Cinquanta

Alla fine li ho compiuti. I cinquanta, intendo.

Ed è andata come volevo. Niente feste, ma tanti auguri. Qualcuno mi ha scritto come avrebbe festeggiato pensando a me e sono stata felice.

Un’amica, ignara che fosse il mio compleanno, mi ha portato fuori a bere un aperitivo. Ce la siamo chiacchierata in un cortiletto di un localino con pareti di plexiglas tra un tavolo e l’altro. La mamma mi ha preparato gnocchi, vitello tonnato e zuppa inglese.

Il giorno dopo la signora che mi pulisce casa mi ha portato una vagonata di spaghetti di soya e riso fatti alla filippina.

La mia famiglia mi ha regalato i biglietti per un concerto il 17 giugno 2021 regalandomi così una prospettiva verso un futuro roseo. Alcune amiche mi hanno comunicato che a settembre mi porteranno via per un we: hanno pensato a cosa gli sarebbe piaciuto fare pensando a me e alla fine hanno deciso di invitarmi! 🙂

Mio fratello mi ha fatto recapitare un mazzo di 50 rose: non avendo un vaso abbastanza grande, le ho suddivise in due vasi, uno con 30 e l’altro con 20.

Ed è stato proprio guardando questi due vasi che ho fatto la pace con questi dannati 50. Li ho guardati da un’altra ottica e ho capito perché non me li sento.

La questione è questa: quando ero bambina pensavo che quando nel 2000 avrei compiuto 30 anni, sarei stata vecchia. E invece a 30 mi sentivo come una ragazzina che ha appena conquistato la propria libertà. Una casa tutta mia, un viaggio in Africa, viaggi in moto. Negli anni successivi l’arrivo dei figli e una vita così piena e così intensa non mi hanno lasciato il tempo nemmeno per fermarmi a pensare che forse ero un po’ stanchina. Tra i 30 e i 40 la mia vita si è rivoluzionata più volte: io, artefice del mio futuro, mi sentivo fortissima.

Poi nel 2010 tutto è crollato. Non ho avuto il tempo, la forza e la lucidità mentale di soffermarmi sul fatto che stessi compiendo 40 anni: troppe cose erano successe nei mesi precedenti e il più bel regalo fu la scoperta degli ansiolitici.

I dieci anni successivi sono rotolati via veloci tra alti e bassi. Non più ingenua, ma nemmeno “vecchia”, ho corso ma mi sono goduta il paesaggio. Gli ansiolitici sono per lo più rimasti sul comodino, ma sono stati pronti a intervenire nel momento del bisogno.

E arriviamo a oggi. In questo 2020 folle e disperato. E io non ci posso credere che da un paio di giorni se mi chiedono quanti anni ho, devo rispondere 50.

Perché io mi sento tanti altri numeri: io sono 23 quando guardo il consorte, io sono 35 quando sono al lavoro, io sono 17 quando spettegolo con le amiche, 16 quando ascolto canzoni strappalacrime, sono 12 quando mi arrabbio e mi offendo, sono 5 quando ho davanti una torta al cioccolato, sono 85 quando penso a tutte le persone che ho incontrato sulla mia strada, quelle a cui ho voluto bene, quelle che ho perso, quelle che ho scoperto, quelle che mi hanno voluto bene, quelle che mi hanno ferito e quelle che ho ferito.

Quindi tanti auguri a me, a questo numero che in fondo non significa niente e allo stesso tempo significa tutto.

Mi guardo allo specchio e appena sopraggiunge lo sconforto difronte al decadimento che vedo riflesso e che nasconde quello che io fui a vent’anni, la saggezza dei 50 corre in mio soccorso: “Goditeli Anna, perché tra dieci anni sarai messa peggio”.

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Sigla

Il mio film inizia così.

Primissimo piano su un piede e sulla sbucciatura causata evidentemente dai sandali, che sono gettati sul pavimento e si intravedono. Il primissimo piano si sposta sul viso e indugia su alcuni dettagli: le rughe d’espressione, i pori dilatati, le sopracciglia non fatte a regola d’arte, un occhio chiaramente non truccato, le labbra sottili che si morde.

Ha un orecchino nella parte alta dell’orecchio: non è un vero piercing, e infatti lei se lo toglie con gesto stizzito.

