Estate 1981

Oggi è stata la giornata della memoria.

La mia giornata della memoria è legata a un viaggio.
Era l’estate del 1981 e i miei decisero di partecipare a un viaggio organizzato dal frate che li aveva sposati. Il frate, padre Francesco Ruffato, era uno studioso della vita di Padre Massimiliano Kolbe e il viaggio aveva come destinazione il luogo dove la vita di Padre Kolbe finì: Auschwitz.

Era l’estate del 1981, io avevo 11 anni e mio fratello 12, l’età che adesso hanno i miei figli più grandi.

Alla partenza su 50 posti del pullman, ci ritrovammo in 20: noi quattro e una cozzaglia di varia umanità che ci fece apparire da subito come un’armata Brancaleone alla conquista di Gerusalemme. Il motivo era molto semplice: la Polonia, ma in realtà tutto l’est Europa e quindi tutti gli stati che ci stavamo accingendo ad attraversare con il nostro bel pullman, versava in una profonda crisi economica e politica e l’eventualità di un’invasione Russa era più che un’ipotesi astratta.
Erano gli anni della guerra fredda, la Perestroika era ancora da venire e il generale Jaruzelski stava già prendendo potere, cosa che poi avvenne in ottobre con conseguente introduzione delle leggi marziali in dicembre e gli scontri con il sindacato Solidarnosc.

Ma noi partimmo: ritrovo a Padova, presso la basilica di sant’Antonio, viaggio organizzato dalla OPA, Opera Pellegrinaggi Antoniani.

Se ci penso adesso, con il senno di poi, penso che i mei dovevano aver assunto qualche sostanza stupefancente quando decisero di partire. Tanto per intenderci, quello è stato l’unico viaggio che ho fatto all’estero con i miei genitori. Le mie vacanze da bambina si sono sempre svolte tra Pinarella di Cervia e i monti del trentino, con solo un’estate a 6 anni in giro per l’Umbria. Insomma, non ho avuto certo estati da brivido e i miei non erano certo degli hippy alla ricerca di emozioni forti. Ma non erano nemmeno dei bigotti dalla fede cieca nella provvidenza e nel potere salvifico dello Spirto Santo. Erano semplicemente amici di padre Francesco…

Comunuque, siamo partiti. Gran parte del viaggio si svolse su quel pullman. Sì perché la Polonia è lontana da Milano, molto lontana.
Ebbi l’occasione di vedere Budapest e Praga quando non erano mete turistiche.
Quando tornai a Praga anni dopo rimasi sconvolta nel vedere il Ponte Carlo pieno di gente da non poter passare: la prima volta che lo vidi c’era solo la nostra piccola combriccola scalcagnata e qualche altro piccolo gruppo di turisti sprovveduti come noi.

Ad ogni frontiera che attraversavamo avevamo sempre una guida che ci aspettava, perché senza guida non si poteva entrare. Era poi la stessa che cambiava i soldi in nero, che ci indicava dove comprare le collane di ambra e come nasconderle nelle valigie per passare i controlli, che infatti avvenivano regolarmente, di quelli “apri la valigia e tira fuori tutto”. Il passaggio di dogana era sempre da brivido: militari che salivano a controllare i documenti e noi in silenzio religioso.

Mia mamma, previdente, aveva preparato una borsa con generi alimentari di vario tipo che venne da subito chiamata la “borsa della sopravivenza”. Capii il senso di quella borsa non appena varcammo il confine Polacco. Visitammo Varsavia e Cracovia: credo di aver visitato musei e basiliche, ma nella mia memoria ci sono le code infinite della gente davanti a negozi di alimentari vuoti. Noi eravamo alloggiati in alberghi bellissimi, eppure quello che veniva servito a pranzo e cena non rispecchiavano assolutamente il lusso delle stanze.

E poi finalmente arrivammo. Auschwitz, proprio lì.

