Pensieri dal tram

Ci sono giornate, a ben vedere la maggior parte, che iniziano e finiscono senza grandi scossoni. Ti alzi, fai colazione, ti lavi, ti vesti e via, nel solito tran tran.

Poi ci sono le giornate speciali. Sono quelle di cui ti ricorderai tutto. Sono quelle che sai che segneranno la tua vita in modo indelebile. Spesso iniziano allo stesso modo, come sempre, ma poi qualcosa o qualcuno le ribalta, le scompiglia, le rende lunghissime, interminabili, bellissime o dolorosissime. Sono spesso l’inizio o la fine di qualcosa. Sono quelle che ti spaventano da toglierti il fiato, che ti lacerano il cuore o che lo riempiono fino a scoppiare. Sono le giornate dei primi baci, quelle della firma di un contratto, quelle dei test di gravidanza positivi, quelle degli addii, quelle delle diagnosi nefaste e quelle delle diagnosi favorevoli.

Sono quelle in cui cammini per strada e ti sorprendi che la gente che incroci per strada possa camminare tranquillamente. Ti stupisci che possano ridere, parlare di cretinate, che possano fare le spesa, lamentarsi per una sciocchezza. Ti senti in una bolla e vorresti urlare, o sparire, o fermare tutti e tutto.

Cammini che ti sembra di volare oppure ti sorprendi di riuscire a mettere un piede davanti all’altro.

Cammini per strada e ti senti un’aliena, consapevole che la tua grande gioia o il tuo grande dolore sono solo e unicamente tuoi. Che nessuno potrà veramente capire quello che provi. Ed è per questo che è soprattutto in questi giorni che fai attenzione alle più piccole cose, e spesso a darti sollievo è il sorriso di uno sconosciuto, una gentilezza inaspettata da parte di qualcuno che non sa niente di te, che non sa che cavolo di giornata sia per te oggi, ma che ti sorride lo stesso, come se avesse capito che quello di cui hai bisogno è proprio quel banale, gentile, sorriso gratuito. Perché non ti compatisce, non ti vuole adulare, non vuole essere benevolo. Vuole essere solo un dannato sorriso senza ragione, così, solo per la tua faccia.

Ecco, io ogni tanto vorrei essere quella che per strada ti sorride senza motivo.

 

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Wikimamma

Siamo a tavola. Oggi la nonna non c’è e così ce la caviamo con un pranzo salutare a base di mozzarella, bresaola, tonno, insalata, pomodorini. E le uova sode, perché non si dica che io non cucino niente. Insomma siamo lì, e tra un “passami il sale” e “prendi l’olio” lui se ne esce con “mamma, ma come funziona la frizione?”

Lo guardo, trattengo l’impulso di rispondere “e io che cazzo ne so” perché sono la mamma, non dico parolacce, devo essere gentile, accudente e devo essere orgogliosa della loro curiosità.

Così cerco nei cassetti del cervello i ricordi di trent’anni fa, quelli della scuola guida e dei quiz, e me ne esco con “serve per staccare il motore mentre cambi la marcia”. Mi guarda perplesso e mi dice “che cavolo significa che stacchi il motore? E cosa succede quando cambi la marcia?”

Ora, gioia della mamma, ma secondo te io che cosa ne so? Alla pratica dell’esame di guida la prima volta mi hanno anche bocciato. Guido da trent’anni, non benissimo, lo ammetto, ma comunque guido senza sapere esattamente che cosa sia la frizione. So che, quando faccio le partenze in salita in montagna, se sento puzza di bruciato significa che la sto uccidendo sta benedetta frizione, ma io di più non so. Sto mangiando un’insalata in busta con una mozzarella industriale e del tonno in scatola greco avanzato da quest’estate. Capisci anche tu che la giornata è già faticosa così.

E lo dico. Il mio solito spazientito “senti, non lo so”.

E mi becco il suo solito “e ma non sai mai niente!”

