Io ci provo…

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Giuro che io ci provo.

Leggo, navigo. Cerco di liberarmi da pregiudizi, cerco di mettermi nei panni altrui. Ma proprio non capisco.

Ho letto gli interventi al Family day, sono arrivata a leggere Tempi! Mi sono letta il blog di Costanza Miriano anche perché, tra parentesi, è tra i blog consigliati di WordPress, quindi uno dei più letti e seguiti in Italia.

E sì che sono cattolica, con ben 7 anni di suore, 6 anni di università cattolica, 3 esami di teologia di cui 2 con don Giussani e 1 con don Luigi Negri.

Eppure io non capisco.

Non capisco questa difesa della famiglia individuando in libri, ideologia gender e omosessuali la vera minaccia. Ma siamo veramente sicuri che ciò che mina la famiglia tradizionale siano veramente loro?

In queste letture scopro che la teoria gender minaccia il concetto di uomo e donna, il loro ruolo, che questa teoria confonderebbe le idee dei bambini sul cosa significhi essere uomo o donna.

Secondo me gay e lesbiche la conoscono benissimo la differenza, come la conoscono benissimo i transessuali. Proprio perché la conoscono benissimo la loro vita è così complessa.

E poi diciamocela tutta: se teoria gender significa crescere i propri figli liberi da stereotipi, auspicare per loro che un giorno possano vivere la loro vita potendo essere se stessi, bè… allora ben venga. Mi sembra che questo sia alla base della famiglia, anche quella tradizionale.

Se difendere la famiglia significa invece chiedere riduzioni di orario solo per le donne in modo che possano starsene a casa a fare le mamme e le mogli, bè… allora qualche dubbio mi viene. Moltissime donne, me compresa, hanno festeggiato il giorno di rientro al lavoro dopo un anno di maternità. Moltissimi uomini vorrebbero un orario di lavoro ridotto per passare un paio d’ore al giorno al parchetto a tirare calci al pallone o cucinare prelibatezze. Io conosco la frustrazione di stare al parco a guardare tre esserini giocare giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno… E vedo la frustrazione di non poter esserci dal pediatra, alle riunioni a scuola, al ritiro delle pagelle…

Il ridurre tutto a una questione di essere uomo o donna mi sembra appunto riduttivo se non addirittura comico.

Leggo che uomini e donne sono differenti, il ché è vero, ma quando poi leggo il “perché” mi sento male. Leggo che il padre è normativo perché meno empatico della madre e quindi più adatto a dare le regole. E rabbrividisco. E capisco che per famiglia tradizionale intendono quella di 50 anni fa. Quella che insegnava ai maschi a vergognarsi a piangere definendoli “femminucce”, quella che voleva le donne incapaci di far rispettare le regole perché tutte cuore e sentimento. Mi vedo già il Gio con la cinghia in mano e io a curare le ferite sussurando “non piangere altrimenti si arrabbia di più” oppure “questo a papà non lo diciamo”. Mi sembra che anziché riflettere sul vero significato di famiglia oggi, sull’essere uomo e donna oggi, risolvano il tutto rifacendosi a modelli obsoleti e distanti da un mondo e da una società che ne ha fatta di strada e che ancora ne ha da fare.

Anziché andare nel profondo del rapporto uomo donna, secondo loro base della famiglia come mi aspetterei, mi ritrovo articoletti divertenti sui luoghi comuni che vedono le donne multitasking e organizzate e gli uomini incapaci di gestire i figli. Anziché trovare begli approfondimenti sull’amore reciproco, sulla capacità di contribuire ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie ricchezze alla famiglia, trovo che il valore di una famiglia tradizionale è costituito dal fatto che uomo e donna siano naturalmente predisposti a fare figli. Esattamente come toro e vacca.

Ma capisco perché sono così seguiti: sono semplici e rassicuranti. Io Tarzan, tu Jane.