Sarà stata la giornata di sole, sarà stato che non so perché mi aspettavo baracche di legno fatiscenti, Auschwitz mi sembrò un bel posto. Tutte quelle casette in muratura, ordinate, ben tenute… Insomma, non dava l’idea del posto terribile che mi avevano raccontato.

Poi però arrivò la guida, il filmato, il museo, la visita… Il museo di Auschwitz rimane uno dei posti più strazianti che io abbia mai visto: vetrine pieni di oggetti personali ammucchiati per genere. Occhiali, scarpe…da adulto e da bambino… rotoli di tessuto fatto con i capelli… Tutto era organizzato, tutto era catalogato.

E poi ci furono quei gradini, i gradini delle casette. Erano in pietra eppure erano consumati al punto che al centro di ogni gradino c’era una conca. Ecco quello che ricordo io sono i gradini, quella conca. Sarà stato il racconto della guida o la mia fantasia di bambina, ma cominciai a vedere intorno a me tutte le persone che avevano calcato quei gradini e provai a immaginare che cosa potevano aver pensato guardando a testa china quei gradini.

Dopo Auschwitz andammo a Birkenau, poco distante. Lì c’erano le baracche in legno dei documentari, lì ho visto quello che rimaneva di un’assurdità.

Durante un viaggio del 1981 ho capito quanto può essere facile arrivare a fare una cosa così atroce: basta cominciare a classificare le persone per genere, nazionalità, religione, inclinazione sessuale e decidere chi va bene e chi no, basta eseguire ordini senza capirne il senso, è sufficiente fare quello che si è sempre fatto senza chiedersi il perché lo si sta facendo, se è giusto o no.

Non ci vuole molto…

A capo di ogni casetta, di ogni baracca c’era sempre un prigioniero, ma che proprio per il suo ruolo di “capo” godeva di privilegi e spesso aveva il potere di vita e di morte su gli altri prigionieri. Ma era prigioniero anche lui…

Quest’estate prenderemo il camper, forse andremo il Germania, e forse ancora più su, chissà.

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Lunadigas

Passando molte ore in questi giorni davanti al computer, ogni tanto faccio una pausa e navigo un po’ tra un sito e l’altro, seguendo un filo d’Arianna che mi porta in posti inaspettati.

Mi è capitato così per caso di imbattermi nel progetto Lunadigas (http://webdoc.lunadigas.com)

Il progetto Lunadigas è un progetto che da voce a tante donne che non hanno avuto figli, la maggior parte delle quali per scelta. In realtà poi c’è un po’ di tutto, tante voci diverse, tanti modi di vedere, tanti modi di essere donne.

Ho ascoltato i racconti di queste donne così diverse tra loro: alcune dure, arrabbiate, altre pacificate e serene, alcune le ho trovate antipaticissime, altre mi sono piaciute un sacco.

Sono arrivata alla conclusione che la maternità è sopravvalutata.

E che l’abbinamento maternità-bambini sia il più grande fraintendimento.
I figli rimangono bambini per pochissimo tempo, poco più di dieci anni, e se per loro sono tantissimi, per chi ha superato i trent’anni sono un soffio. MI ha fatto sorridere vedere la Hack, ormai più che ottantenne, parlare dei possibili figli come di “bambini”, quando se nella realtà ne avesse avuti sarebbero stati allora, mentre lei parlava, degli splendidi cinquantenni.

La maternità non rende migliori, ma nemmeno peggiori, semplicemente esaspera delle inclinazioni, un modo di essere che si è già. Allo stesso modo chi non ha figli non è migliore ma nemmeno peggiore di chi ne ha.

I bambini possono spaventare, l’idea che un essere dipenda da te in tutto e che sarai tu a condizionare in modo indelebile, nel bene e nel male, la sua vita può dare le vertigini. E purtroppo penso anche io che chi non ha figli spesso non possa capire, come io, per esempio, non posso capire cosa significhi essere single alla mia età oppure cosa significhi avere un figlio disabile: posso intuirlo, immaginarlo, ma sono sicura che non so cosa significhi.
Ho amiche con figli disabili che si innervosiscono quando qualcuno, pensando di fare un complimento, dice loro quanto sono brave, quanto sono eroiche… Io credo che il fastidio nasca dalla consapevolezza che chi fa il complimento non sa assolutamente di cosa stia parlando.