Si alza. L’inquadratura è sempre un primissimo piano sul piede sanguinante che cammina sul parquet. Entrata in bagno. Il dettaglio inquadrato ora sono le mani che aprono una scatola sotto il lavandino: ci sono dentro medicinali alla rinfusa. Le mani cercano creando ulteriore disordine nella scatola. Si soffermano su una scatoletta: è un prodotto per le verruche scaduto nel 2012. Lo guarda, ci pensa un attimo e lo rimette nella scatola. Il primissimo piano delle mani mostra due braccialetti etnici (che nascondono solo in parte una ciste tendinea sul polso) e due anelli nell’anulare sinistra: un anello chiaramente antico, di quelli tipici ereditati dalle nonne, e una fedina blu con brillantino.

Finalmente li trova. I cerotti. Si siede sul water, ne scarta uno e se lo mette a coprire la lesione sul retro del tallone.

“Fanculo”

Si alza. Si guarda allo specchio.

Adesso l’inquadratura mostra tutto il viso in primo piano: cinquantenne, non bellissima, non truccata, con un disperato bisogno di un parrucchiere. Lei si osserva con aria sconsolata. Si fa delle facce. Sorride. Aggrotta la fronte. Si osserva i denti.

“Fanculo”

Adesso sul sottofondo si sentono delle grida provenienti da qualche parte nel condominio: sembrano ragazzi che giocano ai videogiochi o che guardano una partita. Lei chiude gli occhi e conta fino a tre. Al tre si sente un’atra voce, questa volta una voce maschile, di anziano, che urla “Aalloraaaa! Baaaasta! Maleducati”. Lei, contemporaneamente, a occhi chiusi, pronuncia le stesse parole facendone il playback.

Riapre gli occhi, si riguarda allo specchio con aria sconsolata.

“Fanculo”

Sul sottofondo continuano gli schiamazzi e le urla del vicino, ma vanno dissolvendosi lentamente. Lei torna nella sua stanza. Ci sono i sandali gettati sul pavimento, sul letto ci sono dei libri, una borsa e dei plichi di fogli: sembrano bozze. Si siede a una scrivania verde, davanti ha un computer Mac: il video è grande e si intravedono pagine di lavoro. Sembrano libri di scuola, testi per ragazzi e bambini.

La stanza ha le tapparelle abbassate, è chiaramente estate e fa caldo.

Scrive per qualche secondo, poi cancella.

Poi riscrive. Poi si prende la testa tra le mani e, in preda a un attacco di nervoso, emette un verso.

“Fanculo”

Si alza. Va in cucina, apre il frigorifero. È praticamente vuoto. L’inquadratura si sofferma su dei budini al cioccolato. Lei li osserva, ci pensa… ma poi prende un contenitore di vetro con dentro un liquido giallo. Lei lo guarda con disappunto, come se fosse uno di quei contenitore per l’esame delle urine. Trova un bicchiere sul lavandino, se ne versa un po’: “se ha il colore della piscia farà pisciare?”.

Torna in bagno. Si siede sul water, stavolta per fare pipì. Mentre è seduta, tira fuori la bilancia che è difronte a lei. Si alza, si sistema, tira l’acqua, si pesa.

75 chili.

“Fanculo”

Torna alla scrivania. Riprende a scrivere qualcosa. Cancella. Riscrive. Copia. Incolla.
Primissimo piano sulla tastiera Mac: è un continuo di melaX, melaV, melaZ…

Altra crisi di nervoso.

“Fanculo”.

Primo piano sulla barra dei programmi alpiede dello schermo del computer. Il cursore si muove avanti e indietro e alla fine clicca su Safari.

Si apre la schermata e lei va su Facebook. Scorre qualche notizia, si sofferma su qualche foto. Legge qualcosa annoiata, poi chiude.

“Fanculo”

Riclicca sulla barra in alto di Safari e appare la tendina con i siti maggiormente frequentati.

Il primissimo piano si sofferma sull’icona di Netflix. Ci clicca sopra. E appare.

Il film suggerito è “The f**k-it list”.

Sigla.

 

Preparativi

“Che cosa vuoi per il tuo compleanno?” Inizia luglio e puntuale arriva “la domanda”.

E quest’anno è peggio: “è un numero tondo, fai le tue richieste!”

Ecco, come ben sa chi mi conosce, non amo i festeggiamenti, non sono brava con i regali (ne a farli ne a riceverli), non sono brava a organizzare feste, non amo le sorprese.

