Il registro elettronico

Io odio i registri elettronici. Ecco. L’ho detto. 

Non è colpa mia se oggi mi sono persa l’assemblea di classe. 

Cazzarola, mi smazzo circolari di ogni genere, dallo sciopero degli ATA alla vendita delle arance, tremila robe di cui non me ne frega una mazza e poi.. l’unica che mi doveva interessare, la perdo.

E poi ‘sta storia di sapere tutti i voti. In prima magistrale al primo compitino di latino presi a.i., una bella sigla che stava per “assolutamente insufficiente”, che valeva come un due. Era stato fatto di lunedì, dopo l’uscita di apertura degli scout ed era evidente che il venerdì prima erano state altre le miei priorità rispetto al latino. Non dissi nulla a casa, studiai come una pazza e la settimana dopo presi 10. Tornai a casa e dissi che avevo preso sei. Tutti felici, tutti sereni. 

Adesso invece sai tutto in diretta, ti tocca incazzarti, ma ti viene malissimo. Oppure se le cose vanno bene, rischi di rovinarti la sorpresa dell’annuncio plateale del bel voto entrando in casa. 

E poi quei colorini… rosso, verde, blu… ti calcolano perfino la media in automatico. Ma perché? Questa cosa è di un’ansia pazzesca. 

Non sono brava a controllare i miei figli, non mi piace farlo, non lo voglio fare. Voglio che mi raccontino loro come è andata, voglio che si sentano responsabili della loro scuola, di quello che fanno e non perché sanno che io saprò tutto con un click. Voglio che imparino a cavarsela da soli, a pagare il prezzo delle loro azioni, voglio che mi dicano le cose perché si fidano di me, perché sanno che gli voglio bene. Voglio che divengano persone responsabili e affidabili. Ma come cavolo fanno, se non hanno più nemmeno la responsabilità di dirmi come è andata a scuola? Come impareranno a gestire la loro vita se non hanno nemmeno la responsabilità di dirmi che c’è la riunione genitori perché è tutto scritto su ‘sto cazzo di registro elettronico? 

Va be… giornataccia… 

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La strada dietro casa mia

C’è una strada dietro casa mia. La faccio spesso per tornare a casa dopo aver accompagnato a scuola il terzo.

Mi piace perché passa poca gente, ci sono i cani con i loro padroni che si salutano, la gente che va in bicicletta sulla ciclabile, qualche runner tardivo che suda illudendosi di respirare aria pulita. Ci sono gli alberi in fila ordinata, la staccionata di legno, si vede il cielo. È una passeggiata che mi concedo volentieri, illudendomi anche io ogni mattina per dieci minuti di non essere a Milano. Penso ai fatti miei, organizzo la mia giornata, sbircio Facebook per vedere chi c’è, controllo le mail, rispondo a Whatsapp.

Da qualche settimana, tra le macchine parcheggiate a lisca di pesce dei pendolari che prendono il passante, ci sono loro. Non sono ragazzini, ma appoggiati alla loro macchina si baciano come se non ci fosse un domani. Non so che faccia abbiano perché sì, insomma, non è che mi metto proprio a fissarli.

Li vedo con la coda dell’occhio, tra un “mi piace”, un “appena arrivo a casa ti rispondo”, e un “mangi a casa? Hai le chiavi?”.

Chissà chi sono.

Si baciano e basta. Fottendosene dei ciclisti, dei cani, dei runner, delle vecchiette che passeggiano e delle donne di mezza età immerse in conversazioni virtuali.

La prima idea è che siano amanti: la strada è defilata, poco frequentata. Magari arrivano da fuori oppure abitano dall’altra parte della città. Ma forse no. Gli amanti si nascondono e forse preferiscono una stanza al chiuso dove poter trombare in santa pace. Questi sono alla luce del sole. E si baciano. Si baciano tantissimo.

Magari hanno figli, magari hanno veramente un altro amore. Oppure più semplicemente sono due persone libere travolte dalla passione. Morosetti senza averne l’età.

A me però piace pensare che stiano insieme da tanti anni, ma che, chissà per quale motivo, abbiano deciso di salutarsi così la mattina, prima del passante, prima del lavoro, prima di cominciare a rincorrere la propria vita. Così, solo per scandalizzare la vecchietta che li guarda indispettita, solo per sentirsi ancora ribelli.