Ma so anche che la frase “tu non puoi capire” è irritante, perché nella mia vita io non ho avuto sempre dei figli e so bene il fastidio che si prova quando ti dicono “tu non puoi capire”, soprattutto quando tu un figlio lo vorresti con tutte le tue forze ma ‘sto disgraziato non vuole arrivare e chi pronuncia questa frase ha l’espressione di Giovanna d’arco davanti alla catasta di legna.

Dei miei anni da “non madre” mi è rimasto il fastidio nei confronti di chi si immola nel nome dei figli, per chi ricalibra la propria vita sui tempi e sulle esigenze dei piccoli esserini di casa. Credo che se vuoi crescere delle persone libere di essere e fare quello che sentono, devono avere davanti dei modelli di persone libere di essere se stesse. Non si può caricare sulle spalle di bambini la responsabilità e il peso di una vita familiare che gravita intorno a loro. Perché questo avviene già, inevitabilmente, e trovo un po’ ipocrita far passare i figli come la causa di nostre scelte che, diciamo la verità, spesso sono motivate da ben altre ragioni. In poche parole: se arrivo a sera sfatta dopo una giornata di lavoro, io non esco con le amiche perché non ne ho voglia, non per senso del dovere nei confronti dei mei figli. Se lo facessi per “dovere” lo capirebbero e mi odierebbero. Se non esco è perché ho voglia di chiacchierare con i miei bambini perché mi stanno simpatici e certe sere preferisco la loro compagnia. Allo stesso modo, chi non ha figli potrebbe non avere voglia di uscire con le amiche perché qualche sera ha voglia di stare con qualcuno che in quel momento gli sta più simpatico. Se devo lavorare di più in certi periodi, mi spiace per i miei figli che mi vedono poco, ma questo non mi rende più “preziosa” di chi non ha dei figli a casa che l’aspettano, perché magari anche lei ha un compagno o degli amici che hanno bisogno di lei, o semplicemente ha di meglio da fare.

Credo che la scelta di non avere figli sia un atto di egoismo almeno tanto quanto sia un atto di egoismo la scelta di averlo un figlio. E che il giudizio sociale sia un problema sia che tu scelga di avere o non avere figli. Perché oggi più che mai avere un figlio è una scelta e quando sono soprattutto le donne a scegliere, si sa, il giudizio sociale è sempre spietato.

Quasi tutte le donne intervistate non sanno bene perché non hanno voluto figli, sanno solo che questo era giusto per loro. Io allo stesso modo, non so perché ho sentito così forte il desiderio di avere figli, proprio io, che, sì, insomma, non è che abbia tutto questo spirito materno… So solo che il bello dei figli è che crescono, cambiano in continuazione, ti sorprendono e che sono delle persone prima ancora di essere i tuoi figli. E che le donne sono tutte belle quando sono libere.

Non ce la posso fare…

“Non ce la posso fare”… È una frase ricorrente del mio cervello.

L’ho pensata con una tesi in mano davanti a sconosciuti togati e l’ho pensata vestita di bianco con un bouquet e una navata infinita davanti a me e tantissimi occhi che mi fissavano.
L’ho detta, o meglio urlata, ogni volta che ho partorito: la prima volta perché non sapevo cosa mi aspettasse, le altre due perché sapevo esattamente che cosa mi aspettava.
L’ho detta più volte quando di notte, nella fase di sonno più profondo, un pianto disperato mi reclamava.
L’ho pensato in una corsia di ospedale quando ho capito che stavo per assistere all’agonia di mio padre.
Lo dico tutti gli anni a dicembre, quando si avvicinano le chiusure dei libri e io sono ancora in alto mare.
Lo penso ogni volta che andiamo a camminare in montagna, all’inizio del sentiero, quando ho già il fiatone e la montagna è ancora lì, tutta davanti a me.