Perché se comincio a considerare uomo e donna come persone, ognuna con le proprie peculiarità, i propri limiti, le proprie ricchezze, che ogni uomo è diverso da ogni altro uomo, che ogni donna è diversa da ogni altra donna, e che proprio questa unicità fa sì che ogni coppia sia a sé in un incastro magico di due persone, tutta l’avversione alle coppie omosessuali cadrebbe. Perché anche loro nella loro unicità costituiscono coppie uniche. Perché sono persone, uomini e donne anch’esse, felici o meno di esserlo, che trovano il loro equilibrio in una coppia che è tale perché costituita essenzialmente da due persone, proprio quelle due persone.

Avrei voluto leggere articoli sulla fedeltà reciproca, sull’impegno reciproco, sull’apertura delle famiglie al prossimo come primo luogo di accoglienza, avrei voluto leggere della necessità della sobrietà nelle famiglie, dell’importanza dell’essere piuttosto che dell’avere. Del lavoro come strumento per realizzarsi per essere persone migliori, sia per gli uomini sia per le donne, e della responsabilità reciproca affinché sia l’uomo sia la donna possano realizzarsi in una professione.

E invece tutto questo l’ho trovato ben descritto e raccontato in un sito www.unsologiorno.it nato da un progetto di Nicola Cioce, dove si da voce a diverse coppie. Toh! Una delle coppie è formata da due donne…

La maternità realizza la donna, ma anche la paternità realizza l’uomo e forse è giusto educare anche i nostri figli ad essere futuri padri e mariti a modo loro, ognuno con le sue caratteristiche. Perché la maternità deve essere più importante della paternità? Eppure è dal primo anno di catechismo che mi insegnano che Dio è Padre e non c’è amore più grande del suo…

Per non parlare della questione dei libri per bambini. Da sempre le storie e i libri aiutano i bambini a capire con un linguaggio semplice il mondo complesso degli adulti, a esorcizzare le paure. Le fiabe classiche non sono altro che un fiorire di pessimi genitori che abbandonano i figli, sposano donne insulse e vanesie, madri sottomesse che di solito muoiono.

Le famiglie con due mamme e due papà ci sono già, che ci piaccia o no. Saranno parte della vita futura dei nostri bambini. Ci fanno paura? Allora ben vengano i libri che parlano di loro. Non è distruggendo dei libri che le facciamo sparire, ma forse conoscendole, facendole parlare e raccontare potremmo capire se le condividiamo o no, ma soprattutto scopriremmo che sono persone, alcune ci piaceranno altre no, esattamente come tutti gli eterosessuali e tutte le famiglie “tradizionali”. Ma soprattutto forse ci vergogneremmo a definirle “sterco di satana”. Nessuno censura Tempi, nessuno censura il blog di Costanza Miriano: io li ho letti. Eppure al momento ho trovato molto più di buon senso e arricchenti le interviste e gli interventi di Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, quelle che pubblicano i libri della casa editrice “Lo stampatello”, a cominciare da quello che scrivono nella pagina del “chi siamo” del sito della loro casa editrice www.lostampatello.com/chi.html E i loro libri mi piacciono un sacco.

Non so perché la questione gay mi stia così a cuore. Mi sono anche chiesta se io fossi vittima delle grandi lobby internazionali che vorrebbero il dominio dei gay sugli eterosessuali, come ho letto da qualche parte.

Ma la risposta che mi sono data è che vorrei che i miei figli avessero la possibilità di realizzarsi come persone, scegliendo liberamente con chi condividere la loro vita. E che vorrei che la società che loro troveranno fosse tollerante con “Piccolo uovo” almeno come lo è ora con tutti quelli che su facebook condividono immagini tratte dalla pagina “culi perfetti” (giuro, esiste…) dove però i culi sono quelli di ragazze e chi li condivide sono uomini. Perché forse in una società più tollerante e rispettosa di uomini e donne non avrebbero bisogno di condividere la foto di un bel culo per sentirsi uomini e le loro donne non lo troverebbero “divertente”.

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16 anni

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Sono passati 16 anni.