Chissà.

Magari sono solo due pazzi. Due completamente fusi a cui piace tremendamente baciarsi e che, fortuna loro, si sono incontrati.

Buona notte

Allora, io la teoria la conosco, lo so che bisogna ascoltare, essere pazienti e accoglienti, farsi raccontare, non avere fretta, non alzare la voce, sorridere. Essere equilibrati, pensare prima di parlare, prevedere le conseguenze, mordersi la lingua, capire le ragioni altrui, perdonare, perdonarsi.

Poi però ci sono giornate che proprio non girano, sei di pessimo umore, ti stai sulle palle da sola. Ti sembra di essere un elefante: come ti muovi fai danni. 

E così portate pazienza: dimenticate quello che ho detto, quello che ho fatto… erano tutte cazzate di una mente squilibrata dalla mezza a età. Domani è un altro giorno e giuro che tornerò quella di sempre.

Ma per stasera, senza offesa, andate tutti un po’ a fanc…

Un banco di scuola

Quando avevo sedici anni e i miei genitori andavano alle riunioni alla mia scuola, pensavo che loro fossero sereni, decisi, e mi preoccupavo solo del loro ritorno a casa, della faccia che avrebbero fatto.

Non so come stessero i miei genitori, ma so come mi sto sentendo io in questi giorni di prime riunioni.

Arrivo davanti al portone di questi licei e mi sudano le mani.

Mi siedo a quei banchi così simili a quelli dove mi sedevo io e mi sembra di avere ancora sedici anni. Quando entrano i professori ho un sussulto. Gli altri genitori mi sembrano le mie vecchie compagne: ci sono quelli svegli e ironici, quelli seri e composti, quelli oggettivamente antipatici, quelli che si mettono in mostra e quelli che tacciono all’ultimo banco.

E sudo. E torno ad avere sedici anni.

Io ho odiato le mie magistrali.

Odiavo la suora che scorreva i nomi per decidere chi interrogare, odiavo le preferenze che facevano le prof, odiavo quella costante sensazione di essere sempre giudicata.

C’erano giorni che all’ultima ora scrivevo su un foglio i numeri da 50 a 0 e ogni minuto che passava ne cancellavo uno con una crocetta.

Tutto quello che volevo era uscire di lì, togliermi quel grembiule di un verde imbarazzante e tornare a respirare.

Studiavo il minimo sindacale per avere una media accettabile e ricordo di aver studiato con piacere solo alcuni argomenti di psicologia, didattica e filosofia. E la cosa strana è che la prof che insegnava queste materie era oggettivamente la più stronza. Per cui so benissimo che i prof stronzi spesso non sono i peggiori.

Poi però uscivo e avevo gli scout, dove stavo bene, avevo gli amici e mi sentivo al posto giusto.

In queste sere, seduta a quei banchi, mi sento estremamente solidale con i miei figli. Ricordo la fatica di passare le giornate con compagni che non ti scegli, la frustrazione di avere prof per i quali tu sei solo uno dei tanti, la fatica della costanza che bisogna avere, che appena molli un secondo il 4 è in agguato.

Il mio ruolo di madre mi impone di spronarli, di rompergli le palle, e ogni tanto mi dimentico che non è facile.

Ed è per questo che spero con tutto il cuore che anche loro trovino un posto dove stare bene, dove sentirsi al posto giusto, adeguati, in pace. Che potrebbe essere la loro stessa scuola, ma che potrebbe anche essere altro. Un posto che li ricarichi e gli dia la forza di affrontare poi anche i luoghi e le situazioni dove così bene poi non si sta.

Io ce l’avevo. E sarò sempre grata per questo.

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Happy family

Dicono che la tristezza appartenga alle persone intelligenti. A quelle sensibili. Boh… forse… 

Non so se sono particolarmente intelligente o particolarmente sensibile, ma la tristezza mi appartiene. Ma non sempre è brutta. Ogni tanto arriva e… boom… si impadronisce di me. 

