Esco a farmi un giro

Ci sono giorni che chissà perché tutto svolta.

Ti alzi una mattina e boom! decidi che nei abbastanza. Che è giunto il momento di “mollare le menate” anche senza aver bisogno necessariamente di “metterti a lottare”.

Guardi fuori dalla finestra e nonostante stia piovendo vedi che le nuvole stanno andando via. Ti rendi conto che molte cose non dipendono da te, che non puoi farci niente e quindi tanto vale prendere quello che viene e tenersi solo il bello.

Sono i giorni in cui uscire dal pantano in cui ti eri infilata diventa una cosa possibile.

Ti metti una camicetta a fiori non stirata e stai bene lo stesso. Profuma di pulito e ti basta.

I gerani sul balcone ti sembrano bellissimi, la casa, illuminata dall’unico raggio di sole che riesce a entrare, si illumina e ti dà un senso di allegria immotivata.

Le cose non vanno come pensavi? Va bene lo stesso, forse andranno in modo diverso ma non è detto che sarà il peggiore. E anche se lo sarà, si vede che doveva andare così.

Hai la sensazione che le persone tramino alle tue spalle? Forse non è vero, forse non sei così importante come credi. E se anche fosse vero, pazienza, non puoi farci nulla, prima o poi scoprirai cosa ci sta dietro e quando sarà, sarai già alla giusta distanza per non farti travolgere. E questo pensiero ti dà sollievo. Tra dieci anni ci riderai su, quando sarai vecchio ripenserai a questi giorni con affetto.

Ci sono giorni in cui tutto riacquista il giusto peso, le cose importanti riprendono il loro posto e quelle che ti avvelano la vita si dissolvono nell’aria.

Ci saranno ostacoli, ma un modo per scavalcarli si troverà. E se non sarà possibile, troverai un modo per arredarli, dipingerli, colorarli fino a renderli quasi belli da vedere e da tenersi accanto.

Ci sono giorni in cui ti sembra che potrai reggere a qualsiasi urto, ma non perché ti senta forte, ma solo più “morbida”. Un po’ come la carta di imballaggio fatta di tante bolle d’aria: qualcuna nell’urto scoppierà, la carta si sgualcirà, ma tutto rimarrà integro.

Ho messo via il ferro da stiro ed esco a farmi un giro.

 

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Il lavoro del redattore

Faccio la redattrice di libri di scuola. Freelance. È il lavoro che mi sono scelta, che mi è sempre piaciuto fare. Ho provato a insegnare, poi ho lavorato nella segreteria della redazione di un giornale, poi in uno studio editoriale e poi come dipendente in una grande casa editrice ma alla fine ho capito che la grande azienda e le sue dinamiche non facevano per me e che quella non era la mia strada. E così ho scelto di essere freelance. Ho aperto la partita iva, ho pagato le tasse, tutte, ho cercato di rispettare sempre le date di consegna, di non prendere mai troppi lavori per non rischiare di lavorare male. Sapevo che non mi sarei arricchita, ma ci credevo, veramente. Ho lavorato di notte, il sabato, la domenica. Sono vent’anni che Natale per me è solo un intralcio al mio lavoro. Con gli anni ho capito in cosa sono brava e in cosa no. Riconosco apertamente che ho dei problemi a vedere i refusi, che sotto stress non riesco ad essere precisa, che le scandenze mi mettono ansia, e che quindi le peggiori cazzate le faccio alla fine.

Però sono creativa, riesco a trovare soluzioni, ho esperienza e conosco bene i libri di cui mi occupo. Mi piacciono le novità, mi piace cambiare, difficilmente mi sentirete dire “si è sempre fatto così”.

La prima volta che sono entrata in uno studio editoriale era il maggio del 1997. Questo significa che faccio libri di scuola da 21 anni.

In 21 anni il lavoro del redattore è cambiato molto: quando ho iniziato c’erano le pellicole di stampa, per vedere una bozza a colori dovevo aspettare l’ultimo giro, le foto si ritagliavano da riviste e giornali e si mandavano dal fotolitista, per mandarti i file pesanti degli impaginati definitivi si usavano i datapack. Le bozze venivano spedite in buste con corrieri e fattorini e le ultime correzioni arrivavano per fax. Insomma… preistoria rispetto agli strumenti e al modo di lavorare di oggi.

