La festa delle donne al contrario

Oggi su Facebook molti hanno condiviso questo video di Repubblica.

Bello, commovente…

Ma…

Ma a me piacerebbe vederne uno al contrario, vorrei vedere delle donne che parlano dei loro uomini.

Se veramente vogliamo cambiare qualcosa, se veramente vogliamo combattere certe forme di maschilismo e machismo che ci opprimono, secondo me bisognerebbe partire dalla visione che le donne hanno degli uomini. Far sapere loro quello che normalmente non diciamo. Per cambiare la visione che oggi in Italia molti hanno della figura maschile, una visione e un sentire, nostro malgrado, comune, che spesso legittima abusi, discriminazioni, ingiustizie. E non solo nei confronti delle donne, ma anche nei confronti degli uomini che fin da bambini si trovano costretti a ricalcare un modello che spesso non li rappresenta.

Vorrei una giornata “festa dell’uomo”, un’occasione per liberarli dalla loro atavica paura delle donne. Tra le cose che le donne di solito non dicono agli uomini è che sono estremamente sexy quando ammettono di aver fatto una cazzata e chiedono scusa. Che alle donne piace un sacco essere difese, ma non perché non siamo in grado di difenderci da sole, ma per sentirci amate. Che di solito torniamo da chi ci lascia andare, e se non torniamo è solo perché sappiamo di non essere la persona giusta, che probabilmente c’è una donna più adatta a loro che aspetta da qualche parte. E questo perché la maggioranza delle donne sa che quando un uomo se va, sicuramente c’è ne già uno migliore che ci aspetta, e che se non arriva, stare da sole non è sempre terribile, anzi, qualche volta può essere una figata. Che ci piacciono gli uomini che ci ascoltano, molto di più di quelli a cui piace ascoltare la propria voce. Che ci piace la competizione, quella leale, e che ci piace confrontarci con loro ad armi pari. Il fatto di guadagnare più di una donna per fare lo stesso lavoro e vantarsene, non vi rende migliori ai nostri occhi, ma solo più mediocri di quanto non siate. Che ci piace essere trattate come persone dotate d’intelletto, che non c’è bisogno di spiegarci tutto da Adamo ed Eva o di sostituirci a noi se non sappiamo fare qualcosa. È semplice: ci piace chi risponde alle nostre domande. Che ci piace un sacco ridere, e che un uomo ironico, autoironico è molto più arrapante di uno che fa battute sessiste… (Vi svelo un segreto: le battute sulle donne fanno ridere solo gli uomini, sempre. Quindi non usatele per rimorchiare…)

Se vogliamo poi andare più sull’intimo, sappiate che un uomo che si gratta i maroni è meno attraente di uno yogurt magro scaduto, mentre uno che tira l’acqua e si lava le mani dopo aver pisciato ai nostri occhi è come una Saint Honoré che non fa ingrassare.

Vorrei che gli uomini sapessero che per le donne un uomo forte è un uomo che ammette di aver paura ma che nonostante questo va avanti. Un uomo che fa paura non avrà nient’altro se non paura.

Mi piacerebbe che noi dicessimo loro che quando non siamo sottomesse, siamo più belle. Anche per loro.

 

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I diritti delle bambine

Non lo faccio mai ma oggi ho cambiato la mia immagine di Facebook con uno dei modelli proposti per celebrare la giornata delle bambine e delle ragazze contro gli abusi, le discriminazioni, le mutilazioni, i matrimoni forzati.

Mi è piaciuta l’idea e l’ho fatto.

Essere una bambina oggi è ancora difficile, se non drammatico, in molte parti del mondo e per alcuni aspetti lo è ancora anche in Italia.

Eppure dovrebbe essere bellissimo. Essere femmine, intendo.

Dovrebbe essere un privilegio.

Poter scegliere quale femmina essere dovrebbe invece essere un diritto.

Potrei partire con un lungo elenco di caratteristiche femminili eccezionali, ma mentirei. Le donne per me non sono tutte multitasking, non sono tutte empatiche, non sono tutte affettuose, non sono tutte generose, materne, organizzate, truccate. Figuriamoci che conosco anche qualche stronza, qualcuna che cucina proprio di merda e qualcuna con un senso materno così sviluppato che non la augurerei nemmeno a una piantina grassa…

Io sono convinta che i bambini e le bambine siano diversi: usano linguaggi differenti, crescono con tempi differenti. Eppure a ben vedere sono molto simili: litigano, fanno la pace, si fanno i dispetti, si cercano, si odiano, si amano.