In fondo io per il mio compleanno vorrei vent’anni di meno, dieci chili di meno, i capelli castani naturale, essere una scrittrice, saper camminare sui tacchi, sapermi truccare, profumare sempre, essere simpatica a tutti. Ma temo non si possa fare.

Quindi, vorrei dirvi: non preoccupatevi, sono felice lo stesso. Poi quest’anno non avrebbe senso: non ci si può abbracciare, non ci si può baciare, non si possono fare feste e assembramenti. Quindi, sereni e liberi tutti.

Fate così: se pensavate di farmi un regalo, spendeteli per voi stessi. Fatevi un regalo, una cosa che desideravate ma a cui poi avete deciso di rinunciare. Un libro, un paio di orecchini, un massaggio, una cena in un bel ristorante, un abbonamento a una rivista, una maglietta, un bonifico a qualche associazione. Il regalo sarà che quando lo comprate pensiate a me e che lo usiate o lo indossiate il giorno del mio compleanno. In questo modo so che mi penserete ovunque voi sarete. E che per un attimo sarete felici a causa mia.

Avete 25 giorni per organizzarvi.

(Quindi Gio, anche se è vero che in un momento di delirio sono stata io a chiedertelo, se sei sempre dell’idea di regalarmi l’aspirapolvere nuovo, puoi comprarlo e il 29 luglio puoi pulire tutta la casa.)

2002 -2020

Questa non è stata la prima reclusione della mia vita.

Il 23 gennaio del 2002 mi recai all’ospedale Macedonio Melloni per fare un’ecografia. Ero incinta di cinque mesi e trepidante mi accingevo a quella che viene chiamata “eco morfologica”, praticamente l’eco con cui si controlla che il bambino che hai in pancia abbia tutti i pezzi al posto giusto.

Il bambino, o meglio, la bambina stava benissimo. Anche troppo: si era già messa in posizione pronta per nascere. La ginecologa mi guardò, mi fece qualche domanda sul mio lavoro, sulla mia casa e poi pronunciò la sentenza: “riposo”. Mi fece compilare un po’ fogli, mi diede il numero del medico del lavoro a cui rivolgermi e in sintesi mi disse: “da qui fino a fine maggio devi evitare situazioni stressanti, non fare sforzi e non fare scale. Visto che abiti al terzo piano senza ascensore, te ne stai tranquilla in casa ed esci solo per venire a fare le visite di controllo: niente lavoro, niente uscite per la spesa, niente passeggiate. E visto che così il rischio di ingrassare troppo è alto, eccoti una dieta da 1400 calorie al giorno”.

Uscii dall’ambulatorio felice come una Pasqua: di tutto quello che mi era stato detto io avevo capito solo che la bimba stava bene, che la gravidanza procedeva bene, ma soprattutto che mi mettevano a casa dal lavoro per gravidanza a rischio. Il 23 gennaio. Con il lavoro che facevo all’epoca significava mollare tutto nel pieno del delirio lavorativo, degli orari assurdi e dell’ansia. Il giorno dopo andai in ufficio a comunicare la notizia, a prendere le mie cose e a fare un passaggio di consegne. Chiusi il computer e me ne tornai a casa. Il primo giorno di maternità ricevetti 14 telefonate dall’ufficio, ricordo che le contai, praticamente una ogni mezzora. I giorni successivi via via diminuirono e ben presto mi adattai alla mia nuova vita e loro ad avermi persa.

Stavo benissimo: mia madre passava ogni giorno per darmi una mano, anche se oggi mi chiedo che cosa mai ci fosse da fare in casa visto che vivevamo in due e uno era tutto il girono in ufficio. Eh, bei tempi… la casa praticamente si puliva da sola, nessuno metteva in disordine o comunque era responsabile delle proprie azioni.

Mi feci serenamente tutto febbraio e tutto marzo a casa uscendo solo due volte per le visite di controllo e gli esami del sangue. Poi, con l’arrivo di aprile e della primavera, sentii il richiamo del sole. Complice le festività di Pasqua, accettai di andare a pranzo da alcuni amici: se potevo andare in clinica, pensai, potevo anche andare in casa di altri, non c’era differenza. Sulla via del ritorno però vidi un gande magazzino, uno di quelli che vendono vernici e arredi e, sentendomi benissimo, proposi al consorte di fermarci per comprare una tappezzeria per quella che sarebbe stata la stanza della bimba ma che al momento era ancora un magazzino di scatoloni e altri oggetti che attendevano di finire o in cantina o in discarica.

