La comunicazione assertiva

cropped-cropped-myface_outdoor_furniture_fable_hanging_sofa_1.jpg

La comunicazione assertiva è quel tipo di comunicazione basata sull’empatia che ha come scopo quello di avere reazioni e relazioni positive con l’interlocutore. Avere a che fare con persone che comunicano in questo modo è estremamente piacevole e gratificante.

Tanti anni di scoutismo mi hanno insegnato che c’è sempre un 5 per cento di buono in tutti, che ognuno ha la propria storia, che attraverso la comprensione di questa e il dialogo si risolve il conflitto e si trova un punto d’incontro.

Qualcuno allora mi spiega perché – dopo aver impiegato energie per scandagliare la storia personale di chi ci sta di fronte cercando quel benedetto 5 per cento fin sotto le unghie e dopo essersi sforzati di entrare in panni altrui anche se non sono di certo della nostra taglia e di nostro gusto – è così liberatorio rendersi conto che la persona che ci sta di fronte è solo un benemerito pirla?

Annunci

Le madri tedesche

cropped-sofa-design-enza21.jpg

Io non lo so come ragionano i tedeschi. Il luogo comune vede noi italiani diametralmente opposti a loro. Loro così organizzati, ligi alle regole. Noi, al contrario, faciloni, approssimativi, con un concetto di regola più simile al significato di “consiglio”.

Girando un po’ per l’Europa in vacanza ho visto un sacco di famiglie tedesche, con queste madri che non hanno mai bisogno di alzare la voce con i figli, a loro basta alzare un sopracciglio. Loro non urlano, loro spiegano e ottengono il miracolo di farsi obbedire dai figli senza discussioni.

Ho sempre subito il fascino delle mamme tedesche, le ho spesso invidiate e osservate attentamente, come si osserva un illusionista alla ricerca del trucco.

Quando avevo i bambini piccoli, al mare, vedendole sussurrare “si va a casa” ed ottenere all’istante che la prole in totale autonomia si vestisse, raccogliesse i giochi senza proferire la ben che minima lamentela, ma anzi sorridendo e scherzando con i propri genitori, ero arrivata quasi alla convinzione, se non addirittura alla certezza, che utilizzassero l’ipnosi.

Ecco, io oggi non posso non pensare a questa madre tedesca, sempre che ce ne sia una visto che non si sa nulla in proposito, a cui nel giro di 48 ore è stato detto prima che il figlio era morto, poi che aveva ammazzato se stesso e altre 149 persone e poi che era malato e depresso. Forse quest’ultima cosa la sapeva già, ma dai, siamo sinceri… Se io avessi un figlio pilota d’aereo, che ha studiato negli Stati Uniti, bello come il sole, almeno ai miei occhi, sì insomma, a ‘sta storia della depressione forse non ci darei molto peso. E comunque mai e poi mai potrei pensarlo capace di una cosa del genere. Dai… è mio figlio!

Io non so come soffrono le mamme tedesche, ma ho figli e immagino che il suo dolore non possa che essere immenso. Dolore per non aver capito, dolore per non poter tornare indietro, un dolore pieno di domande, rimorso, vergogna, colpa.

E comunque, vigliaccamente, preferisco soffermarmi sul dolore di questa madre, così assurdo ed eccezionale, piuttosto che su quello dei genitori della scolaresca in gita, perché anche solo il pensiero di perdere un figlio di 16 anni in gita scolastica in modo così assurdo ed eccezionale è per me insostenibile.

Lo dico o non lo dico?

Ci sono delle cose che si fanno d’istinto e sono geniali.

Ci sono delle cose che si fanno d’istinto e si rivelano poi delle benemerite cazzate.

Quando dobbiamo seguire l’istinto e quando no?

Io solitamente seguo l’istinto. Mi piace… lo prendo, lo penso… lo dico. Dico quello che penso soprattutto se sono incazzata. Anzi, spesso dico anche quello che non penso: apro la bocca e dò fiato. Sapendolo, ho cominciato a scrivere, ma non ho risolto molto: sebbene io possa rileggere e correggere, quasi sempre quel benedetto tasto “invio” lo schiaccio e via, chi se visto se visto. Con anche gli errori ortografici.

Quando devo prendere una decisione, quando devo fare un intervento, quando voglio dire qualcosa di difficile a qualcuno, il mio corpo mi manda dei segnali: comincio a tremare, sudo, il cuore va come un pazzo. Lui poveretto ci prova ad aiutarmi, ma io non capisco mai se quello che mi sta dicendo è “vai tranquilla che sei nel giusto” oppure “fermati finché sei in tempo”.

C’è gente invece che riesce a ragionare. Gli viene in mente un’idea e voilà, in un nano secondo valutano pro e contro, benefici e costi, figura di merda e figura geniale.

