Buona festa della mamma

Vorrei che la festa della mamma fosse celebrata in modo diverso.

Se è vero che fare figli è un modo per guardare al futuro, bisogna cominciare a sentirsi tutti responsabili di questi benedetti figli. Non solo le madri.

I figli appartengono a tutti, nel senso che tutti ne siamo responsabili perché sono coloro che ci accudiranno, che andranno avanti dopo di noi.

Perché far ricadere sempre tutto solo sulle madri? Alcune madri sono fantastiche, ma altre sono pessime. Come tutti. Non è solo con i nidi, i sussidi, gli “aiuti” economici che si aiutano le madri, ma condividendo la loro responsabilità, non lasciandole sole ad ascoltare Iva Zanicchi che canta Mamma tutto

Sono “madri” gli insegnanti, gli educatori, gli allenatori, i politici, i negozianti, i medici, i cantanti, gli scrittori, gli ingegneri. Tutti sono responsabili di quello che diventeranno i nostri figli.

E quindi basta con questa retorica della madre santa, eroina votata al sacrificio. Le madri sono semplicemente donne. La festa della mamma dovrebbe essere la festa di tutti coloro che si impegnano a far sì che i bambini crescano liberi, forti, consapevoli, empatici, altruisti, con la mente aperta.

Non sempre sono le madri quelle che asciugano i pianti, quelle che cucinano, quelle che incoraggiano, quelle che accolgono. Capita qualche volta che siano proprio loro quelle che umiliano, limitano, trascurano, non capiscono. Oppure semplicemente vorrebbero essere Mamma tutto, ma proprio non ce la fanno.

Quindi buona festa della mamma a tutti!

Il vaccino

Oggi la mia mamma ha fatto il richiamo. Sono giorni un po’ difficili per lei che ha visto andarsene due cari amici di vecchissima data nel giro di poco più di una settimana. Amici che conosceva da quando era una ragazza e con cui negli ultimi anni condivideva il volontariato e quindi quella sua vita che da poco più da un anno ha messo un po’ da parte. Mentre aspettavamo abbiamo chiacchierato e poi è entrata a farsi vaccinare con la consapevolezza e un po’ il disagio di essere comunque fortunata. Io che ultimamente sono un po’ sensibile, pensavo di avere tutto sotto controllo. O almeno lo credevo fino a quando, mentre aspettavamo i 15 minuti di osservazione post vaccino, a una signora accanto a noi è stato detto che era tutto a posto e che poteva andare. A quel punto la signora ha tirato fuori dalla borsa un sacchetto di cioccolatini, lo ha messo in mano alla ragazza che gestiva le persone in attesa e le ha detto “grazie di tutto, questi sono per la truppa”. Ecco, a quel punto ho fatto veramente fatica a mantenere quel distacco che contraddistingue noi milanesi. Ma ci ha pensato la figlia della signora a farmi ridere: quando è tornata indietro a prender l’ombrello che aveva dimenticato si è sentita borbottare “mi sa che qui tra me e l’ottantenne, la rimbambita sono io”.

Varia umanità

Provate a fare un esperimento: andate su FB, cercate una notizia di cronaca o andate sulla pagina di un personaggio famoso, meglio se donna, e andate a leggere i commenti. Cercate il più fastidioso, il più volgare, il più cattivo, il più provocatorio, il più ignorante e andate a vedere il profilo di chi lo ha scritto. Scorrete la sua pagina e nove volte su dieci ci troverete un post di amore per i cani, o per i gatti o una frase di Madre Teresa di Calcutta. Non chiedetemi perché i troll e gli stronzi amino così tanto Madre Teresa perché non ne ho idea.

