Tra fango e birra

Io adesso sono a Treviso, in un luogo fangoso pieno di bambini che si inseguono e si accartocciano tutti insieme, guardati da adulti che bevono birra e mangiano panini. Ogni tanto gente vestita d’arancione raccoglie qualche bambino dal prato con la barella, altri lasciano i campi zoppicando con buste del ghiaccio su nasi, ginocchia, labbra che sanguinano. E anche se, sorprendentemente, nessuno di loro pianga ma, al contrario, mostri con aria fiera le sue ferite, capisco perché all’ingresso sia stato allestito praticamente un ospedale da campo… Per fortuna la squadra del mio bambino, per la stragrande maggioranza composta da neofiti, mantiene il giusto distacco: al momento, in tre partite, ovviamente tutte perse, hanno fatto una sola meta che è stata però applaudita fragorosamente da noi genitori come neanche la finale dei mondiali dell’82.

E adesso, mentre mangio una panino alla porchetta, bevo una birra e spero in cuor mio che il mio bambino si tenga lontano da mischie e placcaggi, prendo lentamente coscienza che il rugby non fa per me…

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Su per i monti

Ok. Sono figlia di un alpino, fin da piccola mi hanno portato a camminare in montagna, sono stata per 25 anni scout. Conosco il bello delle montagne, l’emozione di vedere un panorama dall’alto, la soddisfazione che regala la stanchezza dopo una camminata. Eppure non sento l’esigenza fisica di uscire da Milano ogni week end, la bellezza della montagna non mi esime dall’imprecare quando i sentieri vanno in salita o quando le discese mi uccidono ginocchia e dita dei piedi. Il fiato che mi manca, il male a muscoli di cui ignoravo l’esistenza, il cuore che batte come un pazzo e le orecchie chi si tappano e pulsano man mano che si sale, spesso sovrastano la meraviglia dei paesaggi e il profumo dei boschi… E poi odio dover cercare un cespuglio dietro cui nascondermi per fare la pipì, razionare l’acqua della borraccia, mangiare un panino su un prato umido o su un sasso scomodo. Sì, insomma, quando stamattina il consorte mi ha proposto, visto il bel tempo, una passeggiata in montagna, (“niente di impegnativo… 500 metri di dislivello, praticamente è tutta in piano”), avrei dovuto dire “che bello, che figata”. Invece ho mugugnato un “ok” e siamo andati: una mulattiera semplice semplice, forse un po’ affollata, ma ripagata da un vista bellissima sul lago di Como.

Ecco… io, figlia di alpino, semel scout semper scout, arrivata in cima, seduta sul prato umidiccio, con il mio panino in mano, mi guardo le scarpe infangate e la meraviglia del lago di Como e mi scopro a pensare “ma quanto cazzo deve essere bello pranzare in un ristorante vista lago a Bellagio…”

17 marzo 1939

Oggi avresti compiuto 80 anni. Chissà come saresti stato. Forse saresti a Bangkok con la mamma… chissà… mi avresti sorpresa e anche tu saresti partito per andare a trovare quel nipote che invece non hai mai conosciuto. Io credo invece che molto probabilmente saresti rimasto nel tuo soggiorno a commentare le notizie che davano in tv, quella tv che ascoltavi sempre a un volume assurdo. Forse non ti saresti ritrovato nel mondo di oggi, forse non avresti saputo da che parte stare. Ti avrebbero disorientato i commenti di Rita Pavone, ma non avresti capito del tutto il movimento studentesco sulle orme di Greta.

Avresti ascoltato la musica di oggi con la faccia perplessa, la stessa che ricordo avevi quando sentisti per la prima volta Vasco Rossi… e sì che allora di anni ne avevi quarantaquattro, meno di quelli che ho io adesso.

Chissà, magari avresti imparato a usare le mail, a leggere il giornale sull’ipad, come fa la mamma. Oppure avresti continuato a leggere il giornale solo di carta, a guardare i telegiornali, a evitare il telefono.