Ci mettemmo molto poco, sapevamo quello che volevamo, lo scegliemmo in fretta e risalimmo in macchina.

Tempo qualche ora e ovviamente mi partirono le contrazioni.

Al pronto soccorso per fortuna riuscirono a bloccare il travaglio con una bella flebo, mi ricoverarono e dopo una settimana di situazione stazionaria mi dimisero. Questa volta però mi dissero che il riposo doveva essere “assoluto”, cioè “a letto”. Mi dissero che era importante finire almeno l’ottavo mese, il che significava stare a letto come minimo un mese, almeno fino al 6 maggio.

Uscii contenta e ottimista: la bambina stava bene, io potevo farmi servire e riverire, guardare tutta la tv che volevo (all’epoca non c’erano ancora i social network, io non avevo nemmeno il cellulare), leggere e giocare al computer.

Poi, la notte tra il 3 e il 4 maggio, mi si ruppero le acque e alle 5 di mattina del 4 maggio la bambina nacque bella, sana e rompiballe già da allora.

Il 4 maggio. 4 maggio 2002, 4 maggio 2020.

Adesso, come 18 anni fa, mi ritrovo ad attendere con ansia il giorno in cui finalmente succederà qualcosa che non sarà di certo un ritorno alla vita di prima ma un salto nel buio pieno di incertezze.

Guardo questi numeri e mi viene da ridere. 2002-2020.

Lo spirito con cui ho vissuto queste due reclusioni è stato uno l’opposto dell’altro: tanto è stato spensierato, ottimista e un po’ incosciente (ma a dieta) il primo, quanto ansioso, claustrofobico e pessimista (ma all’ingrasso) il secondo. Le ragioni di queste due differenze sono ovviamente chiare a tutti ma mi fanno pensare come una stessa identica condizione possa essere percepita e possa cambiare di significato in base alla situazione in cui è inserita.

E mentre ragiono di tutto ciò, un solo pensiero mi dà sollievo: nel 2200 a essere rinchiusa in casa ci sarà qualcun’altra…

Vorrei solo uscire a comprarmi un gelato

Volete la verità? Eccola: io non ne posso più!

I ragazzi, gli anziani, i bambini… Ecco, io oggi penso solo a me e non ne posso più.

Ho la claustrofobia, l’ansia e la depressione.

Sono preoccupata per il mio lavoro, che già negli ultimi anni stava andando un po’ a schifio ma con questo credo che avrò la botta finale.

Quest’estate compio cinquant’anni e già di per se non è esaltante, ma adesso è proprio devastante.

Mi dicono che i ragazzi soffrono, che gli anziani soffrono, che i bambini soffrono. Sappiatelo: anche le quasi cinquantenni soffrono. Soprattutto quelle con un senso del dovere eccessivo come me. Mi hanno detto stai a casa? Ecco, io ci sto veramente. Non riesco a trasgredire, è più forte di me. Non ho nessuna scusa per uscire. Ormai anche la mia mamma si arrangia, perché mi hanno fatto terrore con le possibili multe. Ma fare la spesa e portare le medicine alla propria mamma è un buon motivo per uscire? Non si sa. Da quello che ho capito sta nel buon cuore del vigile o del carabiniere che ti ferma. E io con il buoncuore di vigili e carabinieri sono sempre stata un po’ sfortunata e visto che non posso permettermi 500 euro di multa e che per andare da lei la possibilità di un posto di blocco è alta, le ho detto “fai la spesa online e chiama i ragazzi volontari del quartiere per le medicine”. Ogni spesa on line per lei è un’arrampicata sull’Everest, ma ce l’ha fatta già due volte. Insomma, si arrangia.

Io no.

È che mi sento inutile.