Le mie riflessioni notturne sono in realtà per gli amanti dei cani. Come già scrissi, sono entrata nel magico mondo dei possessori di cani e in questi due mesi ho scoperto un sacco di cose. Innanzi tutto i miei vicini di casa. La signora di sotto, quella che appena arrivammo in questo condominio mi chiese cosa mi era saltato in mente di fare tre figli, quella che con le sue continue citofonate mi ha ha fatto entrare nel fantastico mondo degli attacchi di panico e degli ansiolitici, quella che sente rumori a qualsiasi ora del giorno della notte, quella che ascolta la tv a volumi assurdi fino alle due di notte ma sente distintamente te che chiudi un cassetto, quella che mi accusa di spostare mobili di notte, quella per cui ho sempre detto di no al cane perché pensavo che era la volta buona che mi avrebbe dato fuoco alla casa, ecco proprio lei, la prima volta che ha visto il cane e che io mi sono scusata perché qualche volta abbaia, ci ha tenuto a dirmi che per lei il cane può fare tutto il rumore che vuole perché non le da fastidio, e che anzi, che eravamo una bella famiglia perché lo avevamo adottato.

Poi ci sono i mei dirimpettai: sempre gentili e discreti dubito che sappiano il nome dei mei figli. O il mio. Eppure dopo qualche giorno dal suo arrivo, sapevano già il nome del cane, si fermano per strada a salutarlo e mi hanno detto che erano preoccupati perché le prime settimane non ha mai abbaiato e quando finalmente lo hanno sentito si sono tranquillizzati “perché sai, un cane deve abbaiare”.

Il signore di sopra invece ci ha sempre voluto bene, e temevo che gli abbai, talvolta anche notturni, rompessero l’idillio tra noi e lui. E invece anche lui ci ha tenuto a dirci che l’abbaiare pieno tondo del nostro cane non gli da fastidio, anzi, gli fa compagnia.

Conclusione: consiglio ai giovani genitori che hanno vicini di casa simpatizzanti di Erode, di prendere immediatamente un cane: qualsiasi rumore farete, date sempre la colpa al cane e vedrete che nessuno si lamenterà più. Accidenti a me e al non averlo fatto prima…

La seconda scoperta che ho fatto da quando ho il cane riguarda la gente per strada. Se avete avuto il piacere di camminare per strada con un passeggino o una carrozzina sapete bene che i consigli e i commenti non richiesti abbondano. Ecco, con il cane la cosa avviene molto ma molto più spesso. Ma forse a me succede anche per il tipo di cane che ci è capitato. Io non so come abbia passato i suoi primi cinque anni di vita, fatto sta che quando non vuole andare dove voglio andare io, prima tira come nemmeno una muta di husky al polo nord verso la direzione che lui ritiene più opportuna, poi tenta di sfilarsi dal guinzaglio, e infine, quando capisce che non c’è niente da fare, si sdraia per terra e si finge morto. Ormai lungo la mia via è abbastanza conosciuto, ma ogni volta che succede questa scenetta qualcuno si ferma e mi chiede se va tutto bene. Il problema è che dopo che ho spiegato che è tutto ok, che è solo un cane che è passato dalla campagna calabrese alle strade di Milano e che deve abituarsi alla nuova realtà, tutti si sentono in dovere di fermarsi e continuare la conversazione finché anche il cane non ne può più e si alza rassegnato o viene alzato da me di peso in preda a un attacco isterico. Molte persone si dilungano in consigli da educatori cinofili provetti, ma le mie preferite sono le persone che si fermano e anziché darmi consigli mi raccontano la loro storia personale. Ora, io non so perché il fatto di avere un cane che si finge morto spinga le persone a identificarmi con una persona con cui ci si possa confidare, eppure sono tantissime quelle che lo fanno. Conosco storie di matrimoni finiti, di rapporti conflittuali con i figli, cani adorati morti di malattie disgustose, cambi di casa sofferti, lutti, vedovanze, solitudini. Perché l’avere un cane mi rende una persona degna di fiducia con cui confidarsi? È per questo che i troll su FB professano amore incondizionato per i cani? Perché questo le fa apparire persone migliori? Mah… nelle aree cani e nei parchi ho incontrato padroni di cani di tutti tipi. Io credo di far parte del gruppo “impacciati ansiosi”, quelli cioè che fanno fatica a capire le dinamiche canine, per esempio che se i cani si azzuffano cercando di mordersi il muso in realtà “stanno giocando”. Poi ci sono i “forti e sicuri”, le “mamme apprensive”, i “il cane è solo qualcuno che mi gira intorno tra una canna e l’altra” e quelli “il mio cane potrebbe anche suicidarsi ma ’sto al telefono”. Però quelli che io invidio dal profondo del mio cuore sono quelli che passeggiano serenamente con il cane che gli trotterella intorno senza guinzaglio e che se si allontana basta un micro fischio e se lo ritrovano accanto in un nano secondo. Perché quando abbiamo provato a lasciare il nostro libero è partito come una scheggia verso l’infinito e oltre, fottendosene bellamente dei nostri richiami e tornando solo quando lo ha ritenuto opportuno. Per fortuna è tornato vivo. L’ho confessato a un altro padrone in area cani, lui mi ha guardato, ha sorriso con saggezza e mi ha detto “tesoro, hai un setter che è andato a caccia per cinque anni… il suo confine è e sarà sempre l’orizzonte”.