Probabilmente saremmo usciti a pranzo, saremmo andati a San Bovio, ma non ci sarebbero stati molti abbracci e baci. Sarebbe stata una festa composta e discreta.  Avresti raccontato qualche aneddoto, saresti stato ad ascoltare e dopo un po’ ti saresti stufato, desideroso di tornare a casa tua. Oppure saresti andato ancora a suonare da qualche parte, a cantare le tua amate canzoni degli anni Sessanta.

Chissà.

Ovunque tu sia, spero tu sia felice, che tu possa vedere i tuoi nipoti che diventano grandi e tutti noi che ci arrabattiamo nelle nostre vite.

Buon compleanno, papà.

Maledetto Facebook

 

Ho riletto per caso questo articolo:

https://trib.al/rdfvVl0

È vecchio, ma ogni tanto lo ripostano e io lo rileggo. Mi affascina. Mi destabilizza. Mi innervosisce. Lo leggo su Facebook, e questo già la dice lunga.

Per mia fortuna e per spirito di sopravvivenza non sono su Twitter e frequento Instagram solo per seguire i cantanti che mi piacciono, più Fedez e la Ferragni perché ho un’anima perversa.

Mi piacerebbe un sacco riuscire a chiudere con Facebook ma alla fine non ci riesco mai. Lo vorrei fare perché mi avvelena la vita. Ci sono persone che mi stavano simpatiche, legate al mio passato e a ricordi piacevoli, che postano e condividono cose per me assurde, con il risultato che mi ritrovo a detestarle. Non le vedo da vent’anni, non abbiamo più niente in comune, se le incontrassi per strada forse nemmeno ci riconosceremmo. Ma perché allora devono farmi così incazzare? Non sarebbe meglio conservare i bei ricordi e magari godersi un eventuale incontro casuale, sebbene del tutto improbabile, dove il piacere di vedersi e rincontrarsi è sincero?  Ce ne sono altre che ho sempre reputato imbecilli, che su Facebook confermano la loro imbecillità e mi chiedo, perché frequentarle virtualmente quando dal vivo ci evitiamo con soddisfazione reciproca? Per principio non tolgo mai l’amicizia a nessuno, ma diciamo che ho imparato a usare gli strumenti della privacy: non leggo più le pagine delle persone che non mi interessano, così mi evito la tentazione di rispondere o commentare sulle loro pagine, e faccio in modo che i molestatori seriali non leggano sempre quello che posto. È un lavoro che ogni tanto dimentico di fare e regolarmente ne pago le conseguenze.

In molti mi hanno tolto l’”amicizia” virtuale, ma devo confessare che per me è stato un sollievo: hanno fatto quello che io non ho avuto il coraggio di fare, liberandomi.

Mi faccio queste domande ma poi la risposta la so. Non riesco a liberarmi dì Facebook per tre motivi.

1. Lavoro da casa, passo gran parte della mia giornata da sola davanti a un computer. Non ho pausa caffè per due chiacchiere, non origlio le conversazioni altrui sulla metropolitana, non ho nessuno con cui discutere di Salvini, Di maio, del cambio climatico, dei vaccini, di Pillon, dell’olio di palma. Qualcuno con cui scambiarmi ricette o con cui discutere su come smacchiare una tovaglia.

2. Alcuni miei amici di FB condividono articoli ben scritti e ben pensati presi da blog e siti a me sconosciuti ma che poi scopro essere ricchi di informazioni e riflessioni illuminanti. Altri mi fanno scoprire canzoni che non conosco, scrivono cose divertenti o interessanti, altri ancora mi hanno fatto riscoprire la bellezza della poesia, quella goduta per puro piacere e non per motivi di studio o di lavoro. Su facebook ho scoperto movimenti, manifestazioni, eventi che mi hanno scaldato il cuore e ridato speranza.

3. Ho conosciuto o riscoperto persone molto belle. Gente che magari ho incrociato solo di sfuggita nella vita reale e che forse non avrei più visto. Alcune persone postano cose che svelano una parte di loro bellissima, che altrimenti non avrei mai conosciuto.