Ci sono situazioni che vorrei non dover affrontare, che mi sembrano ostacoli insormontabili che mi si palesano come montagne invalicabili. Oppure più semplicemente sono situazioni che non ho voglia di affrontare perché sono stanca, perché mi fanno paura, perché non so da che parte cominciare.
Ci sono giorni che quando suona la sveglia vorrei che il materasso mi inghiottisse facendomi sparire tra le molle e l’imbottitura.
Un sacco di volte avrei voluto che arrivasse un super eroe che mi salvasse, un avatar, un clone, un ologramma che affrontasse i miei problemi al posto mio.

Ma ci sono strettoie da cui devi per forza passare e quindi stringi un po’ le chiappe e vai. Certe volte ne esci un po’ graffiata, un po’ malconcia, ma ne esci.
Sono circondata da bellissime persone che hanno davanti a sé montagne enormi, e nonostante questo mettono un piede davanti all’altro ogni giorno e vanno avanti, ridendo e scherzando nonostante tutto.

Tante camminate in montagna mi hanno insegnato che una volta superato il bosco, quando il sentiero si fa più roccioso e la vetta è più vicina, la fatica diventa parte di te e pesa di meno, le gambe cominciano a camminare da sole, il respiro si fa regolare. E capisci che ce la puoi fare, e quando arrivi in cima ti senti in pace con te stesso e con il mondo.

Ed è a quel punto che pensi “ma io al mare, sotto l’ombrellone ci sto da dio…”

Sopravvissuti

Forse quello che sto per scrivere potrà risultare semplicistico e banale, ma ci sono certe sere che hai bisogno di convincerti che andrà tutto bene.

In questi giorni di ansia, in questi mesi di difficoltà, in questi anni di crisi, sembra che il futuro sia oggi più che mai nero.

È dall’11 settembre 2001 che è così.

Per me, invece, dall’11 settembre 2001 il futuro è diventato importante come non lo era stato mai prima, perché l’11 settembre 2001 con un test di gravidanza in mano ho capito che ci sarebbe stato qualcun altro nella mia vita il cui futuro sarebbe da quel momento in poi dipeso in gran parte da me.

E così, mi capita sempre più spesso di ripensare alla mia infanzia e mi ritrovo a ripetermi “se ne siamo usciti allora, ne usciremo anche adesso”. Credo sia il ragionamento più stupido, più rassegnato e più da “vecchi” che si possa fare, ma fa star bene ed è forse per questo che è tipico degli anziani: aiuta a superare la paura di quello che ci aspetta, ci fa sentire dei sopravvissuti in grado di sopravvivere anche in futuro.

Quindi, ecco il mio ragionamento “salvaansiaperilfuturo”.

Sono nata nel 1970, 7 mesi dopo la strage di piazza Fontana. La mia infanzia è stata scandita da telegiornali serali che annunciavano quotidianamente rapimenti e assassini di belle persone. La gente veniva ammazzata per quello che rappresentava o diceva. Giudici, giornalisti, professori, politici, poliziotti, ferrovieri, studenti. Oppure perché semplicemente era nel posto sbagliato al momento sbagliato: Italicus, Ustica, Bologna…

In quegli anni nessuno si è tirato indietro: rossi, neri, mafiosi, militari… Tutti ammazzavano, ognuno per conto proprio o tutti insieme… chissà… ancor oggi non è dato sapere…

Comunque, alle 20.00 in punto di ogni sera eravamo tutti davanti alla tv ad ascoltare il bollettino di guerra. Per noi bambini guai a fiatare, in rigoroso silenzio davanti al TG. Nessuno si poneva il dubbio che forse quelle notizie, quelle immagini avrebbero potuto turbare noi bambini e, infatti, noi non ci turbavamo, perché si sa, i bambini si abituano a tutto in fretta.