Di solito avviene dopo una bella giornata, ma non di quelle belle perché divertenti, bella nel senso di ricca di chiacchiere, di persone, di confidenze, di risate, di cose a cui pensare. Come oggi. E così, tornata a casa, mi ritrovo a cercare sul cellulare tutte le canzoni più tristi di Ed Sheeran, di Adele e di James Blunt e mi metto a preparare la cena. La ragazza entra in cucina mentre Adele canta We were young: “Bella, mamma, stasera ci diamo al taglio delle vene?”

Anche se dopo Happier di Ed Sheeran il mio cellulare è stato soppresso, alla fine abbiamo cenato con minestrina di primo e camomilla per tutti come dessert. 

#happy family

Tanto non avevate fame, vero?

 

Madri

Eravamo lì, in attesa dell’uscita dei figli da scuola. E lei mi dice “a te non capita mai di desiderare di andar via?” “Sì mi capita, spesso.” “Sarà normale? Mi sento in colpa solo per averlo pensato, ma vorrei sparire, andare in un posto dove nessuno mi conosce, sola”.

Non so se è normale, ma sì, succede anche a me. Spesso.

Quei due lì

Non è facile essere mio marito.

Lo so. Ho l’umore instabile, vivo con i miei fantasmi che vanno e vengono.

Sei entrato nella mia vita quando io ormai avevo deciso che sarei rimasta zitella. La prima volta che ti sei fatto avanti ti dissi “senti gioia, mi spiace, non è cosa…” E tu anziché rimanerci male, parvi sollevato. Ma come? Ti sto dando picche e a te non te ne frega niente? Ma sei rimasto lì. Aspettasti. Tranquillo e sereno, tu c’eri senza esserci. Aspettasti che io facessi pace con me stessa e quando fu il momento, tu c’eri.

Ed è ancora così.

Io ogni tanto sbarello, e tu rimani lì. Non ti spaventi. Aspetti che passi la burrasca e poi mi fai ridere.

Stiamo insieme da così tanti anni e non sempre è facile. Qualche volta fa bene uscire a farsi un giro, prendere aria. Giusto il tempo per ricordarsi perché stiamo insieme e tornare a casa con il gelato.

E ricordarsi chi eravamo: due ragazzetti impacciati a cui bastava guardarsi per togliersi il respiro.

È ancora così. Basta guardare bene: sotto la tua giacca, i miei chili di troppo, i capelli grigi (che però a te stanno bene), lo stress del lavoro, le preoccupazioni per i figli, il tuo carattere di merda e le mie crisi isteriche…

Nonostante le apparenze, siamo ancora quei due lì.

gio 1

Fine estate

Una festa per l’anniversario di matrimonio di cari amici. Un parco, un prato, gente simpatica che conosco poco, gente che non vedevo da molto e gente a cui voglio bene.

Un ultimo sprazzo d’estate, un sole ancora miracolosamente caldo prima del temporale che arriverà.

Le vacanze sono finite, siamo tornati a casa.

Ci sono le chiacchiere, il vino, i pettegolezzi, le ansie e le preoccupazioni raccontate scherzandoci su.

A volte basta poco per essere felici.

Confessione

Dopo una giornata un po’ pesante, uno si rilassa e cazzeggia nella rete cercando di leggere qualcosa di interessante. All’ennesimo articolo su cosa dovrebbero fare i genitori, su come bisognerebbe fare i genitori, su cosa dovrebbero mangiare i ragazzi, su come bisognerebbe educarli, nutrirli, sorreggerli, stimolarli, proteggerli, spronarli.. ecco, io mi arrendo.

I miei figli sono in regola con i vaccini. Anzi, ognuno di loro ne ha uno o due in più.

Hanno fatto tutti il nido, sono stati allattati senza particolare entusiasmo ognuno fino a quando io ho ritenuto giusto smettere. Giusto per me, intendo.

Vanno alla scuola statale.

Mangiano la carne, la Nutella e l’insalata in busta già lavata.

I più grandi hanno uno smartphone a testa, il più piccolo si cerca autonomamente i video sull’Ipad.

Ogni tanto mi mandano a quel paese, ogni tanto urlano, ogni tanto si menano, spesso si fanno i dispetti, molto spesso si dicono cattiverie senza pietà.