Volete la verità: io avevo due lussi nella mia vita, due soli cazzuti lussi. Il primo non lo dico perché è un segreto e questo un luogo pubblico, ma tanto ormai è un antico ricordo. Il secondo lusso era una signora che mi puliva casa in teoria due volte a settimana, in pratica quando e quanto voleva lei. Ma il lusso consisteva proprio in questo: non me ne fregava niente di quando e quanto venisse, mi bastava che ci fosse. Lei era l’unica che si prendeva cura di me pulendo i bagni al posto mio, passando l’aspirapolvere al posto mio e rendendo la mia casa almeno vivibile. Era l’unica che non mi chiedeva che cosa dovesse fare, ma lo faceva e basta. Il lusso era pagarla a fine mese senza verificare quante ore avesse fatto realmente, ma avendo l’illusione che lei avesse tutta la situazione sotto controllo. Lei mi diceva quando finivano i detersivi, quando cambiare le lenzuola, ma soprattutto, mi regalava una casa in ordine per un’ora due volte alla settimana. Poi tornavano a casa tutti e la magia svaniva. Ma io l’avevo vista, la magia.

Ecco, adesso siamo sempre a casa tutti e lei non c’è. La magia adesso dura solo qualche secondo e tocca farla a me o infilarmi in discussioni per ottenere il minimo sindacale o, nel migliore dei casi, mettermi i panni del generale e dare ordini e compiti. Vi dico un altro segreto: io odio avere la situazione sotto controllo, odio dare ordini. Io credo nel buoncuore della gente, nella loro capacità di comprendere autonomamente quello che c’è bisogno di fare e che lo facciano.

Capite bene che per una persona come me questo è proprio un periodaccio…

Io invidio le donne e gli uomini di carattere, quelle e quelli che in questi giorni hanno svuotato e pulito armadi, tapparelle, anfratti e fughe delle piastrelle. Io mi sento eroica solo per aver lavato le tende e i vetri e aver svuotato totalmente la cesta delle cose da stirare… Io invidio quelle e quelli che fanno ginnastica, che cuciono mascherine, che hanno suddiviso i compiti casalinghi tra figli e consorte, che hanno trovato fornitori di frutta, carne, pasta a chilometro zero e che fanno ordini online come se non ci fosse un domani sostenendo le piccole imprese e allo stesso tempo mangiando sano e biologico. Quelle e quelli che sanno la differenza tra cavolo nero, cavolo cappuccio e cavolo rosso. E che li sanno cucinare. Quelle e quelli che sono riusciti a farsi la pasta madre in casa. Quelle che si truccano e che si mettono il reggiseno tutti i giorni.

Io invidio proprio tutti: quelle e quelli che lavorano fuori casa, perché eroicamente fanno la loro parte. Quelle e quelli che stanno salvando il mondo, quelli che stanno sperimentando nuove strade. Quelle e quelli che lavorano da casa, ma che hanno conferenze, call e le giornate piene e che vivono questa nuova dimensione smartworking come atto eroico. Ieri ho invidiato perfino il tizio che mi ha portato la spesa a casa.

Io continuo a fare quello che ho sempre fatto: lavoro da casa, non c’è niente di nuovo per me, niente di eroico. Quello che prima mi sembrava un privilegio, adesso non lo è più. Il mio privilegio era la mia libertà, che pagavo con il prezzo dell’incertezza della precarietà.

Ora mi è rimasta solo l’incertezza e la precarietà. E i cinquant’anni che incombono.

Però al momento stiamo tutti bene. E lo so che di questi tempi a Milano questo è già tanto. Dovrei essere grata. E invece mi sento dietro una grata.

Vorrei solo uscire a comprarmi un gelato.

 

Parleremo di altro

Quante calorie si usano per passare l’aspirapolvere?

Quante per cambiare le lenzuola?

Quanto autocontrollo per non prendere a schiaffi il figlio che ti urla “ti odio”?

Quanti bicchieri vengono usati in un giorno? Mi farà male bere ogni sera un bicchierino di Calvados? Meglio il lexotan?

Ogni quanto devo cambiare gli asciugamani?

Quanti giorni può durare la carne in frigorifero?

Come posso cucinare dei peperoni che stanno andando? E le carote mollicce?

Il vicino sta urlando contro di noi o contro quelli sopra di lui? Dovrei portargli una fetta di torta? Può essere pericoloso per lui? E se io sono infetta? Due mesi fa non sono stata bene: era covid? avrò sviluppato gli anticorpi?

Per portare giù la pattumiera devo mettermi la mascherina anche se non prendo l’ascensore?

Ho starnutito, devo provarmi la febbre?

Il tizio del palazzo di fronte che ha appena urlato “basta”, sta per ammazzare il figlio che continua a piangere? Devo preoccuparmi?