Spesso ad essere prudenti ti perdi l’entusiasmo. Lo compro o non lo compro? Di che materiale è fatto? Rapporto qualità e prezzo? Mi serve veramente? Lo dico o non lo dico? Se comincio così, di solito non concludo niente. Ora che decido è passato il momento e la stagione.
Se ci si pensa troppo, se si corregge troppo, si perde la bellezza, la genialità. Ma se si tiene “buona la prima” si rischia la fregatura, la figura di merda, l’errore madornale.

Meglio fare rischiando di sbagliare, o non fare per non rischiare?

Spesso sopravvaluto il mio istinto: qualche volta mi va bene, faccio affari, trovo tesori nascosti, la frase giusta al momento giusto, ma sono proprio questi episodi fortuiti che mi fottono. Mi convinco che ho un buon istinto e una buona sensibilità, che sono intelligente e così pronti via con la cagata del secolo, l’acquisto incauto e la frase fuori luogo.

E così la volta dopo sto zitta quando dovrei parlare, non faccio quando dovrei fare.

Ah l’indecisione… che palle…

Via Rizzoli

Mattina. Via Rizzoli, periferia che più periferia non si può. Parcheggio come al solito nel primo posto che trovo anche se così devo camminare un po’. C’è il sole.

Ho un sacco di dubbi su un lavoro che sto per accettare, ma sono decisa: adesso mi preparo il discorso, metto i puntini sulle i, mi faccio valere, non ho intenzione di morire, di sudare lacrime e sangue, ecc, ecc, ecc…

Come me, altri sono appena scesi dalle rispettive macchine e si dirigono verso l’ingresso del palazzone. La torre è lì, incombente e minacciosa e al 12esimo piano c’è già chi mi aspetta. Alcuni camminano in fretta, altri, come me, procedono con passo meno deciso, ma andiamo tutti verso la stessa direzione. Abbiamo quasi tutti borse portacomputer o comunque borse a tracolla che sembrano pesanti.

A un certo punto vedo un uomo, che ormai è quasi giunto alla porta di ingresso, bloccarsi di colpo e guardare per terra. Sono ancora molto lontana e non vedo cosa sta guardando. L’uomo si china un po’, osserva, poi prende il suo telefono e scatta una foto.

Intanto io mi sto avvicinando e vedo in effetti qualcosa di scuro sul marciapiede. L’uomo mi vede arrivare in lontananza, si rialza, si gira e con passo veloce sparisce dentro il palazzo. Sembra imbarazzato.

Mi parte l’embolo della zitella acida che è in me: avrà mica fotografato una merda? Ma come si fa a fotografare una merda? Ma poi perché? Vorrà lamentarsi con il comune? Sarà un frustrato che tra 2 minuti posterà su istagram la merda di via Rizzoli? Ormai la gente fotografa di tutto, non c’è fine al peggio. Che tristezza…

Mentre continuo con i miei pensieri acidi mi avvicino sempre di più. Marrone, è marrone, la forma sembra quella… Sono ormai a pochi metri, la “cosa” è sempre più vicina, sto per metterla a fuoco quando… DA DAN! Si muove!!!!

È una chiocciolina! Stellina… sola soletta su ‘sto marciapiede, pian pianino sta cercando di ritornare negli orti che costeggiano il palazzone.
E quindi il poveretto prima di me si è fermato a fotografare una lumachina! Magari è il papà di un bimbetto a cui vuole farla vedere stasera quando tornerà a casa. Che tenerezza…

E la vita torna ad essere bella. Consegno il documento alla reception e con il mio bel badge salgo alla mia riunione tutta bella sorridente. Il gatto e la volpe sono lì che mi aspettano e alla fine dico di sì a tutto. Dai, sarà bellissimo, sarà divertente, lavoriamo bene insieme.

Ecco, tutto questo perché rimanga memoria di questa dannata lumachina, perché sarà colei con cui me la prenderò a novembre quando come tutti gli anni la mia vita andrà a farsi benedire, niente andrà per il verso giusto e io vivrò con l’angoscia della data di chiusura dei libri.

Ecco, l’ho detto.

Io ce l’ho con i cattolici

Io sono cattolica, credente, più o meno praticante. Mi sento di appartenere alla Chiesa. Eppure io ce l’ho con i cattolici.