Quando abbiamo capito che tutto quello che volevamo era vivere insieme abbiamo deciso di fare le cose per bene e sul serio: abbiamo deciso di sposarci.

Io guadagnavo un milione di lire al mese (più o meno 500 euro di oggi ma forse con un potere d’acquisto maggiore) con un contratto co.co.co, tu ti stavi per laureare e stavi facendo servizio civile. Nessuna banca ci avrebbe mai dato un mutuo, non potevamo pagarci un affitto e così girando la sera per Milano sulla tua vecchia moto abbiamo trovato una casa che costasse poco e abbiamo chiesto aiuto ai nostri genitori. Li abbiamo invitati una sera in pizzeria e in dieci minuti gli abbiamo detto che volevamo sposarci, che volevamo comprare una casa che avevamo già scelto e che stavamo chiedendo loro di finanziarci. Niente ascensore, sulle scale muri scrostati… Ricordo ancora la faccia perplessa di mio padre… Ma era a Milano e per noi era bellissima. Non ci dissero di no anche se quello che gli stavamo chiedendo erano i loro risparmi e grazie al cielo erano anni in cui le case avevano ancora prezzi umani.

Con i nostri di risparmi ci siamo pagati la ristrutturazione del bagno, la cucina e il letto, tutto il resto lo abbiamo raccattato da amici e parenti, in cantine e in soffitte. Abbiamo scartavetrato, verniciato, pulito. Il resto arrivò dai regali della lista nozze, che per fortuna nostra e generosità altrui andò esaurita. Nonostante preparammo i biglietti di ringraziamento personalizzati, non li abbiamo mai spediti tutti. Una parte fu dimenticata in un cassetto e vennero fuori quattro anni dopo grazie a Carola bambina che li trovò e cominciò a giocarci. Quando ci penso sto ancora male per la figura da ingrati che facemmo.

Il giorno dopo la tua laurea abbiamo deciso la data: non avevi ancora finito il servizio civile, non avevi ancora trovato lavoro, ma eri sicuro che per quel giorno lo avresti avuto. E così fu: a maggio cominciasti a lavorare e il 26 giugno ci siamo sposati.

Tre giorni prima di sposarci sei andato in una agenzia viaggi alla ricerca di un last minute che costasse poco ma che potesse assomigliare a un viaggio di nozze: sette giorni in villaggio turistico a Djerba. Dopo quel viaggio tu hai giurato “mai più un villaggio turistico” e io invece ripeto spesso che tu mi devi ancora le Maldive.

Ci sposammo.

Mio padre mi regalò il vestito, il più bello che io abbia mai avuto. Eppure quella navata sotto braccio a lui con un mazzo di fiori in mano mi sembrò lunghissima… avrei voluto scomparire anziché essere sotto lo sguardo attento di così tante persone. Quando arrivai da te la prima cosa che tu mi dissi fu “mi sono dimenticato di andare a tagliarmi i capelli” e io ti risposi “ho dimenticato di chiedere a qualcuno di leggere il salmo”. E da lì, avremmo dovuto capire un sacco di cose…

Avrei voluto invitare tutti quelli che conoscevo perché non ero in grado di scegliere. E così decidemmo di fare, oltre al pranzo, una festa subito sotto la chiesa, aperta a tutti quelli che sarebbero venuti a vederci.

Poi andammo in campagna dove la tua famiglia ci permise di usare la sua casa, trovò un cuoco, fece la spesa, trovò un ristorante ormai chiuso il cui padrone ci concesse l’uso di piatti e stoviglie, affittò una cucina professionale, tavoli e sedie e organizzò l’arrivo e la sistemazione di un sacco di gente.

È stata una bellissima giornata, nonostante fosse iniziata con la pioggia.

Il giorno dopo ci ritrovammo con alcuni amici che erano rimasti lì per la notte con una montagna di piatti da lavare. Il nostro primo giorno da marito e moglie lo abbiamo passato a lavare piatti. E anche da qui avremmo dovuto capire un sacco di cose…

Poi è cominciato tutto.