Perché in Lombardia va tutto a schifìo? Perché i cattivi sono orgogliosi di essere cattivi anche in questo momento? Quando finirà tutto questo?

Quando potrò tornare in montagna?

Chissà come sta Tizio? Chissà come sta Caio?

Perché non mi sento più buona e molta gente mi sta proprio sul caxxo? Perché mi arrabbio per niente? Perché alcune conversazioni su Whatsapp mi irritano? Perché sono così una brutta persona? Perché quello che vorrei fare adesso è poter mandare a quel paese un sacco di gente, anziché sentirmi solidale in questo momento difficile?

Veramente in questi giorni sto capendo chi mi vuole bene veramente e chi no? Veramente le sto conoscendo meglio, scoprendo lati bellissimi oppure si stanno dimostrando delusioni pazzesche e brucianti? Quante persone io stessa sto dimenticando che magari stanno pensando lo stesso di me?

Perché i consigli su come vivere bene in casa, su come trattare gli adolescenti in questo periodo, su come affrontare serenamente questi giorni hanno su di me un effetto che varia dalla rabbia alla depressione?

Oggi sono passate meno ambulanze di ieri?

Quale film potrei vedere stasera? Che cosa cucino a pranzo?

Quando potremo ricominciare a viaggiare? O perlomeno uscire…

Come faccio a consolare i miei figli?

Arriverà un vaccino? E l’alcool al supermercato? Quanto durerà la spesa che abbiamo fatto?

Ma come fanno gli altri ad avere una routine, a fare ginnastica, a tenere tutto pulito? Ma come riescono a studiare i ragazzi? E i miei amici medici, infermieri, magazzinieri, commessi, come fanno a gestire casa, figli e distanza di sicurezza?

E quelli che vivono in cinque in due o tre locali? E quelli che vivono soli? ok, lo ammetto, io quelli che vivono soli certi giorni li invidio un sacco…

E quelli che non si sopportano?

Riusciremo prima o poi a parlare di altro?

Perché non riesco a scrivere qualcosa di divertente, o perlomeno di intelligente?

E se finisco l’inchiostro della penna rossa, come faccio a lavorare?

La Quaresima finisce sempre a Pasqua, vero?

 

 

 

Felicità

IMG_6079In questi giorni su Facebook sta girando un gioco: bisogna pubblicare le copertine di dieci libri che si amano, una al giorno per dieci giorni, senza commenti o spiegazioni. È divertente e interessante vedere cosa i tuoi amici pubblicano, vedere quali libri amano. Questo dice molto di noi, dei nostri gusti e della nostra visione della vita. Anche senza spiegazioni.

Io sto giocando, ma c’è un libro che io amo molto ma più per quello che rappresenta piuttosto che per il libro in sé. È Felicità di Katherine Mansfield.

Mi fu regalato il mio ultimo giorno di lavoro come dipendente di RCS, nell’ormai lontano 2006, dal mio direttore.

Lavoravo lì da sei anni e in quegli anni ebbi i miei due primi figli. Ero inquadrata una categoria inferiore rispetto ai mei colleghi perché quando fui assunta arrivavo da uno studio editoriale, quindi con poca esperienza e poca dimistichezza con contratti e inquadramenti. Al momento dell’assunzione mi dissero anche che era la prassi, ma che da lì a un paio d’anni sarei stata equiparata agli altri. Poi però vennero i figli e ovviamente il passaggio di categoria non fu più argomento di discussione.

Il secondo figlio appena nato ebbe qualche problema di salute, e così al mio rientro dalla maternità ottenni a fatica un part time a 6 ore al giorno senza pausa pranzo. Negli accordi sarei dovuta entrare in ufficio alle 9 e uscire alle 15 per 6 mesi, ovviamente con una decurtazione dello stipendio del 30%. In quei sei mesi non sono mai uscita alle 15. Spesso uscivo dopo le 17. I miei colleghi uscivano sempre dopo le 18.30 quando andava bene, altrimenti tiravano anche dopo le 20.