Ecco, io proprio non mi capacito del perché alle bambine prima, e alle ragazze poi, debba essere imposto un destino segnato dalla sottomissione, o comunque dall’inferiorità rispetto agli uomini, indipendentemente dalle capacità e dalle risorse di ognuna.

Non mi capacito del fatto che ancora oggi molte bambine non possano avere il diritto di desiderare per se stesse molto di più di una vita pesata e calibrata solo rispetto agli uomini.

Mi chiedo perché un uomo venga sempre valutato in base al suo coraggio, la sua intelligenza, la sua forza, e mai, dico mai, venga giudicato su come si comporta con le donne. Perché, al contrario, una donna debba invece sempre essere giudicata su come si pone difronte agli uomini: oca se ti mostri, frigida se non ride alle battute volgari e sessite, puttana se vai con tanti, santa se non ci vai o al massimo concedi l’esclusiva a uno solo. E questo vale per l’operaia, per la casalinga, per la manager, l’attrice, la politica.

E che palle!

Perché quando si vuole insultare una donna la prima cosa che viene detta è “puttana”? Eppure sono loro, gli uomini, quelli che sembrano ossessionati delle tette e dai culi, loro quelli a cui evidentemente basta vedere un pezzettino di coscia o un sorriso di troppo per interpretarlo come un invito a letto. Perché sono così bramosi dei loro corpi al punto da ritenerli loro proprietà?

Perché, allo stesso tempo, gli uomini temono così tanto le donne? Perché quando vacillano e vogliono dimostrare la loro forza le prime a farne le spese sono sempre loro, le donne? Perché?

Non credo che le donne siano migliori degli uomini, credo invece che insieme, uomini e donne, potrebbero fare grandi cose.

La strada è ancora lunga, in alcuni posti direi che si fa fatica anche solo vederla questa strada. Ed è per questo che c’è bisogno anche di giornate come questa, c’è bisogno di gente che si batta perché tutte le bambine possano un giorno essere dove e con chi vorranno essere.

Però sono femmina, ho una figlia femmina e so come funziona: per quanto la strada sia lunga, intricata, difficile, le bambine sanno sempre camminare.

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46

E va bene, sono 46.

Come è successo? Non lo so, non lo so proprio…

Io me ne sento a mala pena 36…

Come hanno potuto passare tutti questi anni così in fretta?

Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. I capelli, la faccia, la pancia, le cosce… no, non sono io.

Rivoglio indietro quel senso di immortalità che avevo, rivoglio i miei capelli, il loro colore uniforme, la mia pancia che si perdeva tra le anche, rivoglio poter entrare in una 44. Vorrei che sparisse la cellulite molliccia e bitorzoluta dalle mie cosce, la ragnatela di venuzze che la ornano. Rivoglio la pelle liscia della faccia… bè… quella forse non l’ho mai avuta.

Rivoglio quella sensazione di avere tutta la vita davanti, di avere ancora tutto da costruire.

Voglio imparare ancora le canzoni a memoria, voglio poter leggere da vicino e guardare lontano senza dover cambiare occhiali. Vorrei ancora riuscire a lavorare per ore concentrata senza accorgermi del tempo che passa.

Vorrei essere bella.

Eppure è proprio questo corpo, questo dannato corpo che io detesto ogni giorno di più, quello che mi ha sostenuta e accompagnata in questi miei 46 anni. C’era lui quando mi sbucciavo le ginocchia in cortile, c’era lui a portare lo zaino in montagna, c’era lui a tentare di nuotare in mare anche se con scarsi risultati, lui a darmi brividi di piacere o di paura, lui ad allargarsi e a restringersi a ogni gravidanza. C’era lui in sala parto.