Ce l’ho con le signore dallo sguardo severo che davanti alla chiesa la domenica spettegolano con espressione scandalizzata.
Ce l’ho con chi in nome della famiglia discrimina, giudica e semina odio.
Ce l’ho con chi non legge il Vangelo da anni ma si autoassolve definendosi cattolico.
Ce l’ho con chi in nome di Gesù o del Cristo si sostituisce a Lui.
Ce l’ho con chi si è dimenticato che Gesù ai suoi tempi frequentava stranieri, traditori e prostitute.
Ce l’ho con chi vorrebbe le donne sottomesse e silenziose sebbene Maria sia stata una vera femminista avendo scelto liberamente di cosa fare del proprio corpo senza chiedere il consenso di un uomo, il suo uomo, pur amandolo e riuscendo a farsi amare da lui lo stesso.
Ce l’ho con chi in chiesa si siede ai primi banchi dimenticandosi di chi sta in fondo, sulla soglia.
Ce l’ho con chi si fa ancora forte dei 10 comandamenti, non fare… non dire…, quando Gesù già li aveva dichiarati superati più di 2000 anni fa con il bellissimo “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Ce l’ho con chi ama il prossimo, purché la pensi come lui, sia nato nel suo stesso Stato e soprattutto non cerchi di rivendicare per sé un po’ del nostro benessere.
Ce l’ho con tutti quelli che parlano bene e razzolano male.
Ce l’ho con chi fa “carità” solo per guadagnarsi un posto in Paradiso.
Ce l’ho con quelli che dicono di cercare il “Cristo” negli altri poi però continuano a vedere solo il rom, il marocchino, il senegalese, la nigeriana, il sudamericano, la cinese, il gay, la lesbica, il transessuale, …, …
Ce l’ho con quelli che dal proprio divano tiepido e sicuro si paragonano ai tanti cristiani nel mondo perseguitati e uccisi per la loro fede.

Ce l’ho con i cattolici perché sempre più spesso mi fanno vergognare di essere cattolica, perché mi diventa sempre più difficile spiegare ai non cattolici che il Vangelo è un bellissimo libro in cui è nascosto il segreto della felicità e che della Chiesa fanno parte persone bellissime capaci di dare la vita per il prossimo, chiunque egli sia. Solo che queste persone lavorano in silenzio, non lanciano proclami, non manifestano perché hanno cose ben più importanti e urgenti da fare, cose del tipo amare.

Ce l’ho con i cattolici perché sempre più spesso non sono credibili e sono ridicoli.
Ce l’ho con i cattolici perché quello di cui io li accuso spesso lo ritrovo in me stessa.

Ecco, ce l’ho con i cattolici perché se vado a rileggere le beatitudini, ho proprio paura che quando moriremo il Paradiso sarà così affollato da chi abbiamo discriminato, insultato e giudicato che per noi non ci sarà proprio più posto.

Manuali per mamme

Spesso alle future mamme si regalano libri in cui si danno suggerimenti su come comportarsi nei primi anni di vita del proprio bambino.

Ecco, io non ho mai visto regalare libri su come prepararsi al secondo parto dello stesso bambino, ovvero quell’avvenimento che avviene più o meno attorno ai dodici anni, quel momento in cui una mattina ti svegli e la bambina o il bambino affettuoso, sbacciucchioso, quello che ti dice “mamma vivrò sempre con te”, ecco quel bambino è sparito. Al suo posto c’è un essere, né bambino né ragazzo, dall’umore instabile, capace di armeggiare con il tuo cellulare scoprendo potenzialità a te sconosciute ma del tutto incapace di raccogliere un accappatoio in bagno dopo una doccia. Parlo di quell’istante in cui ti rendi conto che tutte le tue conoscenze di puericultura acquisite faticosamente in tanti anni non ti servono più a nulla ma che devi predisporti a ricominciare tutto d’accapo.

Immagino che esistano manuali per genitori di adolescenti, ma non credo abbiano lo stesso successo dei manuali “da 0 a 6 anni”: vuoi mettere una bella copertina con una giovane mamma sognante che abbraccia un neonato bellissimo, piuttosto che una madre attempata con accanto un essere che la guarda con occhio truce? Cioè, il primo può essere una bella idea regalo perché il messaggio è “sarai una bravissima mamma”. Il secondo è un buon modo per causare una crisi isterica. Bè, almeno per quel che mi riguarda, se mi regalassero al mio compleanno un libro su come fare la mamma di un adolescente andrei in sbatta: mi stai dicendo che non sono una buona madre? Mi stai dicendo che i miei figli stanno combinando qualcosa a mia insaputa? Vuole essere un avvertimento, un po’ come le lettere anonime di 30 anni fa “attenta, tuo figlio si droga…”?

Un manuale del genere secondo me non si vende bene: immagino già il commesso che dopo aver fatto lo scontrino ti porge il sacchetto e ti guarda con lo sguardo compassionevole che solitamente riserva a chi acquista il manuale “Come farsi valere con il proprio capo-ufficio”. Alla Feltrinelli di piazza Duomo secondo me questo tipo di manuale viene sistemato tra gli scaffali più stretti e ravvicinati, accanto ai manuali “della vergogna”, quelli del tipo “Come risvegliare il desiderio dopo i 50 anni” oppure “Eczemi e pruriti: tutte le cause e tutti i rimedi”. Gli acquirenti di questi volumi di solito si aggirano per la libreria rasenti i muri fingendo un’aria intellettuale e distaccata, mentre con la coda dell’occhio scannerizzano tutti gli altri avventori nella speranza di non riconoscere nessuno.