Ecco, se metto sulla bilancia i pro e i contro mi ritrovo in parità. Sono arrivata alla conclusione che sia come una sostanza stupefacente: ti fa male ma ti fa stare benissimo.

Qualcuno conosce un modo per uscirne?

 

 

Un nome corto e banale

Attenzione: post ad alto contenuto egocentrico. Per cui se siete insofferenti ai post autoreferenziali o alla mia persona, sappiate che vi capisco. Quindi passate oltre. Vi vorrò bene lo stesso.

Era il 1997. La prima cosa che ho fatto è stato riscontrare un indice dei nomi di un libro di storia. Penso che sia una delle cose più noiose che esista.

Io lo trovai fantastico

Poi mi chiesero di “mettere gli stili”. All’epoca si impaginava con xpress, ma credo che funzioni ancora così: la prima cosa che si fa quando si impagina un libro è importare i testi dai file di word che ti passa l’autore o il redattore e gli si dà “lo stile”, ovvero si assegna la font corretta a ogni parte scritta. I titoli, il testo, le operative, le didascalie, ognuno con la propria font, il corpo e il colore come da progetto grafico. Ecco, mettere gli stili è la parte più noiosa dell’impaginare.

Io lo trovai fantastico

Poi, mi fecero impaginare un libro di matematica. Non so come funzioni ora, ma nel 1997 i programmi per impaginare la matematica erano appannaggio di pochi grafici che spesso erano meri “compositori”. Quindi si impaginava su carta. Il che significava che si fotocopiavano pagine praticamente bianche con segnata solo la griglia della pagina, si prendevano i fogli su cui il compositore aveva appunto “composto” tutto il testo di seguito, in gergo “una strisciata”, si ritagliavano tutti i pezzetti di testo e le figure e si riattaccavano sul foglio della griglia con lo scotch in modo che tutto risultasse armonico e “impaginato”. Poi si rimandava al compositore che eseguiva esattamente il risultato del tuo collage. Insomma, un lavoro certosino, ma che stranamente mi piacque tantissimo.

Il passo successivo fu fare una ricerca iconografica, ovvero cercare le immagini da inserire nei testi. All’epoca gli archivi fotografici on line erano fantascienza, per cui si cercavano le immagini su libri e riviste e poi si mandavano a scansionare da un fotolitista. Sfogliavo libri tutto il giorno alla ricerca di foto impossibili da trovare, combattendo con la costante tentazione di fermarmi a leggere ‘sti benedetti libri.

Infine mi fu concesso di impaginare alcune parti di alcuni testi in Xpress e contemporaneamente redazionarli. Ecco, quello fu proprio esaltante. Imparai che un bravo redattore non si sostituisce all’autore, che ne deve avere rispetto. Che un redattore è a servizio dell’autore e della casa editrice, ponendosi spesso come ponte e mediatore tra le richieste dell’uno e dell’altro. Che deve essere preciso nei riscontri e nella ricerca dei refusi e che è proprio questa, per me, la parte più difficile del lavoro. Imparai che non tutti gli autori hanno rispetto dei redattori, che molti autori non sanno proprio scrivere, ma che sono geniali e hanno belle idee e che questo basta perché siano autori a tutti gli effetti. Imparai a pormi delle domande, a verificare tutto quello che viene scritto, o almeno a provarci. Ho allenato il mio gusto estetico, ho imparato qualche trucchetto, e, soprattutto grazie ai miei innumerevoli errori, ho imparato quello che non va fatto. Ho imparato che un refuso brutto in prima stampa scappa sempre, che dopo 5 giri di bozze potrebbe esserci anche scritto “culo” e tu non lo vedi più. Che un bravo correttore di bozze è preziosissimo.