Siamo stati aiutati molto dalle nostre famiglie e so che ci vede da fuori pensa spesso che per noi è stato tutto “facile”. Ma io e te sappiamo che non è vero. Abbiamo preso decisioni difficili, fatto sacrifici, attraversato momenti bui, affrontato cambiamenti, accettato le nostre famiglie, la nostra storia passata. Ma ci siamo sempre sentiti liberi di fare quello che volevamo. Mi hai insegnato ad essere ottimista, a rischiare, a non aver paura del futuro ma anche a tenere sempre i piedi ben piantati a terra, a non mollare mai e che se si vuole qualcosa bisogna lottare e impegnarsi per conquistarla. Mi hai sempre fatto sentire bellissima, anche se con gli anni sono ingrassata, anche se tre gravidanze hanno lasciato il segno, anche se il tempo comincia a lavorare duramente su di me.

Se fosse per te avremmo sempre la casa piena di gente, saremmo in tremila associazioni di volontariato e avremmo sicuramente più di tre bambini in giro per casa e sicuramente non tutti nostri. E a me dispiace non essere capace di superare il mio senso di inadeguatezza, “quello che direbbero i vicini” e l’ansia che mi prende quando viene qualcuno e il bagno non è pulito o la cucina è in disordine. Perché proprio non ce la faccio a fregarmene come vorresti tu. E sono pigra. Così sono sempre io quella che dice di no.

Anche se so che per te non è vero, che ti arrabbi quando parlo male di noi, non si può negare che spesso siamo sconclusionati, approssimativi, poco attenti alla forma, casa nostra è un delirio e litighiamo per delle cretinate.

Ma abbiamo iniziato in due e adesso siamo cinque. Abbiamo tanti amici bellissimi che frequentiamo meno di quanto vorremmo ma a cui vogliamo bene.

Sedici anni sembrano tanti eppure a me oggi sembrano pochissimi.

E direi che sposarci finora è stata una buona idea.

Anche io dico la mia su Family day e Repubblica

Allora, oggi a me Repubblica mi ha fatto proprio arrabbiare.

Ha pubblicato un video e un articolo riguardo l’intervento del fondatore dei neocatecumenali al Family Day. Premesso che il family day mi è sembrata una enorme cozzaglia di gente bigotta e che tutto questo astio per una teoria gender nella realtà presente solo nelle loro teste rasenta il ridicolo, ritengo che l’articolo e il titolo siano stati del tutto disonesti. Ho ascoltato l’intervento, sebbene tagliato e montato da Repubblica, e mi sembra che quello che è stato detto è ben diverso da quello che è stato riportato e che ha scatenato tanto scalpore.

Per i neocatecumenali la presenza di Dio nella vita dell’uomo è prioritaria e fondamentale. Quello di cui lui parla è quando nella vita di un uomo c’è solo l’amore della moglie, quando la sua vita ruota solo intorno a lei. E che quando questo viene a mancare per lui nulla ha più senso: la vita della moglie, la vita dei figli. Mi sembra che dica cose condivisibili solo che io lo chiamo “possesso”, non amore. Eppure non mi sembra assolutamente che lui giustifichi il femminicidio. Se conosco un po’ il mondo cattolico, la conclusione non è che è colpa della donna se viene ammazzata, ma dell’uomo che non fa entrare Dio nella sua vita, perché Dio è amore e l’amore di una donna ne è solo una delle tante espressioni. Che senza amore la vita non ha più senso ma che è Dio ha darne il senso con il suo amore.

Sì, è vero, partiva dalla premessa sbagliata e assurda che la teoria gender vorrebbe contrapporre uomo a donna e che dal suo punto di vista non ci può essere amore senza Dio. Eppure fu addirittura Don Giussani e il suo senso religioso a sottolineare come l’amore sia parte integrante dell’essenza dell’uomo, che proprio realizzandoci come uomini noi amiamo e scopriamo Dio in noi e negli altri. Per la cronaca CL ha preso le distanze dalla manifestazione, eppure erano numerosi i suoi appartenenti in piazza e comunque non è così lontana dai principi espressi.

