Un italiano, un francese, un tedesco

In questi giorni di campeggio mi sono dedicata a uno studio sul campo sulle diversità di comportamento di italiani, tedeschi, francesi.Il campeggio è un buon posto di osservazione. La prima cosa che si nota è che gli italiani hanno un tono di voce nettamente più alto rispetto a francesi e tedeschi. Normalmente si attribuisce questo all’innata maleducazione italica, ma i miei studi mi hanno portato ad altre conclusioni. 

Innanzi tutto ritengo impossibile urlare in francese: la posizione della bocca perennemente posizionata sulla U impedisce una forte emissione di fiato.

Come ci hanno insegnato i numerosi film sull’occupazione tedesca del Nord Italia durante la seconda mondiale, per la lingua tedesca invece non è così, anzi, si presta ad essere urlata. Eppure gli alemanni non urlano. Mai.

Perché? 

La conclusione a cui sono giunta è questa. Gli italiani sono “partecipativi” nel senso che a loro piace che perfetti estranei si inseriscano nelle loro conversazioni. Sono alla perenne ricerca di approvazione. Quindi, non è raro assistere a discussioni tra madre e figlio ed essere coinvolti con un “ho ragione o no?”. E tutto questo magari mentre sei con loro in attesa di una doccia libera. E tu sei lì, con il tuo accappatoio e il tuo shampoo, e ne avresti già abbastanza di imbarazzo solo per il fatto di essere mezzo nudo, in una situazione che normalmente condividi solo con lo specchio del bagno di casa tua, e invece ti ritrovi a dover decidere in fretta se è più idiota la madre o il figlio. 

Il fatto che estranei possano ascoltare i propri scleri nei confronti di mariti, mogli, figli, non turba l’italiano medio. Il fatto che le sue idee politiche, le sue riflessioni sui luoghi da visitare, le sue ipotesi meteorologiche, le sue ossessioni, le sue ricette, e qualsiasi altra cosa esca dalla sua bocca sia udita da almeno una trentina di perfetti sconosciuti, anziché metterlo a disagio, lo rincuora, lo rende più sicuro. 

Cosa che evidentemente non succede a francesi e tedeschi che fanno di tutto affinché tutto quello che dicono sia percepito solo ed esclusivamente nell’area della propria piazzola.

Quello però che mi manca per completare il mio studio sarebbe la possibilità di comprendere quello che dicono francesi e tedeschi. Si, perché ad essere sinceri anche le loro voci si sentono, ma il complesso di inferiorità tipico degli italiani, o forse temo solo mio, spesso mi porta a pensare che quello di cui loro conversano amabilmente siano sempre discorsi profondi, pensieri intelligenti. Che si rivolgano sempre a mariti, mogli e figli in modo pacato, cortese, equilibrato. Che non abbiano mai scazzi. Che i loro interventi pedagogici siano sempre azzeccati. Si, insomma, che dalla loro bocca non esca mai un “ma sei proprio deficiente” rivolto alla propria prole mentre fa disastri ai lavandini mentre lava i piatti. Ora che ci penso il genitore straniero in effetti non sembra minimamente preoccuparsi di come i propri figli lavino i piatti, se vanno a piedi scalzi nei cessi, se tirano l’acqua o meno, se si lavano i denti. 

Ma ogni tanto il dubbio mi sorge: non è che se vi fossero i sottotitoli scopriremmo che quello che si dicono in modo così altezzoso e composto non sono altro che le loro idee politiche, le loro riflessioni sui luoghi da visitare, le loro ipotesi meteorologiche, le loro ossessioni… E che forse qualche volta sussurrano anche loro alla loro bionda prole “ma sei proprio deficiente…”

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