Dovrei essere grata a questo mio povero corpo, anche se non è come quello delle 46enni che vedo sulle riviste e nemmeno come quello di certe signore che ho visto al mare: ma come fanno, io dico, a non avere la cellulite? Hanno facce che non mentono, la pelle un po’ cadente, ma porca miseria, hanno gambette magroline senza nemmeno uno gnocchettino…

Dovrei trattarlo meglio ‘sto corpo, prendermi un po’ più cura di lui perché so bene quello che lo aspetta nei prossimi anni. Dovrei apprezzarlo di più, anche se non è bello, anche se mostra impietosamente i segni dell’età.

Oggi io e lui compiamo 46 anni.

E dobbiamo festeggiare. Festeggiare i mille abbracci, i mille baci, le mille carezze, le mille risate, i mille pianti. Perché anche se io e lui non siamo mai stati molto amanti dei contatti fisici, sono stati proprio gli abbracci, i baci, le carezze i regali più belli che abbiamo ricevuto in questi anni. Grazie a lui ho vissuto momenti bellissimi, ho conosciuto il mondo, le persone, i baci desiderati, il contatto con l’erba, la sabbia, le mani, gli sguardi.

Quindi auguri a me e a lui. Legati indissolubilmente.

E fanculo la prova costume.

Libere. Tutte.

cropped-yellow-sofa-20151222103552q75dx1920y-u1r1g0c.jpgLa “festa” della donna l’8 marzo è un ossimoro.

Come si può chiamare “festa” un giorno che ricorda un massacro, una tragedia?

È come se l’11 settembre diventasse la “festa” dell’impiegato americano.

L’8 marzo avrebbe più senso per me se fosse una giornata di commemorazione. Commemorazione di tutte quelle donne che ogni giorno nel mondo muoiono.
In ginocchio, velate, uccise da pietre. O nella cucina di casa propria dal marito appena rientrato dall’ufficio. O in una terra arida partorendo. O di malattia in qualche bordello asiatico. O su un barcone. O in un campo di pomodori. O in un campo profughi.

Non mi piacciono le mimose, non mi piacciono le cene di “donne” per festeggiare, non mi piacciono i gestori di locali che organizzano serate speciali.

Eppure non riesco a giudicare male tutte quelle che invece festeggiano, perché la vita ha bisogno anche di feste. Perché vedere tante donne che festeggiano è per me sempre bello.

E mi dispiace che questa festa stia perdendo di significato anche a causa di chi come me l’ha sempre un po’ snobbata.

Passati gli anni caldi del femminismo, che io non ho vissuto, è diventata sempre più una festa commerciale per coatte, o, al contrario, per femministe nostalgiche degli anni settanta che per l’occasione evitano la ceretta e il reggiseno.

Le donne normali, quelle da casa-ufficio-scuola-palestra, a me sembra che abbiano cominciato a evitarla. Lo capisco dal numero sempre maggiore di poveretti che ai semafori cercano di rifilarti la mimosa che nessuno ormai compra più.
I mazzetti rinchiusi in quella carta argentata preconfezionata rendono quei fiorellini gialli così tristi e stropicciati che non fanno altro che ricordarmi come essere donne sia spesso così faticoso.

E mi chiedo quindi se non hanno ragione poi loro, le coatte, quelle per una sera mandano mariti e figli a quel paese e si buttano in balli sguaiati, ridendo e ballando come si vergognerebbero in qualsiasi altro giorno dell’anno.

Perché forse c’è ancora bisogno di un giorno di “festa”, per ricordare quello che siamo state, quello che siamo e quello che potremmo essere. Perché sono sempre in molti e in molte a dirci come “dovremmo” essere, come se l’essere “donne” bastasse a renderci tutte uguali, come se ci fosse un solo modo di essere donna.

Quindi il mio augurio per domani è che possiate essere felici con il tacco 12 o con gli anfibi, con il trucco perfetto o spettinate, magre, grasse, sportive, ciabattanti, sguaiate o educate. Single, zitelle, sposate, divorziate, compagne, madri, padrone di cani, gatti o conigli. Pigre, iperattive, amanti di Tarkovsky o di Maria DeFilippi. Attente e precise o confusionarie e distratte. Con la biancheria ricamata e coordinata, o con le mutande Cotonella bianche e il reggiseno nero dell’Esselunga. Amanti dell’ordine della casa o della musica o dei libri o della corsa o di Eros Ramazzotti. Felici mentre fate il vostro corso di Pilates o cucinate o guidate o andate in bicicletta o discutete in un circolo o in un consiglio comunale.