Mi sa che il lavoro tra me e il cane che si finge morto e che insegue l’orizzonte sarà molto ma molto lungo… nel frattempo aggiorno il mio catalogo di varia umanità.

Le certezze della vita

Avevo poche certezze nella mia vita: sarei rimasta zitella, i bambini non facevano per me, non mi piacevano gli animali.

Il consorte e tre figli hanno infranto le prime due. Mi era rimasta una sola certezza: non avrei mai avuto un animale in casa.

Non ho mai sopportato l’espressione “mamma umana”, trovo nauseante l’odore di cane bagnato, disgustoso raccogliere merda per strada, fastidiose le leccate umidicce, imbarazzanti le annusate tra le gambe, orribili le pisciate per strada e sulle ruote della mia macchina, sfigati quelli che escono con qualsiasi tempo a far fare pipì al quadrupede ad orari da piumone. 

Da dieci giorni lavoro con lui sotto il tavolo. E mi ritrovo invischiata nelle succitate cose.

Mi chiedo a intermittenza “chi me l’ha fatto fare?”. Depressione da pandemia? Convivenza forzata con altri tre “animali” in gabbia? Paura che non sarei più uscita di casa? Una scusa per riprendere a camminare? Averlo conosciuto ed essermi resa conto che in fondo non era impossibile? Vedere il consorte finalmente felice? Non trovo risposta.

Dopo averlo vegliato dopo l’intervento di sterilizzazione, aver avuto il responso degli esami del sangue, trovato finalmente delle crocchette di suo gradimento che lo rimettano in forma, ancora alla ricerca di un modo per far sì che sia io a decidere che strada bisogna fare e per fargli capire che con noi non si va a caccia di uccelli, piccioni e topi, nell’attesa che arrivino i documenti che ne sanciscano definitivamente l’adozione, mi rimane un solo buon proposito: “mamma umana” anche no. Spero con tutto il cuore che non me lo sentirete mai pronunciare.

La flemma

In queste serate in cui tireresti la testa contro il muro, che daresti un braccio pur di riavere almeno la parvenza di una vita normale, un dito in cambio di una poltrona in un cinema, una mano per una birra in un locale affollato, una gamba per un abbraccio a una amica, un orecchio pur di non vivere più al centro della pandemia, in questa cazzo di provincia sempre colorata di nero nei grafici, ecco, in queste serate ti consoli con i film che vedi sull’IPad con le cuffie, mentre accanto a te tuo figlio ne vede altri sul suo tablet con le sue cuffie, che già detta così rende l’idea della disperazione. Non bastasse, su Netflix hanno avuto la bella idea di mettere tutti i film di Muccino, tra cui anche “Ricordati di me”. E così te lo rivedi. E sì che lo hai visto più volte, ma sono passati almeno 10 anni dall’ultima. Lo rivedi come se fosse la prima: quello che aveva attirato la tua attenzione le altre volte (la storia dei figli) passa in secondo piano, anzi, le skippi proprio (benedetto tablet) e ti concentri solo su loro, i grandi. L’ultima volta i personaggi di Bentivoglio e della Morante ti erano apparsi vecchi e patetici, esagerati, egoisti, caricaturali. Oggi invece te li ritrovi li, e per la prima volta li capisci. E non li trovi esagerati. E non li trovi egoisti. Li capisci veramente. E non sai più se è la depressione da pandemia o sono solo i tuoi cinquant’anni. Peccato che Monica Bellucci non sappia recitare e che la Morante parli strano, ma per fortuna c’è Bentivoglio e la sua flemma. Quella che vorrei ogni tanto anche io.

