La giusta distanza

La ragazza è tornata.

Cinque mesi passati in un baleno eppure così lentamente. Sembra una vita fa quando a inizio luglio l’abbiamo portata a Malpensa.

Cinque mesi dall’altra parte del mondo, a 17 anni. Cinque mesi vissuti intensamente. Per fortuna sua, cinque mesi bellissimi.

Da luglio a oggi sono cambiate così tante cose, eppure è rimasto tutto come prima.

In questi mesi, io, da casa, dal mio computer, ho visto un mondo diverso. Fatto di sole, oceano, amici, surf, bbq, biscotti tim tam, una scuola dove le aule non sono rinchiuse in un palazzo grigio, ma dislocate in un campus pieno di verde, campi sportivi, piscine.

Ecco, una scuola.

Nei licei di Milano questa cosa di partire si sta diffondendo un sacco. Stati Uniti, Canada, Australia. Questi ragazzi conoscono la fatica di comprendere, oltre che un’altra lingua, altre culture, un altro modo di relazionarsi, la nostalgia per la mozzarella e per gli abbracci. Per alcuni è tutto bellissimo, tutto fila liscio, per altri il percorso è più faticoso, qualcuno è contento di tornare, qualcuno invece preferirebbe staccarsi un braccio piuttosto che risalire sul quel dannato aereo.

I ragazzi partono e trovano un mondo diverso, famiglie diverse e scuole diverse.

Ecco, la scuola.

Scoprono il valore della scuola italiana ma anche tutti i suoi limiti e le sue cattiverie. Scoprono un altro modo di rapportarsi ai professori, un concetto diverso di “compagni di scuola”, un metodo di studio diverso.

E quando tornano quello che prima sembrava “normale”, non lo è più.

Non è normale avere l’ansia ogni mattina quando si varca il portone della propria scuola. Non è normale avere scuole fatiscenti, computer obsoleti, palestre che sono scantinati. Ma soprattutto non è normale avere professori che sembrano odiare i ragazzi. Professori sadici, il cui scopo prioritario sembra quello di umiliare, scavare fino a trovare quello che i ragazzi non sanno piuttosto che valorizzare quello che sanno. Confondere la capacità di “memorizzare” con la capacità di “ragionare”.

In ogni classe di liceo ce ne sono sempre almeno uno o due così. Professori mediocri, incapaci di sorprendersi di ragionamenti nuovi, incapaci di riconoscere la genialità ma, al contrario, bollarla subito come inadeguatezza, arroganza e ignoranza.

Poi ce ne sono uno o due innamorati della materia che insegnano, ma del tutto frustrati dal non riuscire a insegnarla a ragazzi che non capiscono e che non sanno gestire. Professori che per i due o tre che in classe riescono a stargli dietro sono una ricchezza enorme, ma che non si curano degli altri venticinque che rimangono indietro. Venticinque incapaci. Svogliati. Ignoranti.

Però, se si è fortunati, te ne capita uno diverso. Uno così competente nella propria materia e nella propria capacità di insegnare, che riesce ad affascinare i ragazzi e a portarseli dietro come il pifferaio di Hamelin. Uno così competente che quando uno studente ti fa vedere le cose che insegni da una nuova prospettiva, ne riconosce il valore e lo valorizza.

Uno, se si è fortunati, innamorato dei propri studenti e del proprio lavoro.

Non che nel resto del mondo tutti i professori siano così, lungi da me pensarlo, ma se stai via per molto tempo e ti allontani da una giusta distanza, poi vedi tutto da una nuova prospettiva e scopri che spesso è il professore e il modo in cui insegna che fa di te un bravo studente o meno. E che quello che ti sembrava “normale” in realtà non lo è.

Una giusta distanza che allo stesso tempo ti fa apprezzare il livello della scuola italiana, ti fa capire come vivere immersi nella cultura sia un privilegio da sfruttare, una ricchezza enorme. Come un’asticella più alta ti fa essere più orgoglioso dei risultati ottenuti. Ti fa scoprire anche il valore di alcuni tuoi professori, la loro immensa cultura e il loro grande sapere.

Una giusta distanza che però ti fa anche capire come l’ansia sia un nostro problema. Un’ansia alimentata a fior di 2, 3 e 4. Ho visto anche dare 1. A 15 anni, dopo che hai preso qualche 2 o 3 la tentazione di pensare che non vali niente e che è inutile studiare credo sia fortissima. Come si può pretendere da un quindicenne una forza d’animo, una convinzione e un’autostima così forte da rialzarsi senza fornire gli strumenti per farlo? Come possono dirsi “ok, adesso mi ci metto e ce la faccio” se si sentono continuamente dire che sono delle capre? Qui non abbiamo una tavola da surf e un oceano dove gettare le proprie frustrazioni in cambio di un fisico da urlo.

Da noi i 2 e 3 sono la norma.

Perché? Se io insegno e in una verifica su una classe di 29 prendono la sufficienza in tre, è evidente che il problema è mio, di come insegno. Significa che non ho spiegato bene, che non li ho preparati, oppure che i ragazzi non mi seguono: in entrambi i casi il problema è mio perché significa che non sono un bravo insegnante. Ma nei licei italiani il sentire comune non è questo: il problema è degli studenti, delle famiglie, della società e del governo.

L’ansia. Mi rendo conto che se vivi in un paese ricco, dove quando esci da scuola vai diretto in spiaggia, dove c’è sempre il sole, dove è normale camminare per strada a piedi nudi, dove il mood della vita è totalmente “scialla”, non avere l’ansia sia più facile.

Però io spero che tutti questi ragazzi che viaggiano, che trascorrono sei mesi o un anno in un’altra scuola, al loro ritorno siano il seme di un cambiamento. Un cambiamento capace di rafforzare tutto quello che di buono c’è in Italia e indebolire tutto quello che non funziona. Spero che siano dei raggi di luce che possano scardinare, aprire porte e finestre sul mondo, che possano essere ricchezza anche per chi non è partito. Partire non è e non deve essere un’esigenza di tutti. Chi va non dovrebbe sentirsi migliore di chi è rimasto. Perché rimanere certe volte è più difficile che partire. Partire non dovrebbe essere un privilegio di pochi, ma un’opportunità per tutti quelli che desiderano farlo. Perché è solo confrontandosi con modi di vivere diversi che si può apprezzare quello che si ha, capire e comprendere le differenze, riconoscere i propri limiti e di conseguenza crescere e migliorarsi.

La ragazza è tornata e adesso comincia il bello.