Il mio augurio è che ognuna possa essere quello che vuole, a modo suo. Per se stessa e per tutte quelle che non possono esserlo.

Libere. Tutte.

Il colore rosa

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Mi è capitato qualche volta di leggere articoli molto divertenti su cosa significhi avere figli maschi. Avendone due ho sorriso molto leggendoli, ma tutte le volte il sorriso mi è morto poi un po’ in bocca. Perché io ho anche una figlia femmina. E certe frasi mi mettono a disagio. Tutti questi articoli sottolineano come i giovani virgulti siano anime semplici, come risolvano tutto con un pallone, dei rutti, di come crescendo riducano lentamente il loro lessico a un susseguirsi di suoni gutturali, e di come le madri di maschi spesso invidiano le madri di bambine di rosa vestite, per poi ricredersi di fronte alla complessità del pensiero femminile, alla capacità di pettegolezzo, alle crisi isteriche adolescenziali. Alla fine il messaggio è sempre quello: maschi semplici e simpatici, femmine complesse e rompicazzo.

E allora io mi chiedo: ma è proprio così?

Se ci penso bene ho incontrato maschietti precisi precisi, bambine maldestre e scoordinate. Femmine carine e belline e altre insofferenti alle gonne e al rosa, bambini con il pallone sempre sotto braccio e altri in difficoltà alla domanda “che squadra tieni?”. Ragazzine con la passione di “Star war” e giovani masculi appassionati di “Violetta”. Ci sono ragazzini molto sensibili che reagiscono in modo scomposto a insuccessi e frustrazioni, altri pedanti e noiosi che ti taglieresti le vene pur di arrivare alla fine del racconto, altri ancora attenti al loro look che neanche Brad Pitt. Ragazzine di una simpatia travolgente, altre a dieci anni già alla ricerca dell’anima gemella, altre ancora che hanno ben chiaro cosa vorranno fare da grandi.

Ma allora che cosa significa essere maschi e femmine? Boh…

E poi ci si mette tutto questo calderone sulla paura del gender, neanche fosse alien…

Sono convinta che uomini e donne si diventi, che il percorso di accettazione del proprio corpo e di quello che si è sia sempre difficile ed è un cammino che, come sto scoprendo io adesso, non finisce mai. Si comincia da piccoli a lavorarci su, a scontrarsi con una società che ti vorrebbe in un certo modo, che considera certi modelli migliori di altri e forse quindi è importante cominciare insegnare ai bambini fin da piccoli a voler bene a se stessi. Perché il problema è che quello che sei non lo puoi cambiare: puoi lavorarci su, puoi imparare a sederti composto, puoi imparare le buone maniere, l’educazione, il rispetto del prossimo, ma se sei alto un metro e sessanta a vent’anni, difficilmente potrai arrivare al metro e ottanta a trenta. Perché se il calcio lo trovi un inutile correre dietro a un pallone, hai voglia a provare a giocare al parchetto con gli altri testosteroni in erba: il calcio ti farà sempre un po’ cagare e non riuscirai proprio a correre entusiasta dietro quel dannato pallone. Chi nasce tondo non muore quadrato.

Se il rosa non ti piace, puoi imparare a non fare urletti disgustati mimando un urto di vomito, ma non è che se continui a vestirti di rosa poi ti piacerà. Potranno costringerti a indossarlo, ma da lì a dire che a te il rosa piace ne passa…

Io, ad esempio, mi sono sorbita migliaia di volte il Signore degli anelli, ma ciò non impedisce al mio cervello di rifiutarsi di memorizzare nomi e luoghi e continuare a chiamare Svitol quell’esserino che cerca il suo tesssoro… E quando sento “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…” non ho un fremito nelle vene come avviene a molti componenti della mia famiglia, eppure l’avrò sentita centinaia di volte.

Non sono multitasking, non mi è mai piaciuto allattare, non sono protettiva, non organizzo merende per gli amici dei miei figli, non metto i tacchi, dico le parolacce, non credo che una casa ordinata e pulita mi renda una donna migliore. Eppure ai miei tempi di gender non si parlava, ho indossato calze bianche e scarpe nere di vernice, ho frequentato una scuola femminile.