La flemma.

Effetti della pandemia

Succede che Myss Keta esca con una nuova canzone con una strofa in greco antico. Succede che durante la DAD (o DDI che dir si voglia) tra compagni qualcuno proponga “oh, mandiamolo alla prof”, ma poi nessuno abbia il coraggio di farlo. Succede che l’ora dopo, durante educazione fisica, la temutissima prof di greco mandi un messaggio alla classe: “Anche Myss in mezzo a noi”. La temutissima prof di greco ha anticipato i diciassettenni.

Ed è tripudio.

Attraverso fratelli e amici di amici, succede che qualcuno lo faccio sapere alla Myss e che lei ringrazi con un audio dove si congratula con la prof definendola “avanguardia pura”.

A Milano succede anche questo. La temutissima prof di greco e Myss Keta. Effetti della Pandemia. Non so come ne usciremo e se ne usciremo, ma la giornata di oggi, tra tante uguali chiusi in casa davanti a uno schermo, ha avuto il suo brivido. 😃

Brad, Jennifer e Angelina

In questi giorni così complicati, dove tutto è difficile, uno sopravvive come può. Non sai più se quello che ti mette più ansia è la claustrofobia o la fobia sociale, se ti mette più angoscia non poter vedere nessuno, o l’eventualità di incontrare qualcuno.

Comunque, in questa epoca ciò che ci distrugge ma allo stesso tempo ci salva sono solo loro: internet e i social. E mentre vedo video rilassanti che mostrano gente che taglia gomma o macchinari che fanno colate di cioccolata, mi imbatto in un video montaggio che riassume gli ultimi 25 anni di Jennifer e Brad. Il mio cervello ormai provato da mesi di focacce, pizze, prosecco e liquore alla liquirizia, parte con la domanda delle domande: perché Brad lasciò Jennifer? Ok, la risposta la sappiamo tutti: Angelina. Ora, ovviamente io non conosco Brad, Jennifer e Angelina, non so come siano nella loro vita reale, se sono persone semplici, contorte, simpatiche, ossessive compulsive, ma da quello che si evince dalle loro immagini pubbliche la domanda della vita è questa: perché gli uomini subiscono il fascino delle donne contorte? Angelina era bellissima, ma lo era anche Jennifer. Jennifer era solare, trasudava simpatia, Angelina invece era seria, ombrosa, distaccata. E Brad lasciò Jennifer per Angelina. Lasciò il sole per il mistero. Io mi immagino Angelina che si cura con confettini omeopatici, sedute di meditazione e che si realizza totalmente nel suo ruolo di madre figliocentrica. Dall’altra parte mi immagino Jennifer che si gode la vita, gli amici, e che non si è certo lasciata distruggere dall’abbandono del bel Brad.

Tutti sappiamo poi come è finita: Angelina, dopo 6 figli tra naturali e adottati, lasciò Brad, accusandolo di non essere un buon padre, di essere alcolizzato, violento… Per chi ha la mia età Brad rimane uno stragnocco intoccabile, e a quelle accuse ha sempre fatto fatica a crederci. O meglio, crede alle accuse ma si chiede perché quello splendore si sia così rovinato. Poi una sera ritorna lei, Jennifer, dopo quindici anni lo rincontra, lo saluta e Brad torna a splendere. Sono ora amici, e hanno il coraggio di scherzare e ammiccare davanti a milioni di persone. Quindi la domanda è sempre quella: che cosa spinge un uomo a preferire le contorte, le maniache, le ossessive? Certo, spesso sono bellissime, ma il mio studio personale sulle casistiche che ho incontrato nella mia vita, mi ha portato a concludere che l’uomo medio non ama particolarmente le donne simpatiche, con un forte senso dell’umorismo, quelle solari, sorridenti. Per queste ci vuole sempre un uomo che sia tutt’altro che medio. Nella mia esperienza, le più simpatiche, le più argute o sono single o hanno accanto uomini fuori dal comune. E Brad, questo lo dobbiamo ammettere, seppur bellissimo, non ha mai dato l’impressione di essere particolarmente intelligente, o forte o arguto. Jennifer poi ha avuto altri compagni e forse altri mariti, (non mi sono ben informata in proposito) ma sicuramente tra i due è quella che ha sempre camminato a testa alta.