Comunque, scaduti i sei mesi, ripresi il mio orario ma chiesi di essere inquadrata come i miei colleghi. Spiegai che i problemi erano stati risolti e che non avevo mai smesso e svolgevo a tutti gli effetti lo stesso lavoro di chi era con me in redazione. Spiegai che la mia famiglia era ormai formata, che avevo voglia di riprendere il tempo pieno e svolgere al meglio il mio lavoro. Spiegai che avevo il sostegno dei nonni, che i bambini andavano al nido e che non avrebbero limitato in nessun modo il mio lavoro. Mi risposero che dovevo essere contenta di aver avuto due figli, che ero già stata fortunata ad avere ottenuto un part time per sei mesi e che del passaggio di categoria non se ne parlava proprio.

Con la coda tra le gambe tornai in ufficio e ripresi il mio lavoro. Ero arrabbiata ma soprattutto ero arrabbiata di essere arrabbiata per una cosa del genere. Mi trovavo brutta e inacidita: essere inviperita per questioni di soldi e inquadramento non mi piaceva. E che forse il problema non era, in fondo in fondo, quello. In quel periodo cominciarono i prepensionamenti, la gente che andava via non veniva sostituita, il lavoro quindi aumentava, si velocizzava ma soprattutto stava cambiando e come in tutti i periodi segnati da cambiamenti divenne più complesso e faticoso.

Tornavo a casa e mi chiedevo se era quella la vita che volevo: essere un numero su un cedolino, le ore del mio lavoro nient’altro che una parte di un conteggio complessivo, farmi il sangue marcio per questioni di contratto, inquadramento e stipendio. Che io lavorassi bene o no non aveva nessuna importanza: l’importante era consegnare per tempo, fare in modo che grafici, autori e illustratori consegnassero e rispettassero un calendario. E così, dopo alcuni giorni di conti in casa, valutazione dei pro e dei contro, scrissi la mia lettera di dimissioni. Non volevo che il momento più bello della mia giornata fosse la pausa pranzo, non volevo più avere la sensazione che la mia vita ruotasse intorno a un vassoio in mensa. Potevo permettermelo grazie all’aiuto del consorte e lo feci. All’ufficio del personale non sembrò vero trovarsi di fronte una di 35 anni che rassegnava le dimissioni senza chiedere nulla in cambio e vennero accettante senza nemmeno dissimulare un sorriso soddisfatto.

Il giorno dopo venni convocata dal direttore. Cercò in tutti i modi di farmi cambiare idea. Mi disse che stavo sbagliando, che per una donna un posto fisso era prezioso perché garantiva sicurezza economica e indipendenza. Mi disse che i matrimoni finiscono, che fare la free lance significava ansia, pochi soldi e sfruttamento. Mi veniva da ridere: più sfruttata di così, cosa poteva esserci? Mi disse che non sapevo che cosa mi riservasse il futuro, che le cose avrebbero potuto andare male. Gli risposi che per me non aveva senso vivere male perché un giorno sarebbe potuta andare male. Che il problema era proprio il tipo di lavoro: io amavo i libri, mi piaceva metterci le mani, che fare il cane da guardia, alzare la voce, trattare male persone che lavoravano per cifre sempre più basse affinché dessero anche il sangue, non faceva per me. Che non stavo bene, che volevo di più dalla vita. Soprattutto la libertà di scegliere i lavori e i tempi, la libertà di dire di no.

Mi guardò, ci pensò su e poi mi confessò che aveva tentato di tutto con l’ufficio del personale ma che non c’era stato verso di ottenere una contro proposta, se non la possibilità di prolungare il part time. Io non volevo il part time, lavorare tanto non era il mio problema. Prima di congedarmi spese parole molto gentili, dicendo che al piano di sopra non capivano chi stessero perdendo. Le presi come parole di circostanza, pensai che l’adulazione fosse l’ultimo tentativo per trattenermi. Sorrisi e lasciai l’ufficio.

Passarono le settimane di preavviso e poi finalmente arrivò l’ultimo giorno. I colleghi mi fecero un bellissimo regalo, festeggiammo, raccolsi le mie cose e spensi il computer.  Quando ormai stavo per uscire arrivò il direttore con un pacchetto in mano. Ringraziai e lo aprii a casa. Era questo libro.

Mi commossi. Aveva capito. Mi aveva ascoltato. E capii che forse in quei sei anni non ero stata solo un numero.

Quando in questi anni ho avuto momenti di sconforto, quando, come in questi giorni, mi viene un po’ la depressione della casalinga, mi rinchiudo nella mia solitudine, mi sale l’ansia per il mio futuro, l’ansia nel constatare che ogni anno guadagno sempre di meno, che non ho garanzie per quello che farò l’anno prossimo, riguardo la copertina di questo libro e mi ricordo del perché l’ho fatto. E non ho rimpianti.