Come la mettiamo?

Ormai si sarà capito. A me la teoria gender affascina. Mi affascina come tutte le cose misteriose, segrete, occulte.

E posso capire chi la teme. Se qualcuno costringesse il mio bambino a vestirsi di rosa, forse un po’ mi seccherebbe perché so quanto lui odia il rosa. Quando mia figlia mangia a tavola come un camionista all’autogrill, sono io la prima a trovare la cosa quantomeno “poco femminile”.

Ma mi chiedo, perché tutto questo accanimento contro la fantomatica teoria gender e non invece altrettanta ansia per far sì che a scuola si insegni a rispettare le essenze altrui, i corpi altrui? Davvero pensiamo che se insegniamo ai bambini a mettersi nei panni degli altri loro diventeranno come gli altri? L’esperienza mi dice che quando viene chiesto a qualcuno di essere qualcosa che non si è di solito sono cazzi… e questo era già ben chiaro a quel cattolicone bigotto del Manzoni, che ben lo descrisse con la storia della Monaca di Monza. Hai voglia tu a regalare bambole vestite da suora…

Io sarei più tranquilla se sapessi che a scuola le maestre insegnassero a non escludere i bambini a cui non piace giocare a pallone, a non prendere in giro la bambina diventata donna precocemente o il bambino magrolino e impacciato, o quello a cui piace ballare, disegnare, vestirsi di rosa, che insegnassero l’empatia, la capacità di comprendere il proprio compagno, le sue difficoltà e la sua felicità. Vorrei che non si limitassero a evitare la presa in giro, ma che riuscissero a far vedere che dentro a ogni bambino c’è una persona che ha solo voglia di giocare, di avere degli amici, di diventare grande in un mondo dove ci sia posto anche per lui.

Il rispetto lo si insegna. Anche con le parole. Anche e soprattutto a scuola. Non può essere esclusiva delle famiglie, perché viviamo in una società e la mia famiglia ne fa parte. Quindi posso accendere un cero in chiesa perché mio figlio non sia gay, ma pretendo che la scuola insegni a rispettare chi dovesse scoprire di esserlo e a volergli bene. Pretendo si insegni che non c’è un solo modo per essere maschi e femmine ma che ognuno ha il suo e che questo è una ricchezza per tutti. E soprattutto che tutti hanno il diritto di essere se stessi ed essere felici. Perché accettare la propria croce è un atto di fede libero, e solo in quanto libero dona serenità e pace interiore. Se invece è imposto con la discriminazione e il giudizio sociale è un atto di violenza e prevaricazione. Soprattutto, ma non solo, nei confronti di chi una fede non ce l’ha.

Comunque, ragionando per assurdo, come si faceva a scuola in matematica, e immaginando che nelle scuole insegnino ad essere asessuati e che tra maschio e femmina non c’è differenza, davvero quel bimbo che ho visto al parco l’altro giorno non diventerebbe rosso sbiascicando parole senza senso al saluto e allo sguardo della splendida bambina dalla lunga coda di cavallo? Bah… secondo me no… Forse sarebbe più utile insegnargli a non umiliarla alzandogli la gonna per superare l’imbarazzo e per far ridere l’amico che fa i rutti…

Lunadigas

Passando molte ore in questi giorni davanti al computer, ogni tanto faccio una pausa e navigo un po’ tra un sito e l’altro, seguendo un filo d’Arianna che mi porta in posti inaspettati.

Mi è capitato così per caso di imbattermi nel progetto Lunadigas (http://webdoc.lunadigas.com)

Il progetto Lunadigas è un progetto che da voce a tante donne che non hanno avuto figli, la maggior parte delle quali per scelta. In realtà poi c’è un po’ di tutto, tante voci diverse, tanti modi di vedere, tanti modi di essere donne.

Ho ascoltato i racconti di queste donne così diverse tra loro: alcune dure, arrabbiate, altre pacificate e serene, alcune le ho trovate antipaticissime, altre mi sono piaciute un sacco.

Sono arrivata alla conclusione che la maternità è sopravvalutata.