Però la domenica c’era Domenica in e lì sì che c’era l’angolo per i bambini! Mentre aspettavo che arrivasse Sbirulino o i cartoni animati delle sigle di Bruno Lauzi (La bella tartaruga, Jonny il bassotto, per intenderci), c’erano le interviste a politici o personaggi famosi. Ricordo chiaramente un’intervista a Giulio Andreotti, accolto in studio con reverenza, con l’intervistatore di turno a compiacersi dell’intelligenza e della sagacia dell’intervistato. Chissà perché mi è rimasta così impressa… E c’era Portobello con il “Dove sei?” a ricordarci che gli orrori della Seconda Guerra mondiale erano ancora tra noi ma ormai così lontani, con protagonisti, quelli sì sopravvissuti veramente, ormai anziani, come se l’orrore appartenesse a una generazione ormai anziana.

Siamo sopravvissuti… Ho impresse nella mente le immagini: la renault rossa (che però io ho sempre visto in bianco e nero) di via Caetani, la stazione di Bologna, le manifestazioni studentesche, le foto e i volantini di rivendicazione dei rapiti. Ma ho anche impressa l’espressione di mio padre di fronte a queste notizie: sul suo volto percepivo la gravità, ma non fino in fondo. Sì, insomma, me ne fregava poco, e quel silenzio religioso a cui ero costretta mi innervosiva e allo stesso tempo mi affascinava al punto che le sere che non succedeva niente ci rimanevo quasi male…

Sono sopravvissuta… E sopravviveranno anche i miei figli a questi giorni bui. Avranno un bel lavoro ben retribuito, potranno viaggiare in tutto il mondo, conoscere persone di culture e religioni differenti, scegliersi l’amore della loro vita e saranno felici. E quando avranno quarant’anni potranno raccontare della loro infanzia iniziata dopo l’11 settembre 2001.

E con questo pensiero pongo fine a una giornata faticosa, ma che dopo il peso di questi ultimi giorni, ringrazio il cielo sia stata di una normale quotidianità.

Che cosa significa “integrazione”?

Vent’anni fa feci un viaggio in Australia, a Sydney, per studiare l’inglese.

Rimasi 2 mesi ed ebbi l’occasione di conoscere dei parenti dei miei nonni che erano emigrati lì alla fine degli anni ’50.

Ricordo la mia ansia mentre camminavo verso casa loro: dei perfetti sconosciuti che però erano in qualche modo parte della mia famiglia.

Appena aprirono la porta l’ansia svanì: erano così simili nelle sembianze ai parenti mantovani, nei modi, nelle espressioni e nel parlare che mi sentii come quando da bambina andavamo a fare il tour dei parenti e venivo accarezzata e coccolata da quelle mani rugose e dure che solo la campagna sa forgiare.

Quando conobbi Sergio ed Emilia vivevano a Sydney da quarant’anni.

Emilia mi accolse calorosamente. Ricordo il suo buffo parlare italiano con un forte accento mantovano intercalato da numerosi “I mean”. Sergio invece parlava un italiano intercalato da espressioni in dialetto mantovano molto simili a quelle usate dai miei nonni. E così scoprii che Sergio l’inglese non l’aveva mai imparato. Non ne aveva avuto bisogno: nella fabbrica dove aveva lavorato una vita erano tutti italiani provenienti dalla provincia di Mantova, alle faccende di casa ci aveva sempre pensato Emilia e alla questioni burocratiche i suoi figli, giunti in Australia da adolescenti e quindi perfettamente integrati.

Integrati… A me la parola “integrazione” non è mai piaciuta. Nelle auto quando un optional è integrato significa che non si vede, che fa parte del pacchetto, ma che dà un valore aggiunto alla macchina, la rende migliore, più performante. Quando si parla di persone invece, non so perché alle mie orecchie risulta come “rieducato”, “conformato”, come se per “integrarsi” fosse necessario fare tabula rasa delle proprie origini, del proprio passato, della propria cultura.

