Il tagliando

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Oggi è stata la giornata del tagliando, il giorno dell’anno che odio di più: la visita di controllo dalla ginecologa.

Le donne sono molto più brave degli uomini: arrivate a una certa età sanno che è loro dovere andare almeno una volta all’anno da un medico, togliersi le mutande, salire su un lettino con delle staffe e aprire le gambe in modo che lui o lei possa sbirciarci dentro.

Odio la visita: mi preparo mentalmente dal giorno prima, la notte precedente di solito dormo male e quando varco l’ingresso dell’ospedale dove la mia ginecologa riceve, comincio a sudare.

Conosco la mia ginecologa dalla sera del 7 giugno 2001.

L’ho conosciuta in un pronto soccorso. C’ero andata perché ero incinta di 10 settimane e quel giorno in ufficio non mi ero sentita bene.

Ci mise 5 minuti a dirmi che non c’era più battito, che la gravidanza si era interrotta già da qualche giorno e che urgeva un raschiamento (lei usò il termine “revisione”) per scongiurare una setticemia.

Io ce ne misi 6 a odiarla. Dopo neanche un’ora avevo già svolto tutte le pratiche del ricovero e mi fu assegnato un letto per la notte, nell’attesa dell’intervento fissato per la mattina successiva.

Mi addormentai piangendo cercando di dare e ricevere conforto dalla mia vicina di letto nelle mie stesse condizioni.

La mattina dopo, appena sveglia, si materializzò davanti al mio letto la ginecologa della sera prima. Ricordo che prese una sedia, l’avvicinò al letto e mi disse “adesso possiamo parlare con calma”.

Mi spiegò quello che era successo e quello che di lì a poco mi avrebbero fatto, che l’intervento lo avrebbe fatto lei e che sarei potuta tornare a casa mia prima di sera. Mi chiese se avevo delle domande e se ne andò.

Da allora è diventata ufficialmente la mia ginecologa. Quella che ha seguito le mie tre gravidanze successive e che ogni anno mi fa il tagliando. Mi chiede come stanno i ragazzi, io le chiedo come stanno i suoi figli e chiacchieriamo interrotte ogni tanto da un “adesso porta pazienza un attimo”, o “fai un grosso respiro”. Ogni anno ci troviamo un po’ più invecchiate.

Lo studio dove riceve è difronte alla nursery del reparto maternità, e ogni anno che passa i papà orgogliosi che intrattengono parenti e amici in attesa dell’orario di visita sono sempre più giovani. E mi ritrovo a guardarli con tenerezza mentre parlano delle loro compagne che sono state “bravissime”, che parlano impacciati di pesi, poppate, misure.

Ma c’è una cosa che ricordo bene di quell’8 giugno 2001. Io fui il penultimo intervento della mattinata. Quando mi portarono nell’anticamera della sala operatoria per preparami all’intervento, nella stanza con me c’era una ragazza, giovanissima. Lei l’intervento lo aveva appena terminato e si stava svegliando. E piangeva. Un’infermiera le accarezzava la testa e le diceva di stare tranquilla. Un medico o un infermiere entrò e chiese all’infermiera consolatrice: “questa era l’ultima IVG, giusto? Adesso iniziamo con le revisioni?”

Nel pomeriggio ci dimisero tutte insieme, IVG e revisioni. Eravamo tutte sedute su una panchina davanti all’ambulatorio, ognuna con il proprio dolore, in attesa della visita e del foglio di dimissioni. C’era la ragazzina, c’era la mia compagna di stanza e c’erano altre donne, alcune più giovani, altre più mature, alcune straniere.

Ma eravamo tutte donne.

Io quel giorno ho capito l’aborto. L’ho capito dalle facce delle mie compagne di panchina. Dalla fretta di alcune di essere dimesse, dall’infermiera che chiede se c’è qualcuno che è venuto a prenderle, che insiste perché si facciano venire a prendere, che almeno prendano un taxi.

Ed è da quel giorno che posso sentir parlare di aborto solo da delle donne.

E che ho smesso di giudicare.

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3 pensieri su “Il tagliando

  1. il tuo racconto mi ha commosso, mi commuove. Non posso capire, lo so, ma solo sedermi ed ascoltare (frase da Cara di L. Dalla). Provo ad immaginare il dolore, e provo come te a non giudicare a non dire.
    Io dovrei iniziare con il mio tagliando, ma sono un uomo e sono meno bravo, ma questo è il meno.

    Piace a 1 persona

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