Niente a che fare con i libri per le future mamme: quelli sono in bella vista e le persone ci stazionano davanti un tempo interminabile nella speranza di intercettare un viso conosciuto, foss’anche il cugino della zia della tua portinaia, per sentirsi fare “la domanda”: siete in dolce attesa?

Nei testi “da 0 a 6 anni” c’è sempre la parte che riguarda il figlio sognato e il figlio reale, pagine in cui si prepara la futura mamma a non aspettarsi il bambino dei propri sogni ma a predisporsi a conoscere un altro essere umano con tutte le sue meravigliose sorprese. Ecco a noi mamme attempate che hanno 12enni in giro per casa dovrebbero fare un corso di recupero su questo tema. Perché nel nostro immaginario la nostra o il nostro futuro 16enne di solito è un bravo liceale con voti alti quel tanto che basta da non dover giustificare il figlio secchione, stimato dai professori per la mente brillante e le osservazioni acute, sportivo quanto basta per vincere una competizione regionale in un qualsiasi sport, fosse anche il tiro con l’arco, amato e ricercato dal sesso opposto nei confronti del quale dimostra però quel distacco e quella sufficienza che sanno avere solo i fighi fighi, disponibile e affettuoso con la nonna, sagace e ironico con i genitori che chiama “vecchi” ma con un sorrisetto affettuoso che lascia trasparire stima nei loro confronti, abile con computer ed elettronica in genere, con gusti musicali raffinati e ricercati che pescano nell’underground, passando per il blues, non disdegna il pop, sa fraseggiare su basi rap e balla benissimo sulla musica reggae.

Ora, però, senza andare alla Feltrinelli con occhiali scuri e impermeabile, il dubbio che questa visione non corrisponda alla maggior parte dei ragazzi, forse dovremmo farcelo venire ogni volta che incontriamo un’amica con un figlio tra i 15 e i 18. Alla domanda, “come sta tuo figlio” la risposta e sempre più o meno la stessa: “bene grazie, è il solito pirla…”

Siamo tutti blogger

Leggo spesso in articoli dove si danno consigli a chi vuole aprire un blog, di non preoccuparsi di chi lo legge, ma concentrarsi su quello che si vuole dire.
Sì, è vero… Io però penso che se uno si mette a scrivere su internet, il luogo in assoluto meno “privato” che esista e il più democratico, perché tutti lo possono frequentare da protagonisti, è proprio per farsi leggere.
Nell’universo del web esistono centinaia di blog. C’è un mondo sconfinato, un universo di parole, di emozioni, di temi. C’è chi scrive per compiacersi, chi per cercare consensi, chi per fare amicizia, chi per sfogarsi ma credo che tutti scrivano perché ne hanno bisogno, un bisogno impellente, di quelli che se non lo fai poi scoppi.

In principio era il diario, ma aveva un grosso limite: non lo leggeva nessuno.
Anch’io da ragazzina ne ho avuto uno. Ci ho scritto di tutto. Il mio però credo che avesse un’assidua lettrice, mia madre, e un lettore saltuario, mio fratello. Comunque erano lettori poco significativi, perché la loro era una lettura clandestina e quindi erano costretti al silenzio per avere salva la vita e integra la reputazione, perché sì, insomma, non è una cosa bella leggere i diari altrui.

Il bello dei blog, invece, è che chi scrive lo fa proprio per essere letto, con la consapevolezza che chiunque può arrivare a cliccare sulla tua paginetta ed entrare nel tuo mondo, nella tua vita. E può anche commentare.
Ed è questo il motivo per cui bisogna stare molto attenti a quello che si scrive. Io ho fatto così: ho dato ai miei figli l’indirizzo del blog e ho dato loro il permesso di leggerlo. Questo mi costringe a pensare bene a quello che sto per scrivere, forse mi limita un po’, ma mi permette di contenere l’impulso di scrivere qualsiasi boiata mi passi per la testa. Diciamo che così ne scrivo una su due, va’…