Ecco, in 17 anni abbondanti della mia esperienza di madre mi sono state rivolte le domande più varie, dalla mitologia greca ai principi della termodinamica. Quanto è distante la Luna? Come funziona Edmodo? Quanti anni aveva John Lennon quando è morto? Quando è caduto il muro di Berlino? Chi ha ucciso Falcone? Che cosa c’è dopo la morte? Chi vince tra un coccodrillo e un orso? Che cosa succede se non mi lavo per un mese?

Tutto bellissimo se non fosse che io ho la pazienza di un milanese che aspetta l’ascensore. E così alla seconda domanda di fila di cui ignoro la risposta o che non capisco proprio, rinnego tutti i miei principi femministi come neanche San Pietro la notte del venerdì santo e cerco di uscirne con un bel “chiedi al papà stasera” di cui sarebbe fierissima Costanza Miriano.

Sì perché “il papà”, lui, è molto più bravo di me. Lui risponde a tutto, sempre, in modo dettagliato ed esaustivo. Perché lui li prende per sfinimento: che sappia o no la risposta, lui parte da Adamo ed Eva e va avanti finché non desistono, e questo avviene spesso prima che lui arrivi al punto. E già, perché la capacità di attenzione di un millennial è di 10 minuti, e così di solito se la cava in fretta. Ed ottiene anche l’effetto desiderato che prima di chiedere a lui ci pensano due volte. E quindi chiedono a me.

Ora, io dico, stellina, hai in tasca un affare che ti basta sfiorare per avere accesso alla treccani, a qualsiasi manuale di fisica, alle news del Vaticano, a tutti i manuali di guida, puoi leggere l’Odissea, la Bibbia, La divina commedia. Ci trovi anche le istruzioni per costruire una bomba, che forma ha la cacca dell’elefante e sapere in tempo reale che tempo fa a Livigno.

Ma perché chiedi a me?

E niente… mi hanno detto che è più bello chiedere alla mamma.

Sono sadici.

Wikimamma.

 

18 settembre 2019

Al settimo piano dell’istituto dei tumori, appena usciti dall’ascensore ci sono dei divanetti blu. Su quei divanetti passano molte storie, molte lacrime, molti sorrisi e molti abbracci. Lì, io ho conosciuto la dignità della sofferenza, la fatica della speranza e la bellezza della normalità delle piccole cose.

Cara Martina bella, te ne sei andata portando via con te la tua voce e la tua bellezza. Ma ci lasci tutto l’amore che sei riuscita a raccogliere intorno a te.

Un amore che va oltre i credo e le fedi personali, e che ora fa parte di noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscere te e la tua famiglia.

L’amore è una cosa semplice ma potente, come sei stata tu e come continuerai a essere per tutti noi.

“Viva l’umanità, viva l’amore”

Stamattina mi sono imbattuta in questo articolo:

https://www.open.online/2019/09/09/venezia-76-e-la-dedica-di-marinelli-ai-migranti-il-codacons-pagina-imbarazzante-del-cinema-italiano/

Quando qualcuno dice che non bisogna fare politica a scuola, a teatro, al cinema, in chiesa, mi viene sempre un po’ di mal di pancia.

Che cosa significa fare politica? Che differenza c’è tra fare politica, dire quello che si pensa, fare propaganda e fare proselitismi?

Sono quattro cose diverse, molto diverse, eppure al giorno d’oggi i confini tra questi quattro concetti sono così sfumati che non se ne coglie più la differenza. Si utilizzano a proprio uso e consumo a seconda che si voglia accusare o difendersi. “Stavo solo esprimendo una mia idea…”

È giusto fare politica, è sbagliato fare propaganda. È giusto dire quello che si pensa, è sbagliato fare proselitismi.

Qualsiasi nostro gesto è politico, persino non interessarsi di politica è un atto politico. Come mi rivolgo agli altri, come tratto camerieri, commesse, superiori, come lavoro, se partecipo o no alla vita scolastica dei miei figli, a quali corsi li iscrivo, quale sport faccio, che tipo di vacanze scelgo, dove butto la pattumiera, quali prodotti acquisto, dove faccio la spesa. Sono tutte scelte politiche. Tutte.