Quindi, in questa serata milanese, nel silenzio del coprifuoco, dove a ogni sirena di ambulanza ho un sussulto, la mia domanda è: io sono una simpatica che è stata fortunata a trovare uno che se la pigliasse ma il cui destino sarebbe stato in realtà la singletitudine, lasciata e abbandonata sempre in favore di donne più contorte, più belle e più stronze, o sono una pazza ossessiva compulsiva con accanto un poveretto? Non essendo bellissima, conto sul fatto di aver avuto solo una gran botta di culo ad aver trovato uno che tanti anni fa ha avuto la pessima idea una sera di pioggia di accompagnarmi a casa e rimanere.

E con questi pensieri vado a dormire ormai certa che questo 2020 lascerà segni indelebili sulla mia sanità mentale. Buona notte Brad, e grazie per i tuoi film.

Ps: se si legge il tutto invertendo i generi credo che il risultato non cambi, funziona allo stesso modo. Mi hanno insegnato a fare così quando devo verificare se un testo contiene stereotipi di genere. Quindi, sappiate che se Brad fosse stato Brenda, Jennifer Gianni, e Angelina, Angelo, era la stessa cosa: le donne spesso scelgono i contorti, gli ossessivi, e gli stronzi e lasciano i simpatici, gli arguti e quelli pieni di senso dell’umorismo. Ma qui parlavamo di Brad, Jennifer e Angelina. Ok, vado a dormire, domani giuro che torno un essere pensante.

Come bottiglie di coca cola

Riassumendo: non possono andare ai concerti, non possono andare a ballare, non possono pogare, non possono viaggiare, non possono giocare a calcetto o a basket con gli amici, non possono fare le feste, non possono suonare e non possono cantare in gruppo, non possono chiacchierare con una birra in mano, non possono fare l’intervallo in corridoio, vengono registrati ogni volta che vanno in bagno, meglio se non prendono i mezzi pubblici, che usino sempre la bici, non possono baciarsi, abbracciarsi, darsi il cinque. Niente feste dei 18 anni, niente gite scolastiche, uscite didattiche, laboratori. Spazi di aggregazione chiusi, gruppi consentiti solo se organizzati, distanziati, con autocertificazione e adesione al protocollo. Sono sempre coperti da una mascherina, che, per carità, alcune sono fighissime e qualche volta vanno anche bene per coprire l’acne, ma toglie il gusto e la soddisfazione di truccarsi, di sentirsi belli, di riconoscersi. Basta un compagno di classe positivo e vengono rinchiusi in casa per 14 giorni, mentre i loro genitori, giustamente, continuano a lavorare, a usare i mezzi pubblici, a fare la spesa. Stanno a casa loro per far uscire noi. Tutto giusto, ovviamente, meglio che andare in guerra. Eppure sono visti loro come “gli untori”, gli irresponsabili, gli “egoisti”. Mi sorprende chi si sorprende che siano aumentati i casi di  vandalismo, di delinquenza. Il problema c’era già con i ragazzi, ed era in crescita: abbandonati, annoiati, senza progetti seri e fantasiosi che li riguardassero, solo con divieti che a una certa età (ma forse a tutte le età) non sono altro che un invito a violarli. 

Due anni per noi vecchi non sono nulla, ma sono un’eternità se hai dai 13 ai 20 anni. Chiudete gli occhi e ripensate a voi stessi a quell’età. Ma non la ricordate quella sensazione di claustrofobia quando stavate in casa? Non ricordate la rabbia, l’insofferenza? Non aspettavate con ansia l’uscita con gli amici, che comunque arrivava ogni venerdì e sabato sera? Non cominciavate a progettare il vostro viaggio estivo a ottobre? Non spulciavate le riviste per essere aggiornati sui prossimi concerti? Quando avete conosciuto i vostri più cari amici? Sì, quelli che vi sono durati una vita e durano tutt’ora? Dove li avete conosciuti? Come li avete conosciuti? Che cosa avete fatto insieme che vi ha reso così amici? È vero, hanno strumenti che noi non avevamo e li sanno usare molto meglio di noi. Comunicano, si innamorano, si vedono, guardano film, concerti, ascoltano musica, ma fanno tutto chiusi nella loro stanza e noi, anche sembra una follia anche solo pensarlo, adesso siamo sereni e sollevati se li sappiamo chiusi lì dentro.