La mia prima esperienza di scrittura virtuale fu in un sito nato a supporto della pubblicazione di un libro, “Confessioni di un’aspirante madre” di Lisa Corva.
All’epoca ignoravo ancora l’esistenza di Facebook, ma ero attratta dai blog dove le persone scrivevano liberamente. Capitai nel sito del libro per caso e scoprii che nel blog si poteva conversare con l’autrice, la quale moderava i commenti ma lasciava libertà di espressione a chiunque scrivesse. Ne era nata una piccola comunità di donne, perlopiù alla ricerca di una maternità, che si confrontavano con la frustrazione di non riuscire a iniziare una gravidanza o di non riuscire a portarla avanti. Si scambiavano anche informazioni sulle varie strutture e sulle varie tecniche di fecondazione, ma al centro delle conversazioni c’erano soprattutto i sentimenti, la vita quotidiana, le emozioni. Rimasi affascinata da queste donne che scrivevano benissimo, così diverse tra loro, eppure accumunate dall’esigenza di parlare con qualcuno che le capisse, che condividesse la loro sofferenza ma anche la loro voglia di scherzarci su, del sentirsi donne normali anche senza un pancione e un neonato in braccio. E così una sera presi coraggio e scrissi un commento. Ero titubante perché io di figli ne avevo già due ma conoscevo la frustrazione di quelle donne, ci ero passata anche se per poco e volevo in qualche modo aiutarle a fare la pace con le altre donne, quelle come me, che i figli li avevano. Venni accolta dall’autrice calorosamente e mi ritrovai presto a far parte di quella famiglia. Ricordo ancora l’emozione di vedere pubblicato sul sito il mio primo commento e la risposta affettuosa dell’autrice.
Fu un’esperienza per me importantissima, mi aiutò a superare i miei sensi di colpa nei confronti di chi i figli non riusciva ad averli e credo a rielaborare il piccolo lutto della primissima gravidanza che si interruppe sul nascere.
Quando poi scoprii di aspettare il terzogenito salutai con affetto, consapevole che il percorso con loro era per me concluso.

In molti blog ritrovo la stessa urgenza, che poi forse è anche la mia, di raccontarsi e di essere ascoltati. Sì, perché chi scrive un blog, è inutile fingere, lo fa per essere letto, altrimenti si affiderebbe al caro vecchio diario.

Ne esistono di bellissimi, seguiti da centinaia di followers e non per niente spesso gli autori di quelli più belli sono finiti in libreria con uno o più libri di quelli veri, quelli di carta e con la copertina.

Credo che scrivere e leggere sia un bel modo per capire e capirsi.
Leggere un buon libro ti eleva, ti arrichisce, ti fa viaggiare, ti rapisce.
Leggere un bel blog invece, ti fa sentire a casa, ti fa cogliere aspetti della quotidianità che ti sei perso, ti fa sorridere e ti consola. E ti regala un pezzo di vita di qualcun altro, un pezzetto alla volta, settimana dopo settimana.

2:41

Ecco, ci risiamo. Sono qui in ‘sto letto e sono sveglissima. Allungo la mano e afferro il cellulare sul comodino: 2 e 41.

Perché cavolo mi sono svegliata! Stavo facendo un bellissimo sogno. Ero alla presentazione di un libro e stavo chiacchierando amabilmente con Mario Calabresi. La location era un po’ strana, una chiesa. Eravamo in una decina intorno a un tavolo coperto da una tovaglia rossa.

Provo a richiudere gli occhi sforzandomi di riportare la mente al sogno, ma niente da fare. Più passano i minuti più la memoria del sogno svanisce e comincio a non ricordare più quale libro si stesse presentando, chi c’era intorno al tavolo, di cosa stavamo parlando.

Accidenti… sono sveglissima! E adesso che faccio?

Potrei giochicchiare con l’ipad o riprendere in mano il libro giallo che stavo leggendo ieri sera e che ho lanciato sotto il comodino quando sono crollata.

Scarto entrambe le soluzioni e rimango al buio con i pensieri nel cervello che cominciano a fare festa. Ecco, lo sento, adesso parte quel flusso di coscienza che non sono in grado di gestire. Ed infatti è ciò che avviene puntualmente.

Tutto parte da Mario Calabresi: abbiamo la stessa età, cresciuti nella stessa città, e credo di non avere bisogno di tutti i 6 gradi di separazione per trovare conoscenze che mi portino a lui. Con la differenza che lui è il direttore della Stampa, uno dei pochi quotidiani che è ancora un piacere leggere, ha scritto 3 libri che ovviamente ho letto, è stato corrispondente da New York. Io una redattrice freelance di libri per le elementari. Lui ha avuto una vita particolare, iniziata tutta in salita, ma è riuscito ad andare ovunque con la sua voce pacata e la sua capacità di narrazione, vincendo rancori, rabbia e pregiudizi. Propri e altrui. Io… bè, io… boh… forse sembro più giovane di lui…

Chissà, se avessi fatto anche io la scuola di giornalismo, se fossi stata più ambiziosa, se avessi creduto di più nelle mie capacità.