Dopo tre anni di tutto questo, dopo l’assunzione in una casa editrice, smisi di impaginare, continuai a redazionare, ma il mio lavoro diventò soprattutto quello di “coordinare”, cioè far in modo che autori, grafici, redattori, illustratori lavorassero insieme rispettando dei tempi, seguendo un progetto, rientrando nei costi e verificando che tutto fosse corretto. Un lavoro di mediazione, dove devi conciliare idee e opinioni diverse, dove devi rispondere sì o no a domande che riguardano cose che spesso non sono oggettivamente giuste o sbagliate, per cui ti devi prendere la responsabilità di un filetto rosso, una frase un po’ azzardata, un disegno non proprio corretto ma “non c’è più tempo per correggerlo”. Un lavoro dove ti stressano affinché tu poi a tua volta possa stressare altre persone. Ma scoprii anche che rivedere il lavoro degli altri è molto più facile che farlo, che sembrare “bravi” facendo le pulci alla redazione di altri, ti da una falsa immagine di stessa, ti fa credere di essere “bravissima”. Dopo sei anni così, mi dovetti rassegnare e riconoscere che, benché quel tipo di lavoro mi riuscisse forse anche abbastanza bene, semplicemente non faceva per me. Ero diventata una persona cattiva, frustrata, perennemente incazzata e dalla costante lamentela. Per me erano tutti degli incapaci, io ero vittima di ingiustizie e avevo la sensazione che le mie giornate fossero scandite solo dall’ora della mensa. Quindi, via, dimissioni, partita iva e ritorno alla libertà. Nel frattempo però l’avvento di Indesign e quindi di libri sempre più sofisticati, mi aveva fatto perdere il treno dell’impaginazione, ormai riservata, giustamente, a grafici che avevano studiato per esserlo. E così mi dedicai alla pura redazione e alla ricerca iconografica, con alcune parentesi di coordinamento e una breve fuga delirante nel mondo del digitale.

Poi, esattamente un anno fa, davanti a una macchinetta del caffè, in quel raro momento di pace e serenità che segue per qualche giorno la chiusura dei libri, mentre sondo se c’è lavoro per me per il prossimo anno, alla notizia che un corso non aveva ancora tutti gli autori definiti e un paio di volumi ancora da assegnare, me ne esco con una battuta di quelle che spesso i redattori fanno: “ma te li scrivo io!”. Solo che questa volta il pazzo con cui stavo bevendo il caffè mi ha detto, “ok, fallo”.

Ho passato quattro mesi in biblioteca, ho saccheggiato la fiera del libro per ragazzi di Bologna e le librerie di tutti gli amici con figli dai sette ai nove anni, ho ripreso quaderni dei miei figli, navigato nei siti Internet di maestre di tutta Italia, ho osservato i bambini della scuola dei miei figli e ho fatto domande un po’ a chiunque. Poi mi sono messa al computer e ci ho messo dentro tutto quello che ho imparato in vent’anni di libri, più quello che avevo imparato facendo la supplente, fino a quello che ho studiato all’università e prima ancora alle magistrali. È stato bellissimo. Poi ho dato tutto in pasto alla casa editrice, a un redattore che non ero io e la cosa mi ha dato una strana sensazione. Loro lo hanno lavorato, corretto, impaginato, disegnato. Qualche giorno fa mi hanno fatto vedere la copertina: il mio nome solo soletto, là in alto, sembrava uno pseudonimo, un nome finto di quelli che usano i grafici per fare le prove delle copertine. Corto, banale e poco incisivo. Ci vorranno ancora alcune settimane perché questi due volumi, insieme agli altri del corso scritti da altre persone, potranno prendere il largo ed essere sottoposti al severo giudizio delle insegnanti. Ma quel nome corto e banale su quella bozza di copertina è il mio, e vederlo lì mi ha fatto tenerezza.

Portatori sani di bellezza

In questi giorni non si fa che parlare della musica che ascoltano i ragazzini, della trap, di quello che dicono, degli strani personaggi che la cantano.

La domanda che mi faccio io è perché ai ragazzini piaccia quel tipo di musica, perché ci si ritrovino, perché certi testi abbiano tutto questo successo.

Credo che la musica sia solo uno specchio dei tempi, che sia il frutto e non il seme di un certo modo di pensare. Credo che la musica racconti il mondo che c’è e, sebbene ogni tanto si possa pensare che la musica sia “educativa”, io credo che sia soprattutto “narrativa”.