Eppure, pensa un po’, posso fare politica senza fare propaganda.

La costituzione sancisce il mio diritto a dire quello che penso. Ma se sono una persona di potere, ad esempio un insegnante, non devo usare questo potere per convincere chi sta sotto di me a seguirmi. Ma devo insegnare a discutere, a ragionare, devo proporre soluzioni diverse, purché rientrino nella nostra costituzione e rispettino la libertà e i diritti di tutti. Se sono un personaggio pubblico, posso dire quello che penso, ma non posso umiliare dal mio palcoscenico le idee e il pensiero di altri. Nemmeno facendo semplici allusioni.

Ma.

Sì, c’è un ma.

Esprimere la propria indignazione di fronte a un’ingiustizia, a un sopruso, a dei morti è giusto. Sempre. Non è propaganda, non è voler far proselitismi, è non è nemmeno politica. È qualcosa che viene prima: è semplicemente essere giusti e umani. Su come evitare queste morti, su quali soluzioni adottare, possono esserci posizioni differenti, idee diverse, idee “politiche” diverse. Ma l’idea che lasciar morire della gente possa essere un deterrente alle partenze di altri è così aberrante che sorprende che persone che amano il proprio cane, i gatti, il cuore immacolato di Maria (e lo dico senza ironia), i propri figli, il proprio compagno, possano condividere un’idea del genere.

Se provi amore, se lo conosci, non puoi rimanere insensibile difronte alla sofferenza delle persone, dei bambini in primis, ma anche di ragazzi e ragazze poco più che ventenni.

Abbiamo una lunga tradizione italiana di giustizia e malaffare. Abbiamo i veleni ma anche gli antidoti. Continuo a pensare che la gente per bene sia molta di più di quello che sembra e che la gente per bene in cuor suo sappia dove stia il limite alla decenza.

E quindi voglio ringraziare anche io chi sta in mare “per evitarci di fare una figura pessima con noi stessi e con il prossimo. Viva l’umanità e viva l’amore.”

 

La fine del viaggio

Una spiaggia sull’Adriatico.

Amici con cui chiacchierare e raccontarsi queste vacanze appena concluse.

Una macchina carica di vestiti sporchi, teli e costumi che hanno visto altre spiagge.

La voglia di tornare a casa ma non subito. C’è ancora tempo per l’ultima birra davanti al mare.

Doveva essere una sosta giusto per pranzare una volta scesi dalla nave ma si è trasformata ben presto in un altro bagno. Un ultimo pisolino sotto l’ombrellone. Ma sì, dai, ci fermiamo per merenda. Facciamo aperitivo? Però forse ci sta anche un panino per cena.

E quella domanda: perché non scrivi più?

Già, perché non scrivo più?

Poi un tramonto in autostrada, parcheggiare proprio davanti al portone, entrare in casa quando a Milano tutti dormono. La mia doccia, il mio letto.

E prima di crollare ripassare i posti visti.

Prima di partire non avevo idea di cosa fosse la penisola Calcidica. Si fa presto a dire Grecia, ma quando arrivi capisci che in realtà è Macedonia. Da qui è partito Alessandro, qui suo padre pose le basi del futuro regno di lui che fu il più grande, “che conquistò nazione dopo nazione ma quando fu di fronte al mare si sentì un coglione”.

Non ci sono le case bianche con le porte blu, ma boschi e pini a ridosso del mare. Un mare bello, trasparente, ma non certo esclusivo. Famiglie con materassini e altre amenità gonfiabili. Il costume scelto con cura per l’occasione e quello che ha visto già molte estati, comprato forse quando il corpo aveva altre forme.

Pochi italiani, o meglio, poche macchine italiane. Che poi scopri che sono guidate sì da italiani, solo che prima di venire a sdraiarsi in spiaggia sono passati a trovare i parenti in Romania, Bulgaria, Serbia. E ti guardano sorpresi: “perché siete venuti qui? Avete la Sardegna e la Puglia che sono bellissime”. Già, perché?