Ma la voglia è sempre la stessa. Eppure, negli anni, il lavoro del redattore si è svalutato un sacco. O meglio… l’importanza di un bravo redattore ancora oggi è fondamentale per la riuscita di un libro, eppure, economicamente parlando, negli anni la retribuzione non è mai aumentata, ma al contrario è via via scesa. E questo nonostante io sia sempre stata pagata a prezzo di mercato. Anzi, in certi casi le case editrici per cui ho lavorato hanno cercato di venire incontro alle mie richieste, ascoltando pazientemente qualche volta anche le mie rimostranze.

È frustrante rendersi conto che se fossi sola, con quello che fatturo, io non potrei vivere. Che il lavoro che faccio, economicamente parlando, non vale una cippa. L’unica soluzione, ed è quello che fanno tutti, è prendere molto lavoro. Il problema però, oltre ovviamente a trovare chi te lo dia, è che più lavoro prendi, peggio lavori. E se lavori male, l’anno dopo nessuno ti chiama.

Insomma, per la prima volta in 21 anni stasera mi sono chiesta se ne valga veramente la pena…

E non riesco a dormire…

Se non rischiassi di svegliare tutti, quasi quasi mi alzerei a stirare…

Sabato mattina

Ci sono giorni che proprio non girano. Ti sembra di non essere più capace di fare il tuo lavoro, di stare sulle palle a tutti, che le persone a cui vuoi bene parlino lingue a te sconosciute, hai l’impressione che nessun ti capisca, tu stesso sembri non capire più gli altri, il futuro diventa così nero e incerto da far paura. Cominci a pensare che tutti ti parlino alle spalle, che la verità nuda e cruda non ti venga detta, che dietro a sorrisi cortesi in realtà si nascondano ghigni di iene che aspettano solo di vedere il tuo crollo.

Quando la normale ansia diventa angoscia, ognuno reagisce a modo suo. C’è chi mangia tutto quello che trova nel frigo, iniziando dalle sane carote per finire con i biscotti pucciati nella maionese. Chi invece smette di mangiare, incapace di far superare al cibo il nodo all’imbocco dello stomaco. Chi si mette a correre, chi si ripete che va tutto bene come un mantra, chi ostenta sicurezza, chi si schianta davanti alla tv e chi davanti a Facebook. C’è chi pulisce armadi, fughe di piastrelle, chi cucina dolci, chi sposta mobili e chi insulta il vicino.

Io faccio l’unica cosa che mi dà veramente sollievo: dopo aver provato con la nutella, io di solito stiro.

Magliette, lenzuola, pantaloni… ma anche fazzoletti, asciugamani, felpe e maglioni. Le  camice no, non funzionano: le piegoline dei polsi che non vengono mai come vorrei, mi innervosiscono e così risolvo preparando un bel sacchettone per la lavanderia.

I panni che da stropicciati diventano belli lisci, piegati alla perfezione sono per me terapeutici. Il disordine diventa ordine e man mano che il fondo della cesta comincia a intravedersi, il mio respiro diventa più regolare. Contemplo la pila di magliette stirate e mi auto-gratifico pensando che sono ancora capace di fare qualcosa. Che il caos troverà ordine, che la provvidenza ci metterà lo zampino, e che se poi andrà tutto male una soluzione la troveremo lo stesso: con un po’ di vapore e di appretto, in fondo, tutto diventa liscio.

 

Come Pasolini e la Fallaci

Una cena tra amici. Che non sono in realtà propriamente miei amici ma mi piacciono. Un’occasione per me sempre più rara per poter parlare di politica, di fede, di lavoro in un modo non banale. Torno a casa con un sacco di pensieri per la testa.

Penso a quando da ragazzi sognavamo un mondo più giusto per tutti. A come poi è arrivata la vita vera, e ho scoperto che quello che molti sognavano era un mondo più giusto per se stessi. Solo per se stessi.