I testi delle canzoni trap parlano di soldi, danno un’immagine della donna sottomessa all’uomo ma esaltano le mamme, nascono dalle periferie povere e disagiate ma dilagano tra i ragazzini di famiglie benestanti. Parlano di alcol, canne e droga come un modo per stare bene, dei vestiti di marca come rivalsa sociale e sono farcite di parolacce e bruttezza. Essere tamarri, trash, ignoranti, arrabbiati e alterati è diventato un must.

Perché dei tredicenni amano questi temi, perché sono affascinati dalla bruttezza, dalla rabbia e dalla volgarità?

Mi sorge il dubbio che si sentano schiacciati, oppressi da un mondo che parla solo di soldi, di un mondo dove la vita del prossimo non ha valore, dove tutti sono arrabbiati perché si sentono costantemente defraudati di qualcosa cui ritengono di avere diritto e chissenefrega degli altri. E quindi comincino a pensare che anche la loro, di vita, in fondo non abbia valore, cha anche loro non hanno niente, che non valgono niente. Quindi tanto vale cercare di stare bene adesso, in questo momento, cercando di anestetizzare le proprie sofferenze con un po’ di fumo o di vodka, circondati da amici, dalla propria gang che diventa famiglia. Godere di una felpa, di un paio di scarpe, dell’apprezzamento per il proprio aspetto fisico.

Chi la dice più grossa ottiene attenzione. Chi fa casino ottiene attenzione. Chi più si mostra ottiene attenzione.

Quale spazio c’è per i ragazzini oggi? Sono in minoranza rispetto ai vecchi, non votano, la politica li ignora e loro ignorano la politica. Non hanno posti dove stare, hanno una scuola fatiscente con insegnanti spesso frustrati e scontenti, preoccupati più per il loro stipendio e le proprie condizioni di lavoro, piuttosto che del loro ruolo di educatori. Hanno genitori indaffarati ed eternamente preoccupati, che da adolescenti sono cresciuti tra paninari e tette del Drive in, frustrati anche loro, alla continua ricerca di apprezzamento e soddisfazioni sul lavoro e nella vita affettiva, costantemente arrabbiati, che utilizzano i social in modo maldestro e inopportuno, che riversano su questi adolescenti tutte le loro aspettative, e inculcano loro l’idea che per sopravvivere devi essere sempre vincente. Devi andare bene nello sport, devi andare bene a scuola, devi avere un sacco di amici, devi essere bello, devi piacere. E quando a tredici anni capisci che tutto non si può, che la scuola può essere faticosa perché ci sarà sempre qualcuno più bravo di te, che anche se sei intelligente, forse non è così facile come pensavi, che se vuoi una gang devi sottometterti alle sue regole, che anche lo sport, che fino a 12 anni è per tutti, dai 13 diventa solo per pochi, per quelli più portati o solo più “cattivi”. E quando il mondo dell’infanzia ti si sgretola sotto i piedi, quando arrivano le prime facciate, i primi veri insuccessi, le prime vere delusioni che bruciano e che sai ti bruceranno per tutto il resto della vita, ecco che arriva qualcuno che ti dice che dei tuoi genitori te ne puoi anche fottere, che della scuola puoi fottertene, che per piacere basta una felpa da 200 euro, che se ti metti su instagram nella giusta posizione mostrando le mutande e facce ammiccanti anche tu puoi essere bello o bella e puoi piacere. Nel senso che ti mettono tanti “like”.

E quindi la trap diventa una ventata di sollievo. Perché se uno sfigato, brutto e volgare è riuscito a fare un sacco di soldi apparentemente senza fatica, posso farcela anche io. E se non ce la faccio, posso sempre far finta di farcela.

Temo che finché in giro non tornerà ad esserci bellezza, gentilezza, compassione e solidarietà, la musica non potrà cambiare.

Ma sono fiduciosa. Perché di adolescenti ormai ne conosco parecchi e so che sono tutti portatori sani di bellezza, anche i più devastati, anche quelli che sembrano persi. Si dovranno salvare da soli, perché è evidente che gli adulti non sono in grado di salvare nemmeno se stessi, e so che lo faranno, come hanno fatto tutti gli adolescenti che li hanno preceduti. Spero che il prezzo da pagare per loro non sia troppo alto.

