e con passo stanco sono tornata a casa, ho caricato la lavastoviglie, ho tirato giù le tapparelle, ho urlato “spegnete la luce che è tardi”, ho spento il computer cercando di memorizzare tutto quello che devo fare domani e mi sono infilata nel letto con il cellulare in mano.

Tra le cose da fare domani però ci metto “comprare della birra”. Se dovesse ripresentarsi una serata che profuma di luna, e dovesse citofonare qualcuno che ha voglia di chiacchierare, voglio essere preparata.

Caro Dio

Caro Dio, quando ci incontreremo avrò un po’ di domande da farti. La prima la so già.

Nel Vangelo c’è scritto “chiedete e vi sarà dato” . Si parla di un uomo che sveglia di notte un altro uomo per chiedergli del pane. In principio l’uomo svegliato non vuole aprire la sua casa, ma colui che chiede è così insistente che alla fine ottiene tutto quello per cui era andato. Nel Vangelo c’è scritto che non bisogna temere di chiedere, che alla fine il Padre Buono ci darà tutto quello che chiediamo. Una volta, difronte alla mia domanda “perché allora non succedono i miracoli” mi fu risposto che bisogna fare le domande giuste. Vedi, caro Dio, io questa cosa non l’ho mai capita bene… A Lourdes il prete responsabile del campeggio provò a spiegarmi. Mi disse che il vero miracolo di Lourdes non è la gente che guarisce, ma la gente che dopo essere stata lì riparte con un nuovo rapporto con la malattia. Il miracolo è quindi l’accettazione.

Stasera non c’è una grotta, non ho vent’anni, non c’è un prete e io ancora non capisco.

Stasera ho assistito al concerto più bello, più commuovente, più sconvolgente della mia vita. Ho visto un miracolo con i miei occhi: una ragazzina piena di talento con una forza straordinaria eppure così delicata, cantare di fronte a un sacco di gente. Ho visto la sofferenza trasformarsi, abbandonarsi al pianto e poi trasfigurarsi in un sorriso.

Eppure, stanotte, la domanda “perché?” è qui con me.