Altre macchine, grandi, lucide, comode, immagino costose. E le targhe sono sempre quelle: Romania, Bulgaria, Serbia, più qualcuna ungherese, poche macedoni e qualche sparuto turco.

Perché non scrivo più?

Non sempre i posti in cui vai sono come te li immaginavi. Capita che siano diversi, ti sorprendi a scoprire cose che non conoscevi, gente che non immaginavi. Eppure così simile a te, al posto dove vivi.

Giri per Salonicco, e ti sembra di essere a Milano.

La via centrale dei negozi come corso Buenos Aires, le vie con serrande chiuse e palazzi fatiscenti come certe viette nei dintorni di via Padova. Il quartiere universitario che tanto somiglia a Città studi. C’è pure un campo sportivo che ricorda lontanamente il Giuriati.

Fa solo più caldo e i ristorantini sono numerosi ed economici.  E c’è una collina che guarda il mare.

Il gruppo di anziani in albergo parla una lingua che non riconosco, ma, come qualsiasi gruppo italiano in gita, fa incetta di marmellate al buffet della colazione, parla ad alta voce e si prepara a uscire seguendo fedelmente la guida che li aspetta.

Poi lasci la città. Fai chilometri senza vedere case.

Lì, nell’interno, all’andata, una piccola deviazione ci ha portato nella regione dove sorgono le Meteore, monasteri ortodossi arroccati alla roccia, dove per entrare se sei donna devi avere la gonna e se sei uomo i pantaloni lunghi. Così diversi eppure così simili a certi monasteri del centro Italia. Quei luoghi dove per un attimo fantastichi di rimanere: “Ciao. Vi ho voluto bene, ma io rimango qui”. Guardi la vallata e ti senti così sicuro al di sopra del mondo, sopra le cattiverie, le sofferenze, le ingiustizie. Qui credere in Dio e nel suo sconfinato amore deve essere facilissimo.

Perché non scrivo più?

I nostri diciotto giorni sono passati così velocemente nella loro lentezza.

E siamo di nuovo qui, dove meno di tre settimane fa siamo saliti su una nave in ritardo di tre ore dopo una lunga attesa su un piazzale assolato.

Adesso quel piazzale lo abbiamo lasciato in cinque minuti, sollecitati da chi, sudando e imprecando, aveva il compito di far defluire una massa enorme di vacanzieri appena sbarcati.

Ed eccoci qui, su una spiaggia dell’Adriatico, dove amici che non vedevi da tanto, che non frequenti molto, sono il più bel “bentornati a casa”.

Ora sono a casa. Il lavoro mi guarda minaccioso, la lavatrice va a pieno regime, il cortile è pigro e silenzioso come capita solo in Agosto.

E mi è venuta voglia di scrivere.

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Finta bionda

Il parrucchiere mi ha detto “È giunto il momento di schiarire molto. È l’unico modo per non essere schiavi della tinta e convivere con i capelli bianchi”. E così sono uscita bionda.

Alla prima vetrina quasi mi ha preso un colpo vedendo la mia immagine riflessa: una quasi cinquantenne non proprio in forma con in testa una casco biondiccio.

Che sia questo invecchiare? Non riconoscersi negli specchi? Portare in giro con aria fiera un colore di capelli che non è il proprio? Cioè, io bionda?!?

Eppure chi ha la mia età sa che ci sono ben altri cambiamenti fisici dopo i 45, ma tranquilli, non li elencherò qui. Un po’ per pudore, un po’ per non rovinare la sorpresa a chi ancora non ha raggiunto nemmeno i 40.

Ma non sono quelli che mi preoccupano di più. Più passano gli anni e più assisto inerme a un cambiamento profondo del mio modo di essere. Un cambiamento che spesso non mi piace, ma che qualche volta invece mi da grandi soddisfazioni.