Visioni

Ogni tanto faccio pensieri strani, mi immagino cose.

Ieri sera nel dormiveglia, mentre cercavo di prendere sonno, ho avuto una visione.

Ero a un comizio della Lega. No, non quella di adesso, quella di Salvini… Sembrava più quella delle origini, quella di Bossi, del Roma ladrona, della Sicilia tutta mafia e di Napoli puzzona. Però eravamo ai giorni nostri. Direi forse nel futuro rispetto ad oggi.

La gente era furibonda. Tutti bresciani, vicentini, friulani…

Io ero con loro, e nelle mie vene scorreva più che mai il mio sangue lombardo-veneto.

Si contestava Salvini con molto trasporto. Probabilmente il reddito di cittadinanza e il decreto sicurezza erano già a regime.

La protesta era accesa. Salvini sul palco sudava nella sua felpa con scritto a caratteri cubitali “Napoli”.

Ad un certo punto è salito sul palco un allevatore del mantovano. Con il decreto sicurezza tutti i suoi lavoratori asiatici non avevano visto rinnovato il loro permesso di soggiorno e così se ne erano andati a lavorare in Germania. Aveva perciò cercato altra gente nei centri dell’impiego, ma questi erano tutti meridionali, nessuno disposto a trasferirsi al nord per una paga di poco superiore al reddito di cittadinanza per fare un lavoro di merda. Così si era visto costretto a mandare al macello più capi del previsto, ma era stato divorato economicamente dalle tasse perché non aveva più diritto alle sovvenzioni della comunità europea, tagliate drasticamente dopo lo scontro acceso con il governo italiano. Non avendo ancora compiuto 63 anni, non era rientrato nel gruppo che per tre anni era potuto andare in pensione con quota 100, e raccontava che doveva pagare la scuola privata ai figli perché la scuola statale del suo paese era crollata, le insegnanti da quel giorno erano in sciopero e i ragazzi erano a casa.

E così urlava, urlava. Denunciando un’infiltrazione camorristica senza precedenti nelle sue terre, che gestiva il lavoro nero dei clandestini, dei centri dell’impiego e delle commesse edilizie.

Salvini ascoltava e sudava nella sua felpa, ma sorrideva. Lo lasciò parlare e poi con calma prese il microfono e disse con perfetto accento napoletano: “Chi pecora se fa, ‘o lupo s’ ‘o magna. E comunque la colpa sta tutta al piddì”.

Mi sono addormentata di buon umore.

Il sergente Foley

Siamo a novembre e io ho ricominciato il mio giro di colloqui con i professori dei miei figli. Io, la mia ansia, le mie mani sudate e la mia inadeguatezza, prendiamo l’autobus, il tram, il passante e ci sediamo composte in attesa che venga chiamato il mio cognome da sposata.

E mi ritrovo a parlare con professori empatici o anaffettivi, sorridenti o seri, saccenti o umili, confusi o sereni, agitati più di me o calmi come solo il dottor Lecter. Alcuni mi parlano dei miei figli informandomi anche dei loro voti, altri dei loro voti pensando che siano i miei figli.

Da alcuni colloqui esco rigenerata, mi viene voglia di tornare a casa e abbracciare i miei figli e dire loro che sono fortunati ad avere un professore o una professoressa così; da altri esco con la voglia di tornare a casa, abbracciare i miei figli e piangere con loro. Da alcuni professori io vorrei salvarli. E comincio salvando me stessa e mandando il consorte a parlarci. Perché io sono fondamentalmente vigliacca.

Eppure oggi, mentre ero lì che aspettavo tra un prof e l’altro, ho cominciato a pensare che forse i miei figli non hanno nessun bisogno di essere salvati. Che forse sono più forti di quanto io non creda.

Viviamo in tempi difficili, non è certo questo il mondo che io avevo in mente per loro e con molta probabilità dovranno lottare e avere coraggio per far valere le loro idee, per affermarsi, per difendere gli altri, per trovare il loro posto nel mondo.