Tornai da loro per Natale ed ebbi l’occasione di conoscere anche figli e nipoti, tutti intorno a una tavola imbandita con cappelletti in brodo nonostante i 30 gradi e il sole estivo. E di secondo prosciutto crudo di parma e melone. Ricordo il nipotino che all’epoca aveva 7 o 8 anni, che a scuola aveva scelto di studiare Italiano come seconda lingua soprattutto per poter parlare con il nonno. Ricordo la nuora, di origine italiane ma che con me si vergognava a parlare Italiano. Ricordo le nipoti più grandi, che all’epoca avevano più o meno la mia età di allora, che capivano perfettamente l’italiano ma che mi rispondevano in rigoroso inglese.

E mi spiegarono l’Australia. Lì tutti erano immigrati dall’Europa da tempi più o meno recenti per cui nessuno si sentiva “diverso”, nessuno doveva “conformarsi” ma tutti erano “integrati”, pur mantenendo le proprie tradizioni.

Sergio parlava dell’Italia con nostalgia ed era evidente che il suo cuore era rimasto lungo gli argini del Po. Per questioni burocratiche aveva dovuto scegliere se avere passaporto italiano o australiano e aveva scelto quello australiano.

Mi raccontarono che quando arrivarono gli si aprì un modo fantastico, dove si veniva pagati a settimana, dove i figli potevano frequentare ottime scuole, essere curati nei migliori ospedali, avere una casa con giardino.

Poi però aggiunsero qualcosa… mi dissero che l’immigrazione degli asiatici degli ultimi anni era un problema, perché ne arrivavano troppi, perché si comportavano in modo non corretto, che molti arrivavano con un sacco di soldi convinti di poter fare quello che volevano… E capii perché il mio compagno di corso coreano quando si usciva la sera ci teneva ad accompagnarmi a casa e poi se la faceva tutta di corsa fino a casa sua: io non vedevo nessun pericolo, ma poi scoprii che dei ragazzi nel tragitto dalla stazione a casa mia lo avevano preso di mira e che quando io non c’ero lo inseguivano urlandogli “china”.

Integrazione… Sergio era perfettamente integrato e ormai anziano si godeva la sua pensione e la sua famiglia, guardando telefilm alla tv che non capiva. Aveva passaporto Australiano ma non parlava l’inglese se non “kiss nonno”, mangiava piatti mantovani e non sopportava gli aborigeni. E rimpiageva il fatto di non aver potuto fare e costruire in Italia tutto quello che aveva fatto e costruito per la sua famiglia in Australia.

Il mio compagno coreano alla fine del corso avrebbe tentato di superare l’esame di inglese per poter essere ammesso all’università di Sydney o sarebbe tornato in Corea perché senza università niente permesso di soggiorno.

Non so che fine ha fatto: eravamo amici ma non ricordo più nemmeno il suo nome.

Sergio non c’è più ormai da tanti anni. Non è più tornato in Italia.

Oggi più che mai non so che cosa significa integrazione…

je suis Charlie

Prima di ieri non sapevo cosa fosse Charlie Hebdo, non sapevo chi fosse il suo direttore e di cosa si occupasse.  E credo di non essere l’unica.

Ho visto alcune copertine della rivista e alcune le ho trovate offensive e volgari. Alcune sagaci, geniali e struggenti. E mi sono accorta che il mio giudizio era solo ed unicamente influenzato da quello in cui credo. Immagino quindi che ci sia qualcuno che avrà trovato offensive e volgari quelle che per me erano solo molto sagaci… Qualcuno le avrà trovate tutte geniali, qualcuno tutte volgari.