Non sono più capace di stare zitta. Sono cresciuta pensando di non essere particolarmente intelligente, non particolarmente bella e non particolarmente simpatica. Mi sono sempre concentrata sulle persone a cui non piacevo, struggendomi alla ricerca del modo per conquistarle. Mi sono rovinata la vita sulle critiche che mi venivano mosse, un po’ perché permalosa e un po’ perché totalmente insicura nelle mie capacità. Non per niente in molti mi hanno sempre chiamato “Annina”… “Annina”… io che da quando ho 17 anni sono alta 1,76…

Poi un mattina ti svegli, ti lavi i denti, ti guardi il doppio mento, la pelle della faccia che comincia a scoprire la forza di gravità e ti dici “ok, va bene così”.

Ed è un attimo. Improvvisamente ti ritrovi a dire la tua sulla qualunque. Ad avere una capacità di sopportazione pari a zero. Ti incazzi per niente, ti infervori in ogni discussione. Se già normalmente mal sopportavo chi voleva spiegarmi la vita, adesso proprio non lo lascio nemmeno iniziare a parlare. Ho quasi 50 anni, cazzarola, so bene come funziona la vita!

L’insofferenza verso l’ingiustizia diventa un sintomo fisico. L’esigenza di piacere a tutti scompare, non hai più paura dire quello che pensi, e non sei più capace di fingere. Ascolti tutti, e improvvisamente ti accorgi che è ti è molto semplice capire chi ti piace e chi no. Hai ben chiaro quello che per te è giusto e quello che non lo è.

Poi però un giorno, mentre leggo costernata alcuni commenti di alcuni utenti sotto una notizia e le relative risposte di altri utenti, ne appare uno che recita così “ecco l’ennesima 50enne analfabeta di ritorno che commenta con la bava alla bocca esprimendo nient’altro che la sua frustrazione per la giovinezza scomparsa”. Al momento sorrido, perché il commento era rivolto a una signora che si lasciava andare in un commento contro le ong che portano in Italia orde di stranieri che ci rubano soldi e lavoro, una dei tanti di “cattivisti” che popolano ultimamente il web. Incuriosita però, vado a vedere il profilo della signora. Direi che di anni ne ha più 60 che 50, nelle foto è ben vestita, in una mostra con orgoglio i nipotini, in un’altra una spiaggia con tanti ombrelloni, in un’altra foto è in posa con il marito, anche lui ben vestito, in un ristorante elegante. È siciliana. E io ai siciliani perdono tutto, perché sono stati fregati da tutti, rossi, azzurri, gialli, perché se io fossi siciliana forse sarei anche io disperata e probabilmente per disperazione cercherei di fidarmi anche dei verdi e di quello che dicono. Quindi schiaccio indietro e rileggo il commento dell’altro utente, di cui capisco poco e proprio per questo immagino essere più sui venti che sui trenta.

E improvvisamente mi chiedo se il problema non sia tutto lì. Se la maggiore consapevolezza di se, delle proprie capacità, della propria esperienza non renda anche più cattivi. Più sicuri di sé, più concentrati sui propri bisogni, più egoisti e più ottusi.

Mi riguardo allo specchio e rivoglio i miei capelli castani, i miei vent’anni, le mie insicurezze, e quella leggerezza appassionata che da giovane ti fa infervorare per qualsiasi cosa, ti fa litigare ferocemente con qualcuno ma dopo dieci minuti hai già qualcos’altro di bello a cui pensare e magari con quel qualcuno ti vai pure a bere una birra.

Tra qualche giorno compio 49 anni. Ho ancora un anno per lavorarci su: voglio diventare una cinquantenne appassionata ma leggera, voglio voler bene a tutti e voglio bere una birra in spiaggia pensando che il mio futuro sarà grandioso.

