Iban e navi

Sono nei guai.

Qualche anno fa mi trovavo in stazione ad aspettare il ritorno di qualche figlio. Ero arrivata come al solito in largo anticipo, privilegio di noi ansiosi, con il risultato che all’ansia di arrivare tardi si era sostituita l’ansia del molestatore da stazione. L’esperienza mi ha insegnato che se vuoi sopravvivere in stazione quando aspetti qualcuno e sei in anticipo di mezz’ora, l’unica soluzione è camminare. Mi misi così a girovagare per la stazione, cercando di mantenere l’espressione del milanese medio, quella del tipo “sono di fretta, non rompetemi le palle” ma evidentemente qualcosa non funzionò… La faccio breve: non so come mi ritrovai in balia di un ragazzino chiacchierone e nel giro di un quarto d’ora diventai sostenitrice di Save the Children. Quando arrivò il treno del figlio, avevo già firmato, dato il mio numero di conto corrente e salutato caramente il ragazzino.

Tornata a casa cercai di capire meglio quello che avevo fatto. Cercai su internet e mi rassicurai innanzitutto sul fatto di non essere stata truffata. Poi cominciai a vedere quali progetti sostenevano, dove operavano. Quello che lessi mi piacque: progetti in Italia e all’estero, tutti interessanti. Mi misi il cuore in pace e con il tempo mi abituai a vedere sull’estratto conto la voce mensile di Save the Children. Al punto da dimenticarmene.

Oggi la donazione mi ritorna in mente solo quando vengo fermata da altri ragazzini intraprendenti per strada e la mia posizione di sostenitrice mi permette di cavarmela in pochi secondi: ho fretta, sto già dando, grazie, ciao. I giornalini informativi che ricevo per posta vengono da me sfogliati solo per senso del dovere, ma trovano la cesta della carta nel giro di poche ore.

Tutto scorre bene: coscienza pulita, loro fanno, io do il mio contributo mensile, minimo certo, ma almeno posso dire che anche io faccio qualcosa. Sono una donna impegnata, io.

Poi, porca miseria, succede ‘sta storia del codice di condotta delle Ong. E scopro che Save the Children firma mentre Msf no. E a me ‘sta cosa non mi piace. Perché Msf sono tosti, lo so. Perché sono quelli che, chissàperché, finiscono sempre sotto le bombe. Anzi, il perché lo si sa: loro sono sempre dove c’è bisogno, dove spesso non c’è nessun altro. Cioè, loro sono quelli che li aiutano “a casa loro”, ma anche “a casa nostra”, ma anche a casa della zia, della nonna e del cugino, perché per loro “casa” è il mondo “senza frontiere”.

Trovare informazioni su questa storia non è così semplice. La situazione è complessa: c’entrano le normative, i trattati internazionali, i soldi, i principi, i rapporti tra Stati, la politica, la gente che muore…

Ecco… la gente che muore.

Leggo le posizioni, o almeno quello che viene riportato, ma è faticoso, cavoli. Non ci capisco una beata mazza. Chi ha ragione?

Ma cazzarola, ma possibile che il mio iban non sia più sufficiente a farmi sentire bene?

E mi viene in mente una parte della mia tesi di laurea sullo scoutismo. Durante il fascismo lo scoutismo fu vietato e così si aprirono due possibilità: la clandestinità oppure entrare a far parte dell’opera balilla. Per chi è lombardo come me, è facile pensare che tutti scelsero la prima opzione, ma in realtà ci fu chi scelse la seconda, convinto che dall’interno avrebbe potuto continuare a lavorare con i ragazzi, limitare la follia del fascismo portando i principi dello scoutismo all’interno dell’opera balilla. Non funzionò. Perché non puoi far crescere dei fiori sotto una camicia nera, non puoi educare alla libertà e alla felicità se devi obbedire ciecamente alla volontà di una sola persona. Sono convinta che allora qualcuno fosse in buona fede, ma sono anche convinta che il compromesso non è la via migliore quando riguarda i principi, quello in cui si crede, la vita delle persone. Perché quando devi fare qualcosa di coraggioso devi crederci fino in fondo, profondamente, senza compromessi.

Così adesso io sono nei guai.

Perché a me, il mio iban non mi basta più.