Non si rifanno il letto la mattina, raramente sparecchiano, ancora più raramente fanno da mangiare. Dicono di non saper usare la lavatrice, la lavastoviglie e il ferro da stiro. L’aspirapolvere invece lo sanno usare, ma non lo usano.

Non hanno ancora finito i compiti della vacanze. Quello dei tre che non li aveva, si è goduto le vacanze. Tutte. Per sua scelta, e non perché io creda che “vivere” sia sufficiente per ricordarsi le tabelline.

Non rispetto i loro tempi perché mi innervosisco prima.

Ecco, in poche parole, sono una madre di merda.

Lo so.

Pazienza.

Son ragazzi…

Ho due figli su tre adolescenti. La cosa è devastante e divertente allo stesso tempo. Però non è di questo che volglio parlare. Sono le quattro, ho finito le vite di candy crush ma il sonno non riesce a prendere il sopravvento. E così penso.

Io ogni giorno lavoro con le parole, parole italiane, per la precisione. Credo che l’italiano sia una bellissima lingua e forse il mio problema con l’inglese nasce proprio da questo: in italiano abbiamo un sacco di parole, con gradazioni e sfumature differenti. Parole che derivano per lo più dal latino e dal greco e che spesso si ritrovano simili in altre lingue ma per questo considerate dotte e difficili mentre per noi sono banalmente “normali”. Decliniamo i verbi, abbiamo maschile e femminile, tantissimi sinonimi che poi così sinonimi non sono. L’inglese invece è un’anima semplice, poco ragionamento e molti modi di dire, una lingua un po’ anarchica, ricca di eufemismi ed eccezioni.

Ecco, pur amando la lingua italiana, c’è una parola che io proprio trovo orrenda: è il termine “adolescenza”. Ma possibile che non ci fosse niente di meglio? Grazie a google tutti possono scoprire che deriva da dal latino adolescens, participio presente di adolescere, composto da ad, rafforzativo, e alere, nutrire. Quindi significa: colui che si sta nutrendo. Molto.

Bene… un fondo di verità forse c’è, visto che è risaputo che gli adolescenti hanno uno stomaco in grado di dissolvere anche una marmitta, ma siamo sinceri, la parola è orrenda. Adolescenza richiama alla mente parole come “putrescenza”, “escrescenza”, “convalescenza”, “escandescenza”, “incandescenza”. 

Se poi andiamo sullo scientifico, l’adolescenza viene definita “pubertà”… Pubertà?!? Ma dai… ogni volta che la sento, mi viene in mente un pube peloso… 

Hanno fatto bene gli inglesi a chiamarli teenager: da anime semplici quali sono, si sono fermati al numero di anni che hanno i soggetti in questione. Nome divertente, forse un po’ idiota, ma che da l’idea di giovane, nuovo. Insomma, in America, Inghilterra, Australia, Canada, SudAfrica, hanno i teenager, noi abbiamo gli adolescenti… i primi sembrano divertirsi, i nostri sembrano malati.

In alcune associazioni e negli oratori, per tentare di svecchiare ‘sto termine orrendo, li chiamano “ado”… ado?!? Sembra l’acronimo di un gruppo di auto aiuto…

È vero, sono posseduti dagli effetti devastanti degli ormoni, soffrono di sbalzi d’umore, acne, depressione, sindrome narcisistica. Posso passare dalla narcolessia all’iperattività in un nano secondo e possono crescere di 15 centimetri in un we. Pur avendo tutte le sinapsi che funzionano alla perfezione, qualche volta il loro cervello va in stand by. Possono essere crudeli e tremendamente cinici. Ma fanno molto ridere, hanno un forte senso della giustizia e dell’umorismo, se qualcosa gli interessa la imparano alla velocità della luce. Nella loro totale disarmonia sono armonici, incomprensibili e infondo spesso indifesi da loro stessi. Sono spesso bistrattati perché hanno la capacità di far saltare i nervi e la pazienza anche a un santo eppure ci siamo passati tutti. Forse è come il parto: si dimentica?

Comunque, per concludere, rendiamo loro giustizia, fatemi felice: non chiamiamoli più adolescenti, vi prego… semplicemente “ragazzi” potrebbe andare?