In questo ore ho letto e ascoltato di tutto: articoli bellissimi sulla libertà, dichiarazioni farneticanti sull ‘Islam, foto di cartelli “je suis Charlie”, lunghi articoli di chi critica chi scrive lunghi articoli, post su Facebook di chi critica chi scrive post su Facebook accusandoli di ipocrisia, ignoranza…

Eppure io penso che la libertà di opinione sia la libertà di poter disegnare e scrivere anche sull’onda di un’emozione, anche se si è ipocriti, scorretti, esagerati.

Nella nostra quotidianità siamo tutti un po’ fascisti, intolleranti, razzisti ed per questo che la libertà rimane un bene prezioso da curare con attenzione, perché è una strada difficile da percorrere, perchè ascoltare veramente chi la pensa diversamente da noi, chi critica quello in cui crediamo, è faticoso e doloroso. Ma è un prezzo direi super economico per poter dire quello che si pensa, per poter scrivere i propri pensieri, per poter conoscere persone diverse, per poter vedere la realtà da diverse visuali, per poter scegliere quello in cui credere.

La tragedia sono le persone che hanno perso la vita in nome della libertà di poter ridere di tutto e la tragedia è chi pur avendo la libertà di ridere di tutto una mattina si arma di kalaschnikov ed entra in una redazione.

 

 

 

Sette anni fa…

Oggi compi 7 anni.

Ti guardo mentre giochi e ti racconti da solo storie fantastiche muovendo personaggi di lego in mondi a me sconosciuti. E penso che averti voluto sia stata la migliore idea della nostra vita. Non riesco a ricordare come fosse la nostra famiglia prima del tuo arrivo: semplicemente ci sei sempre stato, anche quando non c’eri ancora.

Per noi sei sempre il più piccolo, anche se spesso ci dimentichiamo che tu sei il più piccolo… Sei quello a cui abbiamo letto meno libri, ma tu hai imparato a leggere per non dover più mendicare una voce narrante. Hai visto poca Pimpa e molto Signore degli anelli. Hai imparato a usare l’ipad per poter vedere Peppa Pig anche se cliccando in autonomia alla fine l’hai visto in spagnolo, portoghese, russo, ucraino…

Hai assistito a litigate furibonde, conosci le canzoni di Elio e sai capire quando non è aria…

Vorresti sapere cosa c’è dopo la morte, dov’è adesso quel nonno Piergiorgio che non ricordi di aver conosciuto, ti preoccupa avere una mamma che è destinata a invecchiare e passeresti ore a chiedermi quanti anni avrai quando i tuoi fratelli andranno a liceo, quanti anni avrai quando tuo cugino avrà la tua età, quanti anni avranno i tuoi fratelli quanto tu andrai al liceo e via così, perché il concetto che la differenza di età rimane sempre la stessa per te è proprio un’assurdità.

Ti guardo e provo a immaginarti da adulto, come sarai, che lavoro farai, che cosa ti piacerà fare, ma proprio non ci riesco: tu potresti diventare di tutto…

Sono la tua mamma e una sola cosa vorrei con tutta me stessa: che tu fossi felice come lo sei ora, con i tuoi personaggi di lego che si muovono e parlano nelle tue mani.

Io e la tecnologia

Il mio primo corso di informatica risale al 1982 circa, ero alle medie e il programma era wordstar. Si studiava il sistema binario, il significato di parole come bit, bite e file, le stampanti erano ad aghi, stavano arrivando le prime a getto d’inchiostro e credo che i miei mi avessero iscritta perché avevano capito che il futuro andava da quella parte e che in futuro le segretarie avrebbero scritto sui computer e non più con le macchine da scrivere.

Io indossavo il grembiule azzurro di ordinanza nella scuola delle suore che frequentavo e già allora avevo intuito che l’informatica non era esattamente il mio mondo. Ma trovavo affascinante il poter cancellare, spostare, riscrivere prima di stampare.

Poi più nulla fino alla tesi, quando fece l’ingresso trionfale in casa mia il primo computer serio tutto mio: lì ho scoperto le note a piè pagina, ho capito il significato di “formattazione”, ho imparato a gestire l’intestazione e i numeri di pagina.

