I diritti delle bambine

Non lo faccio mai ma oggi ho cambiato la mia immagine di Facebook con uno dei modelli proposti per celebrare la giornata delle bambine e delle ragazze contro gli abusi, le discriminazioni, le mutilazioni, i matrimoni forzati.

Mi è piaciuta l’idea e l’ho fatto.

Essere una bambina oggi è ancora difficile, se non drammatico, in molte parti del mondo e per alcuni aspetti lo è ancora anche in Italia.

Eppure dovrebbe essere bellissimo. Essere femmine, intendo.

Dovrebbe essere un privilegio.

Poter scegliere quale femmina essere dovrebbe invece essere un diritto.

Potrei partire con un lungo elenco di caratteristiche femminili eccezionali, ma mentirei. Le donne per me non sono tutte multitasking, non sono tutte empatiche, non sono tutte affettuose, non sono tutte generose, materne, organizzate, truccate. Figuriamoci che conosco anche qualche stronza, qualcuna che cucina proprio di merda e qualcuna con un senso materno così sviluppato che non la augurerei nemmeno a una piantina grassa…

Io sono convinta che i bambini e le bambine siano diversi: usano linguaggi differenti, crescono con tempi differenti. Eppure a ben vedere sono molto simili: litigano, fanno la pace, si fanno i dispetti, si cercano, si odiano, si amano.

Ecco, io proprio non mi capacito del perché alle bambine prima, e alle ragazze poi, debba essere imposto un destino segnato dalla sottomissione, o comunque dall’inferiorità rispetto agli uomini, indipendentemente dalle capacità e dalle risorse di ognuna.

Non mi capacito del fatto che ancora oggi molte bambine non possano avere il diritto di desiderare per se stesse molto di più di una vita pesata e calibrata solo rispetto agli uomini.

Mi chiedo perché un uomo venga sempre valutato in base al suo coraggio, la sua intelligenza, la sua forza, e mai, dico mai, venga giudicato su come si comporta con le donne. Perché, al contrario, una donna debba invece sempre essere giudicata su come si pone difronte agli uomini: oca se ti mostri, frigida se non ride alle battute volgari e sessite, puttana se vai con tanti, santa se non ci vai o al massimo concedi l’esclusiva a uno solo. E questo vale per l’operaia, per la casalinga, per la manager, l’attrice, la politica.

E che palle!

Perché quando si vuole insultare una donna la prima cosa che viene detta è “puttana”? Eppure sono loro, gli uomini, quelli che sembrano ossessionati delle tette e dai culi, loro quelli a cui evidentemente basta vedere un pezzettino di coscia o un sorriso di troppo per interpretarlo come un invito a letto. Perché sono così bramosi dei loro corpi al punto da ritenerli loro proprietà?

Perché, allo stesso tempo, gli uomini temono così tanto le donne? Perché quando vacillano e vogliono dimostrare la loro forza le prime a farne le spese sono sempre loro, le donne? Perché?

Non credo che le donne siano migliori degli uomini, credo invece che insieme, uomini e donne, potrebbero fare grandi cose.

La strada è ancora lunga, in alcuni posti direi che si fa fatica anche solo vederla questa strada. Ed è per questo che c’è bisogno anche di giornate come questa, c’è bisogno di gente che si batta perché tutte le bambine possano un giorno essere dove e con chi vorranno essere.

Però sono femmina, ho una figlia femmina e so come funziona: per quanto la strada sia lunga, intricata, difficile, le bambine sanno sempre camminare.

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Chiacchierare

Io parlo.

Parlo tanto.

Racconto, spiego, apro parentesi, descrivo dettagli. Se sono molto coinvolta mi mangio le parole, un po’ perché la testa va più veloce della bocca, un po’ perché ho paura che il mio interlocutore si stufi e se ne vada prima che io finisca.

Parlo e se vengo interrotta da qualcosa o da qualcuno, ho paura di perdere il filo, ho paura che chi mi ascolta perda il filo.

Certe volte, lo giuro, io mi accorgo che chi mi sta difronte sta cercando disperatamente una via d’uscita, che non ne può più di me e dei miei racconti, ma io proprio non ce la faccio a mollare senza aver prima finito il concetto.

Poi, improvvisamente, le mie forze vengono meno, il cervello si annebbia, mi sento disidratata e mollo la presa. E mi ritiro in buon ordine in posizione di ascolto. Immagazzino informazioni, aggiorno i dati, li collego ad altre informazioni, cancello quelle sbagliate. Insomma, preparo il materiale per quando ricomincerò a parlare.

Qualche volta, al contrario, mi capita di non aver proprio niente da dire a chi mi sta difronte. E sinceramente non mi interessa nemmeno molto quello che costui avrebbe da dirmi. E così sono io quella che vorrebbe disperatamente scappare, quella che cerca una via d’uscita. Ma questo non molla proprio la presa, vuole per forza finire il concetto, lo vedo innervosirsi se viene interrotto, ha paura di perdere il filo, ha paura che io perda il filo.

Ogni tanto però sono fortunata e mi imbatto negli “ascoltatori”. Gli ascoltatori sono quelle persone che sembrano veramente interessate a quello che dici, si ricordano quello che gli avevi raccontato tempo fa, hanno i tempi giusti per farti delle domande, ti raccontano a loro volta cose interessanti, e le raccontano bene, con ironia e intelligenza. E così io ascolto, memorizzo.

Mi piace chiacchierare, mi piace un sacco. Mi piace anche la parola: “chiacchierare”…

Oggi ho cercato di spiegarlo al computer, ma lui niente, impassibile. Allora sono andata fino al bancomat per prelevare, ma macché, era fuori servizio. Ho provato con la cassa automatica del supermercato mentre pagavo la spesa, ma niente. Poi è arrivata una piccola boccata d’ossigeno con un’amica davanti a un caffè mentre uno dei tre nuotava in piscina, ma bevi tenendo d’occhio l’orologio e quando vedi il fondo della tazzina è già ora di andare. Ci rinunci in partenza all’ora di cena, perché la stanchezza arriva davanti al piatto di minestrone, tante voci da ascoltare, la giornata di domani da organizzare, incastri, orari, chi prende, chi porta.

E poi finalmente arriva la sera, finalmente tutti a letto, la tv della vicina in sottofondo, la lampada che illumina il tavolo, il resto della casa buio, il respiro pesante di chi già sogna, tu che ti fingi ancora in forze e cerchi di lavorare un po’.

E pensi che in fondo quello che davvero ti manca della tua vita precedente da dipendente è solo e soltanto una dannata macchinetta del caffe davanti alla quale spettegolare.