Se c’è una critica però che io faccio a tutta quella gente in piazza è che loro dovrebbero essere testimoni di questo amore e non è certo scagliandosi verso chi non crede e giudicando l’amore di altri che si è testimoni dell’amore di Dio. Non capisco perché sostengano che i non credenti non possano amare, non capisco come non possano vedere l’amore anche tra persone dello stesso sesso come espressione dell’amore di Dio, dal momento che l’amore è parte dell’uomo… Questa era la critica che mi sarebbe piaciuto leggere… Perché il rischio è quello di commettere il loro stesso errore, quello di giudicare senza conoscere, di iniziare una battaglia basata su informazioni faziose, pompate solo per un click in più.

Le parole non dette

Le parole non dette sono quelle non necessarie. Sono combattuta: quando è giusto parlare, dire le cose come stanno e quando invece è meglio stare in silenzio, evitare?

Credo che sia importante dirsi “ti amo”, “ti voglio bene”, eppure sono convinta che forse qualche volta non sia necessario se non addirittura dannoso.

Sono cresciuta in un famiglia in cui certe dimostrazioni di affetto non si usano e non sono mai state usate. Non l’ho mai detto i miei genitori e non l’ho mai detto a mio fratello.
Il dirlo mi metterebbe in imbarazzo, il sentirmelo dire mi metterebbe in imbarazzo. Lo sappiamo, punto. Non c’è bisogno di dirselo.

I miei figli invece qualche volta me lo dicono e mi fa piacere, un sacco piacere, eppure non è per me necessario; io lo so, e spero con tutto il cuore che loro lo sappiano.

Ogni tanto penso però che prima di morire mi piacerebbe incontrare le persone che sono state importanti nella mia vita ma con cui qualche discorso è rimasto in sospeso e potergli raccontare tutto, raccontare la mia versione e sentire la loro. Dire loro quanto bene gli ho voluto, quanto male mi hanno fatto, sentirmi dire quanto male ho fatto io a loro, quanto bene mi hanno voluto, perdonare, perdonarci. Eppure quando le incontro, quando le vedo, anche solo per caso, tutto rimane dentro di me, il discorso rimane leggero. Per certe cose ci vorrebbe una certa dose di alcol o la consapevolezza del tempo che sta per scadere, ma mi chiedo se anche in questo caso sarebbe necessario, se farebbe bene a entrambi. Il solo guardarci negli occhi non dice già tutto? Noi sappiamo in fondo che cosa è stato, giusto? O forse no, perché io in fondo conosco solo la mia versione e loro la loro?

Le soap opera ci hanno insegnato che le cose non dette creano dolore, fraintendimenti, incomprensioni e sul non detto ci hanno propinato serie interminabili di intrecci improbabili. La morale è sempre che quando la verità esce finalmente allo scoperto, tutto diventa chiaro, tutto è perdonato, tutto è superato ma se questa arriva troppo tardi c’è un dolore da rielaborare, delle lacrime da versare.

Io però penso che nella realtà c’è la vita che parla per noi. La fatica che abbiamo fatto per crescere, per perdonare noi stessi, per diventare grandi ci fa prendere le distanze da quello che siamo stati e probabilmente quello che vorremmo dire forse non vorrebbe essere ascoltato o forse quello che ci sentiremmo dire ci farebbe solo male perché arrivato fuori tempo massimo, quando ormai è troppo tardi. Certi cassetti sono stati chiusi, qualcuno a fatica, e forse è bene che così rimangano. Perché se apri un cassetto che sai essere incasinato, devi essere pronto a mettere in ordine, averne il tempo, la voglia e la possibilità. Perché se sei già incasinato rischi che il casino uscito dal cassetto prenda il sopravvento e ti scombussoli la vita.

La vita è fatta di bivii, alcune volte la direzione la scegliamo noi, altre volte la scelgono gli altri. Tornare indietro non si può anche se la curiosità di sapere come sarebbe andata lungo “l’altra strada” è fortissima.