E mi sono detta che forse il primo passo è questo. Che magari queste difficoltà serviranno a tirare fuori il meglio di loro, a far scoprire loro capacità che magari non pensavano di avere, che gli insuccessi serviranno a non pensare di essere invincibili, che gli serviranno a capire i loro limiti, le loro risorse e le difficoltà degli altri, a renderli più solidali, a scoprire che dopo una caduta ci si rialza, magari un po’ ammaccati, magari non nel modo in cui si voleva, ma ci si rialza.

Che si può sopravvivere al sergente Foley.

Ecco. Ero partita vestendo i panni della madre saggia e mi ritrovo a pensare che dopo una giornata di colloqui, l’unica cosa che vorrei è un divano, una copertina, un tè caldo e una tv con il bel Richard Gere dei tempi d’oro di “Ufficiale e gentiluomo”.

 

I correttori di bozze

Secondo me tutto è iniziato quando hanno smesso di pagare i correttori di bozze. Abbiamo cominciato a perdonare tutto. I cartelloni pubblicitari hanno cominciato a mettere gli accenti sbagliati alle “e” e nessuno se ne é… pardon… se ne è accorto. Poi hanno cominciato a esserci errori nei giornali e qualcuno se ne è accorto, ma poi si è detto “vabbè, è un refuso”, “vabbè, non è importante” e così pian piano ci si è abituati a leggere testi scorretti e ci si è detti “si capisce lo stesso”.

Io credo che sia iniziato tutto da lì. In modo omeopatico ci siamo abituati all’approssimazione, al pressapochismo, alla semplificazione, al “ma sì, va bene lo stesso”.

Poi hanno cominciato a pagare meno i giornalisti, a non assumerli, e loro poveretti hanno capito che se volevano campare dovevano scrivere minchiate, oppure gonfiare notizie, riportarle… magari non esattamente false, ma nemmeno banalmente vere, diciamo verosimili. Stravolgendo un po’ le cose, in modo da fare più scalpore, far venire qualche prurito in più, colpire la pancia e avere qualche visualizzazione in più. La cronaca è diventata storytellig e si è scoperto che alla gente le notizie così piacevano di più e anche se qualcuno faceva notare che non erano vere, la gente rispondeva “va bè, non importa, potrebbero esserlo”.

Da quando si è confuso il verosimile con il vero, abbiamo cominciato a credere a qualsiasi rappresentazione della realtà ci venga proposta. Perché crediamo solo a quello che vogliamo credere. E così sono fioriti siti e pagine Facebook dove si può leggere la qualunque che in confronto i giornaletti di gossip di Men in Black sono la Treccani.

Il terzo passo è stato farci credere che la cultura, lo studio, l’approfondimento erano “radical chic”. Anziché investire perché tutti potessero goderne, si è cominciato a dire che la cultura era snob, che non ce n’era bisogno. Che un idraulico ne sa più di un ingegnere, e non che l’ingegnere ha bisogno dell’idraulico almeno tanto quanto un idraulico ha bisogno di un ingegnere. La parola “professore” è diventata sinonimo di strafottenza e non di persona da cui attingere conoscenza, persona che per fortuna e capacità ha potuto studiare e da cui io potrei, anzi, pretenderei di imparare.

L’ignoranza è diventata una virtù e non una condizione da cui liberarsi perché estremamente invalidante, perché rende sudditi e manipolabili.

Con un pubblico sempre più ignorante, le case editrici hanno cominciato a stampare solo libri che potevano garantire guadagni e quindi hanno cominciato a fare cassa con autori che già potevano garantire migliaia di followers. Libri leggeri, poco impegnativi, veloci, basati molto sull’empatia e sulla vita vissuta, e molto poco sull’approfondimento, la ricerca, lo studio dei personaggi, della narrazione e della parola. E si è cominciato a pensare che questi libri di intrattenimento, di per sé non sbagliati, potessero bastarci, che fossero la nostra nuova cultura. E invece non sono altro che scambio tra pari: non fanno male ma non aggiungono niente, non ci arricchiscono, non ci elevano.