Tra fango e birra

Io adesso sono a Treviso, in un luogo fangoso pieno di bambini che si inseguono e si accartocciano tutti insieme, guardati da adulti che bevono birra e mangiano panini. Ogni tanto gente vestita d’arancione raccoglie qualche bambino dal prato con la barella, altri lasciano i campi zoppicando con buste del ghiaccio su nasi, ginocchia, labbra che sanguinano. E anche se, sorprendentemente, nessuno di loro pianga ma, al contrario, mostri con aria fiera le sue ferite, capisco perché all’ingresso sia stato allestito praticamente un ospedale da campo… Per fortuna la squadra del mio bambino, per la stragrande maggioranza composta da neofiti, mantiene il giusto distacco: al momento, in tre partite, ovviamente tutte perse, hanno fatto una sola meta che è stata però applaudita fragorosamente da noi genitori come neanche la finale dei mondiali dell’82.

E adesso, mentre mangio una panino alla porchetta, bevo una birra e spero in cuor mio che il mio bambino si tenga lontano da mischie e placcaggi, prendo lentamente coscienza che il rugby non fa per me…

Su per i monti

Ok. Sono figlia di un alpino, fin da piccola mi hanno portato a camminare in montagna, sono stata per 25 anni scout. Conosco il bello delle montagne, l’emozione di vedere un panorama dall’alto, la soddisfazione che regala la stanchezza dopo una camminata. Eppure non sento l’esigenza fisica di uscire da Milano ogni week end, la bellezza della montagna non mi esime dall’imprecare quando i sentieri vanno in salita o quando le discese mi uccidono ginocchia e dita dei piedi. Il fiato che mi manca, il male a muscoli di cui ignoravo l’esistenza, il cuore che batte come un pazzo e le orecchie chi si tappano e pulsano man mano che si sale, spesso sovrastano la meraviglia dei paesaggi e il profumo dei boschi… E poi odio dover cercare un cespuglio dietro cui nascondermi per fare la pipì, razionare l’acqua della borraccia, mangiare un panino su un prato umido o su un sasso scomodo. Sì, insomma, quando stamattina il consorte mi ha proposto, visto il bel tempo, una passeggiata in montagna, (“niente di impegnativo… 500 metri di dislivello, praticamente è tutta in piano”), avrei dovuto dire “che bello, che figata”. Invece ho mugugnato un “ok” e siamo andati: una mulattiera semplice semplice, forse un po’ affollata, ma ripagata da un vista bellissima sul lago di Como.

Ecco… io, figlia di alpino, semel scout semper scout, arrivata in cima, seduta sul prato umidiccio, con il mio panino in mano, mi guardo le scarpe infangate e la meraviglia del lago di Como e mi scopro a pensare “ma quanto cazzo deve essere bello pranzare in un ristorante vista lago a Bellagio…”

17 marzo 1939

Oggi avresti compiuto 80 anni. Chissà come saresti stato. Forse saresti a Bangkok con la mamma… chissà… mi avresti sorpresa e anche tu saresti partito per andare a trovare quel nipote che invece non hai mai conosciuto. Io credo invece che molto probabilmente saresti rimasto nel tuo soggiorno a commentare le notizie che davano in tv, quella tv che ascoltavi sempre a un volume assurdo. Forse non ti saresti ritrovato nel mondo di oggi, forse non avresti saputo da che parte stare. Ti avrebbero disorientato i commenti di Rita Pavone, ma non avresti capito del tutto il movimento studentesco sulle orme di Greta.

Avresti ascoltato la musica di oggi con la faccia perplessa, la stessa che ricordo avevi quando sentisti per la prima volta Vasco Rossi… e sì che allora di anni ne avevi quarantaquattro, meno di quelli che ho io adesso.

Chissà, magari avresti imparato a usare le mail, a leggere il giornale sull’ipad, come fa la mamma. Oppure avresti continuato a leggere il giornale solo di carta, a guardare i telegiornali, a evitare il telefono.

Probabilmente saremmo usciti a pranzo, saremmo andati a San Bovio, ma non ci sarebbero stati molti abbracci e baci. Sarebbe stata una festa composta e discreta.  Avresti raccontato qualche aneddoto, saresti stato ad ascoltare e dopo un po’ ti saresti stufato, desideroso di tornare a casa tua. Oppure saresti andato ancora a suonare da qualche parte, a cantare le tua amate canzoni degli anni Sessanta.