Inizia il film

Ci sono due cose che odio: le svolte a sinistra e le partenze in salita. Tre volte alla settimana devo fare entrambe le cose contemporaneamente sul cavalcavia Buccari.

Mi chiamo Anna, ho quasi cinquant’anni, tre figli, un marito e una partita iva.

Tre volte alla settimana faccio questa strada, di sera.  Non lo ammetterò mai a me stessa, ma questi dieci minuti in macchina da sola sono il mio analista. Come sottofondo ho sempre le stesse canzoni: Lately degli Skunk Anansie e Drift Away di Dobie Gray. Sono in un cd che ormai è parte integrante dell’autoradio. Non so da dove venga, non so da quanto tempo sia lì, e se conosco il titolo di queste due canzoni è solo grazie a Shazam.

Comunque, mentre guido dopo aver lasciato la figlia o mentre vado a riprenderla, mi metto questo sottofondo e per dieci minuti sono io. Mi immagino in una scena di uno di quei film di Muccino, o Genovese o Virzì: io che guido potrebbe essere una bel sottofondo per la sigla iniziale. Mi immagino l’inquadratura: io ripresa di spalle che guido e la città intravista dal parabrezza sporco, le luci delle macchine, il semaforo, il tic tac della freccia e la musica di sottofondo. L’inizio di qualcosa.

Mi chiamo Anna, ho quasi cinquant’anni, tre figli, un marito e una partita iva.

Il cavalcavia è il mio momento di brivido: il semaforo è proprio sul colmo del cavalcavia ed è quasi sempre rosso. Così mi tocca la partenza in salita, quei pochi secondi in cui la macchina indietreggia di tre centimetri e io che gioco di freno, frizione, acceleratore. Ad aprile devo rinnovare la patente, per la terza volta. Trent’anni che guido.

Trent’anni da quando avevo vent’anni. Sì, ho impiegato due anni per farla, sta benedetta patente. In mezzo c’è stata una bocciatura alla pratica e un incidente: non guidavo io, è stato un banale tamponamento, ma per un po’ le macchine mi hanno messo paura. Poi finalmente l’ho fatta. Ma guidare mi ha sempre messo ansia. In trent’anni sono arrivati altri due incidenti. Lì, invece, guidavo io: in uno mi è venuto addosso un tram che non ha rispettato un rosso, nell’altro non ho visto una macchina e non ho dato la precedenza. In entrambi i casi erano svolte a sinistra. E con loro l’ansia della guida è aumentata.

Però, questi dieci minuti sono diversi. C’è il brivido, c’è l’ansia. Ma chissà perché guido e sto bene. Sarà che da sempre mi piace Milano con il buio. Sarà che mi piace stare da sola con i miei pensieri. Mi immagino conversazioni con amici che non sento da un po’, mi preparo discorsi che vorrei fare ma che alla fine non faccio, tiro le somme, faccio progetti, elenco buoni propositi. Mi crogiolo nei ricordi, in quello che avrei potuto essere e non sono stata.

Mi chiamo Anna, ho quasi cinquant’anni, tre figli, un marito e una partita iva.

Il tempo di una sigla, e sono sotto casa.

Parcheggio in scioltezza, spengo le luci, giro la chiave e la musica finisce.

Inizia il film. Buona visione.

 

Un nome corto e banale

Attenzione: post ad alto contenuto egocentrico. Per cui se siete insofferenti ai post autoreferenziali o alla mia persona, sappiate che vi capisco. Quindi passate oltre. Vi vorrò bene lo stesso.

Era il 1997. La prima cosa che ho fatto è stato riscontrare un indice dei nomi di un libro di storia. Penso che sia una delle cose più noiose che esista.

Io lo trovai fantastico

Poi mi chiesero di “mettere gli stili”. All’epoca si impaginava con xpress, ma credo che funzioni ancora così: la prima cosa che si fa quando si impagina un libro è importare i testi dai file di word che ti passa l’autore o il redattore e gli si dà “lo stile”, ovvero si assegna la font corretta a ogni parte scritta. I titoli, il testo, le operative, le didascalie, ognuno con la propria font, il corpo e il colore come da progetto grafico. