Due ombrelloni Algida

Oggi la situa era questa: affollato ma dignitoso. Poi sono arrivati loro: due ombrelloni algida, una borsa frigo anni novanta, un accento campano, un materassino viola, una macchina fotografica e sette giovani esseri umani. Hanno sistemato più o meno ombrelloni e asciugamani, hanno discusso per i panini, hanno condiviso il materassino viola, si sono fatti le foto. Andavano e venivano dai bagni in mare. Sette ragazzi tutti diversi fisicamente: uno grosso, uno magrolino, uno chiaro chiaro, l’altro scuro scuro, uno bassino, uno con i capelli rossi, uno con la macchina fotografica al collo. Avessi compreso tutto quello che dicevano, sarebbe stato più divertente. E avrei saputo di più sulle loro vite. Non c’erano ragazze con loro: età stupida quella in cui l’apparenza, la sicurezza di se e il rientrare in certo canoni apre più facilmente i cuori del gentil sesso. Alla fine mi sono pentita di averli guardati malissimo al loro arrivo, quando mi sono resa conto che si stavano accampando proprio intorno alla nostra postazione e un po’ troppo vicino secondo il mio concetto di “spazio vitale”. Loro però non hanno fatto una piega: troppo presi dal godersi il mare, forse non si sono nemmeno accorti della mia presenza. Non hanno mai alzato la voce, non sono mai stati molesti. Avevano un non so che di malinconico, che cozzava con gli altri bagnanti, in gran parte coppiette sbaciucchiose abbronzate e tatuate. Quando siamo andati via loro erano ancora la. Quello chiaro chiaro stava all’ombra perché nel frattempo era diventato rosso rosso. Spero abbiano una vita felice.

La spiaggia di oggi.

Ma l’anno prossimo…

Mentre bevo il vino che ci hanno regalato, guardo le stelle. Se non ci fosse un bel albero di pere davanti a me, laggiù in fondo, tra le colline, potrei vedere il mare. Domani riprenderemo il nostro viaggio verso sud. Un viaggio strano, fatto di controlli della temperatura prima di entrare al museo, prima di entrare in pizzeria, di igienizzanti distribuiti un po’ ovunque, di mascherine indossate e tolte frequentemente, di continuo calcolo mentale delle distanze “sarò troppo vicina” “qui c’è troppa gente?” “Ci spostiamo più in là?” “I tavoli della pizzeria sono abbastanza distanti?”

Che estate strana. In questo paesino sperduto un bambino piange e fa i capricci, la madre urla più forte di lui. Io non riesco a dormire. Domani ripartiamo. I ragazzi viaggiano con noi ma continuano a ripeterci che questa è l’ultima volta. È un continuo “ma l’anno prossimo…” Intanto però siamo qui. Quando abbiamo capito che forse non era il caso di andare all’estero, ci siamo detti: andiamo a vedere posti in Italia che non abbiamo mai visto. O quest’anno o mai più. E siamo partiti puntando verso sud. Le spiagge sono affollate di gente che forse come noi ha rinunciato alla Grecia. O forse queste spiagge sono sempre così. I musei e i luoghi di interesse artistico invece sono più che vivibili e sono bellissimi, con poche code nonostante gli ingressi scaglionati.

O forse sono sempre così.

Domani riprendiamo il viaggio. Con un occhio a quello che sta succedendo, con la consapevolezza che se butta male si gira la macchina e si torna a casa, cerchiamo di goderci le nostre brevi vacanze. Perché sarà un inverno lungo.

Ma l’anno prossimo…