Chissà.

Ovunque tu sia, spero tu sia felice, che tu possa vedere i tuoi nipoti che diventano grandi e tutti noi che ci arrabattiamo nelle nostre vite.

Buon compleanno, papà.

Maledetto Facebook

 

Ho riletto per caso questo articolo:

https://trib.al/rdfvVl0

È vecchio, ma ogni tanto lo ripostano e io lo rileggo. Mi affascina. Mi destabilizza. Mi innervosisce. Lo leggo su Facebook, e questo già la dice lunga.

Per mia fortuna e per spirito di sopravvivenza non sono su Twitter e frequento Instagram solo per seguire i cantanti che mi piacciono, più Fedez e la Ferragni perché ho un’anima perversa.

Mi piacerebbe un sacco riuscire a chiudere con Facebook ma alla fine non ci riesco mai. Lo vorrei fare perché mi avvelena la vita. Ci sono persone che mi stavano simpatiche, legate al mio passato e a ricordi piacevoli, che postano e condividono cose per me assurde, con il risultato che mi ritrovo a detestarle. Non le vedo da vent’anni, non abbiamo più niente in comune, se le incontrassi per strada forse nemmeno ci riconosceremmo. Ma perché allora devono farmi così incazzare? Non sarebbe meglio conservare i bei ricordi e magari godersi un eventuale incontro casuale, sebbene del tutto improbabile, dove il piacere di vedersi e rincontrarsi è sincero?  Ce ne sono altre che ho sempre reputato imbecilli, che su Facebook confermano la loro imbecillità e mi chiedo, perché frequentarle virtualmente quando dal vivo ci evitiamo con soddisfazione reciproca? Per principio non tolgo mai l’amicizia a nessuno, ma diciamo che ho imparato a usare gli strumenti della privacy: non leggo più le pagine delle persone che non mi interessano, così mi evito la tentazione di rispondere o commentare sulle loro pagine, e faccio in modo che i molestatori seriali non leggano sempre quello che posto. È un lavoro che ogni tanto dimentico di fare e regolarmente ne pago le conseguenze.

In molti mi hanno tolto l’”amicizia” virtuale, ma devo confessare che per me è stato un sollievo: hanno fatto quello che io non ho avuto il coraggio di fare, liberandomi.

Mi faccio queste domande ma poi la risposta la so. Non riesco a liberarmi dì Facebook per tre motivi.

1. Lavoro da casa, passo gran parte della mia giornata da sola davanti a un computer. Non ho pausa caffè per due chiacchiere, non origlio le conversazioni altrui sulla metropolitana, non ho nessuno con cui discutere di Salvini, Di maio, del cambio climatico, dei vaccini, di Pillon, dell’olio di palma. Qualcuno con cui scambiarmi ricette o con cui discutere su come smacchiare una tovaglia.

2. Alcuni miei amici di FB condividono articoli ben scritti e ben pensati presi da blog e siti a me sconosciuti ma che poi scopro essere ricchi di informazioni e riflessioni illuminanti. Altri mi fanno scoprire canzoni che non conosco, scrivono cose divertenti o interessanti, altri ancora mi hanno fatto riscoprire la bellezza della poesia, quella goduta per puro piacere e non per motivi di studio o di lavoro. Su facebook ho scoperto movimenti, manifestazioni, eventi che mi hanno scaldato il cuore e ridato speranza.

3. Ho conosciuto o riscoperto persone molto belle. Gente che magari ho incrociato solo di sfuggita nella vita reale e che forse non avrei più visto. Alcune persone postano cose che svelano una parte di loro bellissima, che altrimenti non avrei mai conosciuto.

Ecco, se metto sulla bilancia i pro e i contro mi ritrovo in parità. Sono arrivata alla conclusione che sia come una sostanza stupefacente: ti fa male ma ti fa stare benissimo.

Qualcuno conosce un modo per uscirne?