E che l’abbinamento maternità-bambini sia il più grande fraintendimento.
I figli rimangono bambini per pochissimo tempo, poco più di dieci anni, e se per loro sono tantissimi, per chi ha superato i trent’anni sono un soffio. MI ha fatto sorridere vedere la Hack, ormai più che ottantenne, parlare dei possibili figli come di “bambini”, quando se nella realtà ne avesse avuti sarebbero stati allora, mentre lei parlava, degli splendidi cinquantenni.

La maternità non rende migliori, ma nemmeno peggiori, semplicemente esaspera delle inclinazioni, un modo di essere che si è già. Allo stesso modo chi non ha figli non è migliore ma nemmeno peggiore di chi ne ha.

I bambini possono spaventare, l’idea che un essere dipenda da te in tutto e che sarai tu a condizionare in modo indelebile, nel bene e nel male, la sua vita può dare le vertigini. E purtroppo penso anche io che chi non ha figli spesso non possa capire, come io, per esempio, non posso capire cosa significhi essere single alla mia età oppure cosa significhi avere un figlio disabile: posso intuirlo, immaginarlo, ma sono sicura che non so cosa significhi.
Ho amiche con figli disabili che si innervosiscono quando qualcuno, pensando di fare un complimento, dice loro quanto sono brave, quanto sono eroiche… Io credo che il fastidio nasca dalla consapevolezza che chi fa il complimento non sa assolutamente di cosa stia parlando.

Ma so anche che la frase “tu non puoi capire” è irritante, perché nella mia vita io non ho avuto sempre dei figli e so bene il fastidio che si prova quando ti dicono “tu non puoi capire”, soprattutto quando tu un figlio lo vorresti con tutte le tue forze ma ‘sto disgraziato non vuole arrivare e chi pronuncia questa frase ha l’espressione di Giovanna d’arco davanti alla catasta di legna.

Dei miei anni da “non madre” mi è rimasto il fastidio nei confronti di chi si immola nel nome dei figli, per chi ricalibra la propria vita sui tempi e sulle esigenze dei piccoli esserini di casa. Credo che se vuoi crescere delle persone libere di essere e fare quello che sentono, devono avere davanti dei modelli di persone libere di essere se stesse. Non si può caricare sulle spalle di bambini la responsabilità e il peso di una vita familiare che gravita intorno a loro. Perché questo avviene già, inevitabilmente, e trovo un po’ ipocrita far passare i figli come la causa di nostre scelte che, diciamo la verità, spesso sono motivate da ben altre ragioni. In poche parole: se arrivo a sera sfatta dopo una giornata di lavoro, io non esco con le amiche perché non ne ho voglia, non per senso del dovere nei confronti dei mei figli. Se lo facessi per “dovere” lo capirebbero e mi odierebbero. Se non esco è perché ho voglia di chiacchierare con i miei bambini perché mi stanno simpatici e certe sere preferisco la loro compagnia. Allo stesso modo, chi non ha figli potrebbe non avere voglia di uscire con le amiche perché qualche sera ha voglia di stare con qualcuno che in quel momento gli sta più simpatico. Se devo lavorare di più in certi periodi, mi spiace per i miei figli che mi vedono poco, ma questo non mi rende più “preziosa” di chi non ha dei figli a casa che l’aspettano, perché magari anche lei ha un compagno o degli amici che hanno bisogno di lei, o semplicemente ha di meglio da fare.

Credo che la scelta di non avere figli sia un atto di egoismo almeno tanto quanto sia un atto di egoismo la scelta di averlo un figlio. E che il giudizio sociale sia un problema sia che tu scelga di avere o non avere figli. Perché oggi più che mai avere un figlio è una scelta e quando sono soprattutto le donne a scegliere, si sa, il giudizio sociale è sempre spietato.

Quasi tutte le donne intervistate non sanno bene perché non hanno voluto figli, sanno solo che questo era giusto per loro. Io allo stesso modo, non so perché ho sentito così forte il desiderio di avere figli, proprio io, che, sì, insomma, non è che abbia tutto questo spirito materno… So solo che il bello dei figli è che crescono, cambiano in continuazione, ti sorprendono e che sono delle persone prima ancora di essere i tuoi figli. E che le donne sono tutte belle quando sono libere.