Stamattina sono stata a un funerale: non ci posso fare nulla, i funerali mi fanno questo effetto…

Feisbuc

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Prima o poi chiuderò la mia pagina Facebook. Dovrò farlo. Perché mi fa male. Mi fa male fisicamente.

I miei contatti sono al 99% tutte persone che conosco veramente, che hanno incrociato la mia strada almeno una volta in questi miei quasi 45 anni.

Sono persone che mi sono piaciute almeno un pochino altrimenti non avrei chiesto o accettato il loro contatto.

E mi fa male leggere certe cose, certi post che spesso vorrebbero essere divertenti eppure non lo sono affatto. Mi fa male vederli farsi abbindolare da certa propaganda basata sul nulla. Mi fa male vederli così sopraffatti dalla paura del prossimo al punto da alimentare e incoraggiare loro stessi la loro e l’altrui paura.

Ormai odio gli slogan e le frasi ad effetto, il qualunquismo di chi riduce in poche parole problemi complessi, la vita delle persone, la sofferenza della gente. Odio il ripostare notizie infondate urlate nella rete da siti del tutto inaffidabili. Ho visto postare come vere notizie provenienti da “il lercio”, ho visto rispondere “ va bè, ma tanto è così lo stesso” anche dopo essersi resi conto di aver preso un abbaglio grosso come una casa. Ho visto dare spazio e risonanza a bufale pazzesche con un solo click.

Rimpiango il food porn, le foto di piedi, i kilometri corsi, i selfie delle vacanze.
Perché cattiveria alimenta cattiveria.
Perché ormai FB è diventata una discarica di frustrazioni, odio e intolleranza.
Perché ormai siamo tutti allo sbando. Perché ci sentiamo legittimati e autorizzati a scrivere di tutto.

Io lo so, perché li conosco, che molti dei miei contatti sono meglio di quello che postano, perché sono sicura che se fossimo davanti a una birra in un locale non userebbero certe parole, magari la penseremmo in maniera sempre diametralmente opposta, ma potremmo parlare, confrontarci, e forse cambiare idea, vedere le cose da un’altra prospettiva. E non mi irriterebbero così tanto. Perché dal vivo un po’ ci si censura e questo aiuta il rispetto reciproco. Perché dal vivo almeno un pochino forse ci si ascolta. Davanti a una tastiera è più difficile limitarsi, anche se il buon senso vorrebbe il contrario, visto che quello che è stato scritto rimane e può diventare di dominio pubblico.

Questi dannati “mi piace” ci rendono forti, ci fanno sentire nel giusto, apprezzati, non ci mettono in discussione, ma al contrario, ci fanno pensare che siamo in molti a pensarla allo stesso modo e quindi siamo, appunto, nel giusto.

Vorrei tornare al Facebook di qualche anno fa, quello che mi permetteva di vedere come stavano persone a cui ho voluto bene, di avere informazioni che sui giornali non trovavo, di essere informata su eventi, novità, di conoscere più cose, modi di pensare diversi, altre prospettive.

Boh… Io intanto continuo a scrivere qui… Continuando a chiedermi dove ci porterà tutto questo…

Come sarebbe stato se…

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Giacomo dice che la musica gli mette malinconia, ma che in fondo non è una brutta sensazione. È vero.

È buio, fuori piove e ti faresti volentieri una tazza di caffe americano, ti raggomitoleresti su una poltrona e ti ascolteresti una canzone guardando la città che si bagna. Nei telefilm americani è un classico: lei è strafiga anche con la tuta sformata alla luce fioca di una abat jour, il momento è struggente, la città di solito è New York o Chicago, la musica è bellissima. Può essere l’inizio, la fine o anche il momento centrale della storia, ma è sempre la quiete prima o dopo la tempesta.

Ogni tanto vorrei sentirmi così, malinconica, strafiga, con una finestra su cui scendono gocce di pioggia da cui vedere la città.

La canzone che Giacomo ascolta è See you again.

Non ho il caffè americano, non sono strafiga e non ho una finestra sui tetti della città, ma è buio, fuori piove, la malinconia è la stessa e la canzone aiuta parecchio.

Sarà l’età, ma ti chiedi come sarebbe stato se avessi preso altre decisioni, che fine hanno fatto amici che non vedi da anni, che ne sarà di te, se la tua vita è proprio tutta qui.

Eppure di strada ne hai fatta parecchia da quando avevi 17 anni, da quando ti chiedevi se avresti mai trovato qualcuno disposto a ricambiare il tuo amore, se saresti riuscita a trovare un lavoro adatto a te, se saresti riuscita a costruire qualcosa, ad essere felice.

E adesso che ripensi alla strada fatta, a tutti i bivi dove hai dovuto scegliere, alle persone incontrate e che hai perso lungo la via, ti raggomitoli nella malinconia e ti perdi nei “come sarebbe stato se…”.

Ma comunque la giri, sai bene che qualunque strada avessi preso ti avrebbe portato qui, perché è qui che in fondo desideri essere.

E capisci che è questo il tuo privilegio, la tua fortuna più grande.

La canzone finisce e con le ultime note la malinconia se ne va. Non sono strafiga, non ho il caffè americano e la tempesta in fondo non c’è mai stata.

Ho imparato a sognare

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Ok, la dico tutta: io mi sono rotta le palle delle storie “di successo”. Tutte quelle bellissime biografie di gente che si è fatta da sola, che contro tutte le previsioni ha realizzato i suoi sogni, guadagnato un sacco di soldi, fama, successo.

Se sento ancora una volta citare Steve Jobs e la sua fame ho una crisi di nervi.

Ecco, io credo che sia un’istigazione all’invidia.

Lo so, quando morirò andrò nel girone degli invidiosi ma non è colpa mia: come si fa a non essere invidiosi di chi ha ottenuto tutto? Sì è vero, ti raccontano anche i sacrifici, le sofferenze, ma chi non li ha?

Credo che l’errore sia nel focalizzarsi sul mezzo e non sul fine.

Perché lacrime e sangue, fame, sacrifici li fanno in molti e nella maggioranza dei casi non ottengono fama, soldi e successo. Eppure spesso assaggiano pezzetti di felicità. Perché la differenza la fa il sogno.

Imparare a sognare non è immediato, perché se fai il sogno sbagliato poi può diventare un incubo.

Credo che sia importante imparare a riconoscere il sogno giusto, quello che ci renderà felici veramente, anche se non è molto figo.

Se fai il sogno giusto allora sacrifici, rinunce, saranno parte del sogno e quindi bellissime.

A 25 anni ho passato due mesi in Australia, un posto fantastico, gente fantastica, ma tutto quello che ho fatto per due mesi è stato contare i giorni che mi mancavano per tornare da chi amavo. Perché il mio sogno non era un “dove”, il mio sogno era un “chi”. Forse in cuor mio sapevo che dell’inglese non me ne sarei mai fatta molto perché io volevo andare a fare libri scritti in italiano, perché a me piaceva la lingua italiana. Anche se poco remunerativa, anche se di poco prestigio.

Quando ci siamo sposati chiedemmo agli amici di cantare “Ho imparato a sognare” dei Negrita e ancor oggi penso sia stata un’ottima scelta per iniziare una nuova vita.

Più invecchio, più conosco la gente e più mi rendo conto che chi ha successo in un ambito spesso è un disastro negli altri. E che comunque rimane un essere umano come me, come il giardiniere che qualche giorno fa ha tagliato l‘albero malato a scuola. Chi lo sa quanta strada ha fatto il giardiniere con l’accento straniero per arrivare a tagliare un albero malato nel cortile di una scuola di Milano? O il suo capo, molto più giovane, italianissimo e comunque bello determinato e orgoglioso nel gestire la sua squadra?

Vorrei che tutti i sogni avessero pari dignità solo in quanto sogni. E che la voglia di sognare non smettesse mai.