Ed eccoci, con i pensieri della mezza età… Se, se, se… Ma che palle… È andata così, mi va bene così, perché continuano a tornare ‘sti pensieri del cavolo? Se non ho fatto la scuola di giornalismo è perché non volevo farla: anna cara, ti ci vedi a cercare notizie e scoop? Inoltre sei una donna, avresti dovuto sgomitare di più. E poi, proprio tu, che ti vergogni a chiedere ai negozianti premi per la lotteria della festa della scuola? Suvvia, siamo seri… Cazzarola, la festa della scuola! Devo preparare lo schema riassuntivo di tutto quello che ci siamo detti con i quattro gatti lo scorso incontro! Devo proprio farlo, almeno per quei pochi che hanno ancora voglia un po’ di sbattersi. Scuola… AHHHH!!! Non ho firmato le verifiche del terzogenito, me lo devo assolutamente ricordare domattina altrimenti con la maestra faccio l’ulteriore figura della pessima madre. Ecco, pessima madre dai sogni di gloria, domani si ricomincia a lavorare sul serio: ti prendi i materiali che ti hanno passato e cominci a metterci la testa altrimenti poi ti ritrovi a fare tutto di corsa… Ma avrò fatto bene a dire di sì? Lo so, è l’ennesima sola, ma a questo punto credo di essermi scelta un lavoro che è un po’ tutto una sola… Si guadagna poco, si lavora un casino, ci si fa un sacco di seghe mentali e quando l’ansia aumenta tutti a urlarti dietro. E c’è sempre il refuso bastardo che si intrufola a rimettere in discussione la tua capacità e la tua professionalità. Bè dai, almeno non ti sei mai pentita del telegramma mandato quasi vent’anni fa al provveditorato in cui dichiaravi di rinunciare all’immissione in ruolo come docente nelle scuole primarie dello Stato.

Un tonfo. Qualcuno si è girato nel letto e deve aver preso una testata. Silenzio. Bene, hanno ancora la testa dura.

Dove eravamo rimasti? Ah sì, il lavoro. Ecco, io di rimpianti lavorativi, almeno quelli, non ne ho… finora… vedremo come sarò messa a settant’anni senza una pensione che possa chiamarsi tale… E se mi ammalo? Che mese siamo? Marzo? Devo assolutamente farmi fare le impegnative per mammografia, ecografia, esami del sangue. Avevano detto controllo dopo un anno: signora sa com’è… superati i quaranta… con precedenti in famiglia… magari ci mettiamo anche l’esame delle feci? Per la colonscopia c’è tempo, aspettiamo dopo i 45… Ma mi stava forse prendendo per il “culo”? A luglio sono 45! Mancano solo 4 miseri mesi!

Ed è un attimo. Eccola, sta arrivando: sento il cuore precipitare e poi risalire velocemente battendo all’impazzata. Dallo stomaco sento che sale, sale, sale e finalmente è qui! Benvenuta anche stanotte ansia!

Facciamo così, mi alzo, faccio la pipì, bevo un bicchiere d’acqua e tu vedi di tornare da dove sei venuta, ok?

Ora il cellulare segna le 3.05. Se chiudo gli occhi forte forte magari al posto di Mario Calabresi mi sogno di stare al mare, al caldo, in vacanza. Adesso ci provo…

Il comune senso del pudore

sedia-paesana

Con il coro della scuola stanno imparando “Aggiungi un posto a tavola”. E così io, orgogliosa dei possederlo, tiro fuori il mio dvd: riprese fatte al teatro Sistina nel 1977 o giù di lì, lo stesso spettacolo che vidi io bambina alla Tv, in versione digitale ristampato per il Corriere qualche anno fa.

Tutti schierati davanti alla tv, ci guardiamo lo spettacolo, con un bel Jonny Dorelli versione giovanotto che canta compiaciuto.

“Aggiungi un posto a tavola” io l’ho visto da bambina e l’ho rivisto altre volte, ma certi “dettagli”, tipo la trama, non me li ricordavo proprio. Rivedendolo ora mi rendo conto che si parla di un prete e di una ragazzina innamorata di lui, con il prete che in fondo non disdegna, di un ragazzo impotente e direi intellettivamente svantaggiato di cui un intero paese si prende gioco, di una prostituta avanti negli anni che porta scompiglio tra uomini sposati e della contrarietà di Dio al celibato dei preti. È evidente che io da bambina avevo capito molto poco di tutti questi aspetti. Eppure quando lo vidi avevo accanto i miei genitori ma non li ricordo minimamente turbati dagli argomenti trattati eppure non erano certo dei progressisti frikkettoni, insomma… la domenica si andava tutti a messa.

Se ci penso bene, nel mio mangia-dischi di bambina girava senza problemi il 45 giri di Raffaella Carrà che cantava “Come è bello far l’amore da Trieste in giù”, che faceva gli auguri “a chi tanti amanti ha” e che aveva come morale che se qualcuno ti lascia “trovi un altro più bello che problemi non ha”.

Sempre in quegli anni i Pooh cantavano “Pierre”, Patty Pravo “Pensiero stupendo”, Viola Valentino “Comprami” e Renato Zero “Triangolo”.

Erano canzoni che andavano in tutte le radio, io da bambina le sapevo a memoria.

Eppure erano tutti sereni, era tutto normale, nessuno si scandalizzava veramente, perché a ben vedere non c’era niente da scandalizzarsi: erano solo canzonette…

Non so bene cosa sia successo poi. È arrivato forse il “Drive in” con la sua dose di ammiccamenti e malizia, le donne in tv sono diventate caricature di se stesse, le prostitute sono diventate escort e le comari del paesino di sant’Ilario hanno avuto la meglio su Bocca di Rosa diventando loro stesse prostitute ma continuando a guardare tutti dall’alto in basso e facendosi pagare bene.

Abbiamo cominciato a scandalizzarci per delle scemate lasciando che i veri scandali passassero inosservati.

L’ipocrisia è diventata più subdola: “gli stranieri sono un flagello per nostra società, ma la signora che lavora da noi è così carina, pulita e disponibile e poi la pago ben 8 euro all’ora, figurati che ha comprato anche una Fiat Tipo usata”; “Il matrimonio è per sempre, per cui non rompermi i coglioni mentre guardo la partita, e che male c’è se faccio il brillante e allungo un po’ le mani con la stagista, in fondo l’aiuto a farsi una posizione nel lavoro”; “I gay sono degli immorali e dovrebbero curarsi tutti, ma il mio parrucchiere è così bravo, come taglia capelli lui non c’è nessuno ed è così piacevole affidargli le mie confidenze, lui sì che mi capisce… ma se mio figlio continua a frequentare quell’effeminato del suo amico giuro che lo chiudo in casa”; “le ragazzine di oggi sono tutte puttanelle, lo dico sempre al mio bambino di stare attento”… E via così…

E mi viene da ridere quando sento persone anziane scandalizzarsi, loro, proprio loro che magari quando avevano la mia età, dopo aver messo a letto i bambini, guardavano “La bustarella” con Ettore Andenna su Antenna 3, dove sul proprio divano guardavano divertiti signore brianzole che non avevano problemi a rimanere in mutande davanti ai propri compaesani e a una telecamera…

Il comune senso del pudore oggi si scandalizza molto per quello che fanno o non fanno gli altri e molto poco per quello che ognuno fa o non fa. Il cinismo ha preso il posto della comprensione e dell’accoglienza.

Ma forse è sempre stato così… Prima c’erano i meridionali e i figli di separati, adesso gli stranieri e figli di coppie omosessuali…

Alla fine “Aggiungi un posto a tavola” l’abbiamo visto tutto. Una sagra di buoni sentimenti un po’ retorico ma che ogni tanto fa bene al cuore. E ho capito il bello di quello spettacolo: nessuno giudica nessuno, tutti sono “persone” con le proprie debolezze e le proprie virtù e a tavola c’è un posto per tutti. Anche Dio rinuncia a giudicare: alla fine dello spettacolo l’annunciato diluvio purificatore non ci sarà…

L’invidia immobiliare

bokja-4-e1356607928631

Ho sempre sofferto di invidia immobiliare. Il che significa che ho sempre invidiato le case degli altri, quelle belle, luminose, con l’arredamento minimalista oppure con il disordine studiato stile catalogo ikea. Grandi, piccole, con terrazzo, in strette vie o nel mezzo del nulla.

Quando sono in giro per le strade di Milano, soprattutto la sera, mi piace sbirciare nelle finestre illuminate, immaginare soggiorni, corridoi, cucine, stanze da letto e la gente che ci vive dentro.

Mi sono sempre piaciute le case che raccontano qualcosa di chi ci abita, quelle con tanti libri, foto alle pareti, ma anche quelle super essenziali, con il particolare al posto giusto.

La mia invidia immobiliare è finita 5 anni fa, quando abbiamo cambiato casa. Non perché adesso io viva nella casa dei miei sogni… anzi… 5 anni fa ho dovuto scegliere una casa tenendo conto del nostro budget e delle esigenze e i desideri di una famiglia di 5 persone. E della casa dei miei sogni è rimasto poco. Ma la casa di adesso ha tutto quello di cui abbiamo bisogno: spazio, balconi, luce, bagni.

L’invidia immobiliare però è sparita. Un trasloco, i lavori di ristrutturazione, le complicazioni inaspettate della compravendita mi hanno così segnato, che adesso quando vedo un bell’appartamento in un palazzo d’epoca, una volta i miei preferiti, penso subito ai problemi con tubature, infiltrazioni, crepe, solette del soffitto e solette del pavimento. Le case di nuova costruzione mi sembra abbiano sempre i soffitti troppo bassi. Gli appartamenti grandi mi fanno pensare alla fatica di tenerli in ordine o a quanto deve costare pagare qualcuno per tenerli sempre impeccabili. Gli appartamenti piccoli mi danno claustrofobia anche quando sono luminosi e allegri.

