Le colpe dei padri ricadranno sui figli

In questi giorni si fa un gran parlare dei diritti dei bambini, del loro diritto di crescere in una famiglia e di quale sia la famiglia a cui loro hanno diritto.

E giù studi, cifre, testimonianze alla ricerca dell’algoritmo che possa calcolare il coefficiente della felicità. Calcoli delle probabilità per prevedere chi soffrirà di alcolismo, di depressione, chi sarà violento. Sarà più depresso un bambino cresciuto con due mamme o un ragazzo che scopre la sua omosessualità in una famiglia molto religiosa? Avrà una vita più felice il dodicesimo figlio di una coppia che aborrisce qualsiasi sistema di controllo delle nascite o un secondo figlio di una famiglia che ha fatto i conti in banca e calcolato quanti figli può permettersi di mantenere fino alla laurea? Sarà più libero di fare le sue scelte il figlio di una coppia frikkettona e alternativa, o il figlio di due persone semplici timorate di Dio e del vicino?

Sinceramente non credo che esistano studi capaci di tener conto di una così grande vastità di variabili quante sono quelle che intervengono nella formazione di una persona. Anni di Law and Order dovrebbero ormai avercelo insegnato.

Ogni studio che cerca di valutare la felicità delle persone ai miei occhi ha sempre un non so che di fazioso. Soprattutto se fa parlare adolescenti. L’adolescenza per definizione è un momento di rottura con la propria famiglia. E grazie al cielo che è così. È quello che permette al mondo di andare avanti, di rinnovarsi. Pochissimi adolescenti parlano bene della propria famiglia e se lo fanno, ne sono certa, o c’è da preoccuparsi o più semplicemente, stanno mentendo.

Qualsiasi sia la famiglia di origine, ovviamente a meno che non ci siano soprusi e violenze, è una splendida famiglia e una pessima famiglia allo stesso tempo.

Perché ogni scelta educativa compiuta all’interno di essa segue un modello e ne rinnega il suo opposto. Ogni genitore si ritrova inevitabilmente a fare delle scelte e sono convinta che nella stragrande maggioranza queste scelte vengono fatte in buona fede, pensando di essere nel giusto, pensando di fare il bene della propria prole.

Lo sono convinti quei genitori americani che mettono in mano a bambini di dieci anni fucili e pistole e insegnano loro ad usarle. Lo sono convinti quelli che spronano i figli ancora piccoli in sport molto impegnativi in fatto di tempo e forze. Lo sono quelli che portano i bambini in chiesa come lo sono quelli che li portano in manifestazione. Ognuno fa le sue scelte e, volente o nolente, le impone ai propri figli. Lo facciamo quando scegliamo una scuola piuttosto che un’altra, quando scegliamo in quale quartiere vivere, quando li portiamo o non li portiamo a teatro o al cinema, quando gli permettiamo di vedere certe trasmissioni alla televisione, quando più semplicemente commentiamo con loro fatti di cronaca, quando esprimiamo giudizi su situazioni o avvenimenti, quando spettegoliamo, quando utilizziamo un linguaggio piuttosto che un altro, quando litighiamo, quando facciamo pace, quando ci aiutiamo in casa, quando preghiamo o prepariamo striscioni.

Ma i figli non appartengono ai genitori e questo i genitori dovrebbero ricordarselo sempre. Ed è qui che secondo me entra in scena lo Stato. Lo Stato deve garantire ad ogni bambino di poter essere curato, educato, amato… insomma tutte quelle belle cose che ci sono scritte nella dichiarazione dei diritti del bambino. Lo Stato le deve garantire a tutti, al figlio di omosessuali, al dodicesimo figlio, a quello che viene portato in chiesa e a quello che viene portato in manifestazione. Lo Stato ci deve lasciare liberi di trasmettere i nostri valori e i nostri credo ai nostri figli ma allo stesso tempo, pur nel rispetto delle scelte delle famiglie, ha il dovere di garantire i diritti di tutti e fare in modo che le mie scelte, il mio credo e i miei valori non ledano quelli degli altri. Ed è per questo che io posso, anzi devo, battermi perché i diritti dei miei figli vengano riconosciuti ma non posso battermi perché i figli di persone che la pensano in modo diverso dal mio, che hanno stili di vita diversi dal mio, ne vengano privati. Anche se fanno scelte diverse dalle mie. Anche se credono in qualcosa che non è quello in cui credo io. Lo Stato deve fornire a tutti i bambini gli strumenti per poter crescere liberi per poter fare poi un giorno le proprie scelte in autonomia. Grazie o nonostante la propria famiglia. Se vorrò mettere un velo sarà per una mia scelta libera, e non perché così vorrà mio padre. Se la donna o l’uomo che mi ha cresciuto e amato, e io riconosco come genitore, muore, io devo poter ereditare e devo poter rimanere con l’altra donna o uomo che mi ha cresciuto perché è un mio diritto e non in virtù di una scrittura privata depositata da un notaio che per essere valida devo far riconoscere da un giudice con una sentenza che dovrò pagare e aspettare per anni.

Sono convinta che la famiglia sia fondamentale per il benessere dei bambini e della società. Ma sono anche convinta che ci possano essere tanti tipi di famiglie e che l’amore è molto più creativo e sorprendente di quanto ogni tanto siamo portati a credere. Basta saperlo riconoscere.

 

Pubblicità