Ma è stato solo quando ho cominciato a impaginare con Xpress che mi sono sentita in pace con la tecnologia informatica, quasi quasi credevo di capirci qualcosa.

Poi è successo qualcosa, il tempo ha cominciato a correre più veloce, io ho cambiato lavoro, Xpress è stato sostituito da Indesign, sono arrivati computer sottili sottili, ipad sempre più veloci e sempre più potenti, e io ho cominciato a far fatica a stare dietro a tutto… Ora arranco ogni giorno dietro nuovi programmi e nuove tecnologie per lavoro, certo, ma anche per pagare le tasse, per iscrivere i figli a scuola, per comunicare con gli amici, per prendere un pullman…

Mi hanno detto “apri un blog, è semplicissimo”… E io l’ho fatto… ma il primo non andava bene, e così eccomi qui a riprovarci, con la stessa fatica e lo stesso impegno che ci mettono gli anziani a comporre un numero di telefono su un cellulare nelle sale d’aspetto dei dottori…

Voglio fare la bidella

E così il 2014 è già finito? Non me ne sono accorta, è volato via…

Ho lavorato un sacco, che di questi tempi forse è un privilegio, inseguendo date e scadenze per tutto l’anno, senza fermarmi mai, se non 3 settimane ad agosto.

E in questi giorni di fine anno, a casa da sola, ho cominciato a desiderare fortemente un lavoro senza scadenze, senza ansia, senza responsabilità, senza nessuno a cui rendere conto, qualcosa di routine… Il mio mito è la bidella! Quella che sorveglia i corridoi leggendo novella 2000 e a fine giornata pulisce la classi con quegli spazzoloni enormi che con una sola passata ti fai un intero corridoio. Mi immagino entrare nelle varie classi vuote e vedere i progressi dei bambini, quelli di prima che imparano a leggere, ogni giorno una letterina nuova, i calendari con la registrazione del tempo atmosferico, i disegni alle pareti in tema con la stagione e le varie feste… E poi, diciamocelo, i corridoi silenziosi delle scuole hanno una certo fascino: è un silenzio apparente perché i muri sembrano impregnati di urla, risa, corse…

I bagni delle scuole elementari di solito fanno schifo, ma pulire un bagno che sai essere stato utilizzato solo da bambini lo rende più accettabile, perché li giustifichi…son bambini… non tirano l’acqua? … son bambini… pisciano fuori? …son bambini… allagano il bagno? …son bambini… Non c’è nemmeno il problema della carta igienica bagnaticcia da sostituire perché tanto quella nelle scuole non c’è mai…

E con questi pensieri torno alle mie bozze, alle mie ansie, ai libri da chiudere: devo sbrigarmi così magari riesco anche a raggiungere la mia famiglia in vacanza. Ecco, loro sì che riescono ad esaudire ogni tanto il mio desiderio: io sono la loro bidella preferita! Ma mi vogliono un sacco di bene…

Pronti… partenza… via!

Alla fine l’ho fatto… Ho preso coraggio e ho cliccato sul tasto “continua” ed eccolo qui, il mio blog! Adesso devo capire come arredarlo, come renderlo confortevole…

Facebook era casa, ma ogni tanto bisogna cambiare. L’ho fatto per non molestare più con tutti i miei pensieri quelli a cui non piaccio, per essere più libera di scrivere quello che voglio consapevole che chi arriva fin qui lo fa perché ha voglia di chiacchierare con me.

“Viaggi dal divano” è nato perché mi piace viaggiare ma sono ansiosa e pigra per cui alla fine se devo scegliere scelgo il divano… Ma mi piacciono le persone, mi piacciono le loro storie, e quindi ben venga internet e la possibilità di viaggiare dal divano. Lo so… lo so… non è la stessa cosa, ma un nome ero costretta a trovarlo per poter cliccare il tasto “continua” ed è venuto questo.

Bene, il viaggio è iniziato, vediamo dove mi porterà…