Abito qui da 5 anni, eppure mi sento sempre ospite. Il resto della famiglia si è ambientato più che bene, la casa è grande, luminosa e grazie alla sapiente ristrutturazione ci stiamo comodamente tutti. Ormai i ragazzi hanno solo un ricordo confuso della vecchia casa. Eppure io questa casa non la amo. Me ne accorgo perché tenerla in ordine mi costa uno sforzo tremendo e perché non mi capita mai di pensare a un mobile nuovo che potrebbe starci bene. Non mi pongo più il problema se un arredo stia bene o no con il resto, ho smesso di discutere con il consorte cercando di spiegargli che esiste un’estetica oltre che una funzionalità: c’è bisogno di uno scaffale? Bene, si prende il primo che fa al caso nostro e chi se ne frega di come è fatto, di che colore è, di che materiale è. L’importante è che costi poco e che abbia le dimensioni giuste.

L’ordine poi ho capito che è un problema solo mio: gli esseri di questa casa si aggirano scavalcando serenamente gli zaini, le giacche buttate nell’ingresso e le scarpe mollate sempre davanti al mobile dove dovrebbero andare. Evidentemente lo sforzo di metterle dentro è proprio un’assurdità tutta mia.

E così ho smesso di raccogliere anche io.

Le ultime cose che ho scelto con attenzione e che ho acquistato perché mi piacevano sono state 6 sedie per il soggiorno. Il consorte non le ha mai sopportate e quando la vicina di sotto ha dato il meglio di se dicendo che noi di notte spostavamo i mobili, esasperata e senza pensarci su due volte, le ho regalate, tutte e sei. Adesso quando abbiamo gente a cena dobbiamo usare quelle della cucina. Ma tanto invitiamo poco: sebbene abbia ormai superato il trauma della vicina che origlia il minimo rumore proveniente da casa nostra, mi dà fastidio accogliere gente a casa quando c’è casino e così preferisco non avere nessuno piuttosto che mettere tutto a posto.

Però mi manca. Mi manca fantasticare su come migliorare la nostra casa. Mi manca passare le ore nei mercatini di mobili alla ricerca della cassettiera per la nostra camera. Negli ultimi tempi non mi diverte più perché mi rassegno subito: appena il consorte storce il naso davanti a una mia proposta, io mollo il colpo. Una volta ero più decisa e risoluta e il poveretto si rassegnava alle mie scelte anche se sono convinta che poi in fondo in fondo le condividesse.

Mi manca vedere la mia casa tutta bella in ordine e mostrare con orgoglio a qualche invitato la mia nuova creazione, la mia ultima scoperta.

Mi manca sentirla mia. I balconi sono proprietà del consorte: le sue piante, i suoi scaffali con i suoi attrezzi, i suoi strumenti da giardinaggio. Lui se li è scelti, lui se li è messi, lui li ha riordinati. Le camere sono dei ragazzi: guai a buttare via un gioco e poco importa se è un gioco da 3 ai 6 anni, guai a spostare un contenitore senza averne discusso con loro… La cucina e il soggiorno invece sono territorio di conquista: chi primo arriva meglio si sistema. Giocattoli, ferro da stiro, compiti, stendino, stoviglie, spesa da sistemare…

Mi rimane la mia stanza con il mio tavolo da lavoro, il mio computer e il mio letto. La mia cuccia. Qui passo la giornata tra lavoro e cazzeggio nel web. Ogni giorno vedo questo letto che si è rovinato con il trasloco e che da 5 anni aspetta una nuova copertura. Vedo le due cassettiere che non c’entrano nulla l’una con l’altra, eredità dello sgabuzzino della vecchia casa, sommerse di fogli e documenti che non ho mai voglia di mettere in ordine. Vedo la libreria proveniente dalla vecchia casa della suocera nata in origine come parte di un armadio lungo una parete e per questo ha le spalle in legno grezzo mai rifinito. Vedo la mensola che una volta troneggiava nel vecchio corridoio con vasi e soprammobili, ora  sommersa di bozze e libri.

Mi manca aprire la porta e pensare “finalmente a casa”. Mi manca l’amore per la mia casa. Eppure qualche segnale nelle stanze c’è: l’armadio in camera della dodicenne costruito quasi un secolo fa da mio nonno racconta ancora i miei pomeriggi a tappare ogni buco tarlato; le sedie recuperate in un vecchio capannone verniciate di verde in un divertente pomeriggio con il terzogenito; gli scaffali montati nella libreria del soggiorno progettati durante le pause di lavoro tanti anni fa.

Mi piacciono i mobili usati, mi piacciono perché mi piace immaginare la loro storia. Mi piacciono le case dove il proprietario ti racconta dove ha trovato quello, come ha costruito quell’altro, come ha scelto il tal colore…

Forse è giunto il momento di ricominciare a frequentare i magazzini di mobili usati alla ricerca della cassettiera dei miei sogni, riempire sacchi neri di cianfrusaglie che sono qui solo per prendere polvere, cercare un bravo tappezziere che mi sistemi il rivestimento del mio letto e trovare un imbianchino che per un prezzo ragionevole rinfreschi tutta la casa.

Il 21 marzo sta arrivando e forse è ora che mi prepari alle pulizie di primavera.