Insomma, per fare un paragone, hanno cominciato a dirci che il cashmere era da snob e che i golfini in acrilico avevano i colori più belli. Così la gente ha cominciato ad accontentarsi dell’acrilico e si è dimenticata di quanto sia bello il cashmere. Anziché chiedere il cashmere, pretenderlo, lottare per averlo perché è bello e caldo, ha cominciato a odiarlo e ora è disposta a tutto per un golfino in acrilico dai colori sgargianti, ma che puzza dopo dieci minuti e non tiene caldo.

Lo svilimento della cultura, degli intellettuali, degli scrittori.

Secondo me è iniziato da quando sono spariti i correttori di bozze. Quelli che ti fanno le pulci, quelli che leggono parola per parola, che ti segnano anche il doppio spazio, quelli di cui io ho sempre avuto un disperato bisogno.

Ma sì, dove è il problema? Refuso più refuso meno… Forse tutte le dittature sono iniziate così…

 

Come Chiara Ferragni

Ho iniziato quest’estate per noia. Ho un profilo di Instagram da qualche anno ma per un sacco di tempo non ho pubblicato nulla. Non mi è chiaro il funzionamento, non so chi siano i miei contatti, non ho ben chiaro chi io segua… la prima foto fu a capodanno e fu di un cesso. Da allora io su Instagram fotografo solo cessi. Lo spaccio per un progetto artistico alternativo, ma in realtà è perché non so fotografare, non vengo bene in foto e in generale preferisco trastullarmi con le parole piuttosto che con i selfie. Come tutti gli anziani, io mi sento più a mio agio su Facebook. Poi però, quest’estate, grazie a un corso accelerato di Instagram impartitomi dai miei figli mentre mi rompevo le palle davanti al mare della Croazia, scopro le stories. E mi si apre un mondo.

Quello di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni pubblica ogni giorno un numero considerevole di stories: la prima del mattino ci mostra il suo outfit della giornata (this is my look of the day… ), le altre ci mostrano il suo bambino bellissimo (non è ironico, è veramente bellissimo), le sue sorelle, sua madre, i suoi amici (che lei chiama indistintamente“bebe”), il suo guardaroba, la sua borsa, lei fuori a pranzo, poi fuori a cena e infine la giornata che si conclude con Fedez che dorme sul divano. Le sue stories sono quasi tutte in inglese, perché la maggior parte dei suoi followers sono americani, anche se chi commenta le sue foto sono soprattutto italiani. E un sacco di questi la insultano.

Ecco, la cosa fantastica che ho scoperto è che Chiara Ferragni degli insulti semplicemente se ne fotte.

Anzi, risponde e fa gli screen shot solo ai commenti carini, quelli dove le fanno complimenti, le raccontano storie commuoventi e le dicono di come lei sia di inspirazione per loro. E li posta su altre stories, ignorando nel modo più totale chi la insulta, dando l’impressione che gli haters semplicemente non esistano. Ovviamente seguo anche il di lei consorte, Fedez appunto, e la differenza è abissale: lui ci rimane male, si incazza, risponde, fa lunghi video messaggi con le sue ragioni. Con il risultato che gli haters si ringalluzziscono, pensano di avere una dignità, e ci danno dentro, perché sentono di avere colpito.

Chiara Ferragni invece sorride nello specchio dell’ascensore, mostra la sua ultima borsa vintage Gucci e si fa riprendere mentre mostra orgogliosa il trucco e la piega appena fatta. Chiara Ferragni conosce molto bene i social, ci ha costruito sopra un impero, è il suo lavoro. È Instagram che le permette di guadagnare, per cui lo sa usare molto bene e sa bene chi lo frequenta.

E lei li guarda dall’alto, e sorride in quel modo così disarmante che i suoi haters risultano ancora più piccoli e insignificanti di quanto già non possano essere tutti coloro che non hanno proprio niente di meglio da fare che insultarla su Instagram. Lei sorride e conta le visualizzazioni.

Ok, ve lo confesso. A me Chiara Ferragni piace un sacco.