Ho amici che parlano di tasse come neanche un impiegato delle agenzie delle entrate. Che snocciolano teorie economiche complesse con una capacità di sintesi pazzesca. Al giorno d’oggi il corso di economia su Facebook va per la maggiore. Dopo quello di medicina e di scienze nutrizionali, ovviamente. Anche se riscuote un buon successo anche quello di pedagogia, psicologia e sociologia. La letteratura, la poesia e la filosofia ci sono ma sono state frammentata in aforismi: puoi leggere Nietzsche e Ada negri, ti puoi imbattere anche in Catullo, Sandro Penna, e Pasolini. E l’immancabile Oriana. L’importante è che il verso o la frase non sia più lungo di quattro righe, altrimenti non ci sta tutto nell’anteprima della home. Ma è quanto basta per poter dire “eh, Pasolini era un grande…”, “eh, la Fallaci sì che aveva capito tutto…” Pasolini e la Fallaci… con la stessa scioltezza con cui io passo dalla Nutella al pane e burro e marmellata.

Siamo nell’era della semplificazione. L’autodidatta va per la maggiore. Non c’è più bisogno di maestri: diffida, diffida sempre… della maestra, del professore, del medico, del giornalista, del commercialista… del politico… tutti incompetenti. Non sei ignorante! È il lato oscuro che vuole fartelo credere. Tu hai capito tutto, perché tu sei furbo, sei scaltro. È tutto semplice, sono loro che vogliono farti credere che è complicato. e se c’è qualcosa che non capisci, te lo spiego io, semplice semplice. Fidati di me. Faccio politica, ma tranquillo, non sono un politico. Non ti preoccupare, ti spiego tutto in quattro righe, non di più. Non farai fatica. Ci penso io. La sintesi è: gli altri ti vogliono fregare, ti stanno fregando. Tu affidati totalmente a me. Ti dico io cosa dire, quando dirlo, ti spiego io come gira il mondo, chi sono i cattivi e chi sono i buoni, e qualsiasi cosa succeda non ti preoccupare, hai ragione tu, perché tu ti fidi di me, ed io, si sa, ho sempre ragione. Il dissenso non è contemplato. O dentro o fuori. Il dissenso, le correnti, il dibattito sono da sfigati. Spargi il tuo verbo a casaccio su Facebook, insulta pure chi non la pensa come te, perché, ricorda, tu hai ragione!

Porca miseria… e a me che invece discutere è sempre piaciuto un sacco, dove vado adesso? a me che cambio idea abbastanza facilmente? A me amante del gossip, a me che quattro righe non bastano? A me che l’amicizia tra Pasolini e la Fallaci ha sempre affascinato perché non ho mai capito come potesse esistere ma il solo fatto che esistesse tra due personalità così complesse me li ha sempre fatti stimare un sacco entrambi? A me che di economia non capisco un cazzo, non ho mai capito un cazzo, ma mi piace la storia della gente, mi piacciono le persone, si, anche i rom, anche gli stranieri, come faccio? A me che piace ascoltare chi può insegnarmi qualcosa, che rimango affascinata da chi ha studiato bene bene un argomento specifico e me lo racconta, come faccio? Perché la scuola della strada rende affascinanti, certo, ma io a rimanere zitta e a farmi spiegare la vita da chi ha studiato solo lì proprio non ce la faccio…

Io voglio persone di spessore, persone che mi insegnino qualcosa innanzi tutto con la loro vita, certo, ma voglio fidarmi di chi ha studiato, di chi ha speso tempo ed energie ad approfondire, di chi ha viaggiato. Io non voglio studiare economia, io voglio che mi governi uno che l’abbia studiata. E che sia bravo in quello che fa, anzi bravissimo.

Io voglio che mi governino persone eccezionali, non delle “brave” persone. Voglio che mi governino persone che hanno a cuore le persone, tutte le persone e non solo certe categorie. Che siano capaci di commuoversi difronte alla sofferenza, che sentano la responsabilità di questa sofferenza, a chiunque appartenga. E che sappiano riconoscerla, la vera sofferenza. Che abbiano a cuore il bene comune e non il proprio ego o, peggio ancora, il proprio portafoglio. Che siano capaci di compromesso ma che abbiano idee e principi irrinunciabili. E voglio sapere quali sono, voglio che me li dicano.

E con la testa piena non riesco a dormire…

Va be’, andrò su Wikipedia a cercare notizie su Oriana e PPP, di loro so pochissimo.

Oppure vado un po’ su Facebook a vedere come state…

per dormire c’è tempo.