Quando avremo finito di agitare e sconquassare tutte queste giovani bottiglie di coca-cola, aspettiamoci il botto. Ma vi prego, quando sarà, perché è una certezza che avverrà, non siatene sorpresi. 

Sarà l’autunno

Sarà l’autunno, sarà l’ansia da pandemia, sarà che ho ricominciato a lavorare tanto, sarà che quando cerco foto o lavoro sugli impaginati posso anche ascoltare la musica, sarà la malinconia che mi hanno regalato i miei cinquant’anni, sarà che ho figli di diciassette, diciotto e quasi tredici anni… sarà colpa di Spotify che ogni tanto azzecca il tuo stato d’animo… fatto sta che qualche giorno fa sono entrati nelle mie orecchie i Kodaline, gruppo irlandese di cui ignoravo l’esistenza. Ed è arrivata una canzone, “High hopes”. Il video ha come protagonista un attore attempato ma strafigo, e nemmeno lei è giovanissima, ma bellissima. Il video inizia con un tentativo di suicidio e si conclude con due sanguinanti sull’asfalto, tanto per inquadrare il feeling… comunque, sarà che mi ha dato sollievo vedere una storia d’amore che non ha come protagonisti sgallettati che ormai guardo solo con sguardo materno, ma erano anni che non ascoltavo una canzone a ripetizione, senza riuscire smettere. La musica si è rimpossessata di me. Non so se a voi succede, ma certe volte mi entra proprio nella pelle, nel cervello, batte proprio come il cuore. Saranno gli accordi in minore, sarà il basso, sarà la ballata, ma tutto quello che vorrei è sapere bene l’inglese per cantarla a squarciagola, su una spiaggia, in montagna, davanti a un fuoco, con qualcuno che la canti con me con lo stesso entusiasmo.

Sarà un lungo inverno, ci sarà bisogno di un sacco di musica.

Due ombrelloni Algida

Oggi la situa era questa: affollato ma dignitoso. Poi sono arrivati loro: due ombrelloni algida, una borsa frigo anni novanta, un accento campano, un materassino viola, una macchina fotografica e sette giovani esseri umani. Hanno sistemato più o meno ombrelloni e asciugamani, hanno discusso per i panini, hanno condiviso il materassino viola, si sono fatti le foto. Andavano e venivano dai bagni in mare. Sette ragazzi tutti diversi fisicamente: uno grosso, uno magrolino, uno chiaro chiaro, l’altro scuro scuro, uno bassino, uno con i capelli rossi, uno con la macchina fotografica al collo. Avessi compreso tutto quello che dicevano, sarebbe stato più divertente. E avrei saputo di più sulle loro vite. Non c’erano ragazze con loro: età stupida quella in cui l’apparenza, la sicurezza di se e il rientrare in certo canoni apre più facilmente i cuori del gentil sesso. Alla fine mi sono pentita di averli guardati malissimo al loro arrivo, quando mi sono resa conto che si stavano accampando proprio intorno alla nostra postazione e un po’ troppo vicino secondo il mio concetto di “spazio vitale”. Loro però non hanno fatto una piega: troppo presi dal godersi il mare, forse non si sono nemmeno accorti della mia presenza. Non hanno mai alzato la voce, non sono mai stati molesti. Avevano un non so che di malinconico, che cozzava con gli altri bagnanti, in gran parte coppiette sbaciucchiose abbronzate e tatuate. Quando siamo andati via loro erano ancora la. Quello chiaro chiaro stava all’ombra perché nel frattempo era diventato rosso rosso. Spero abbiano una vita felice.

La spiaggia di oggi.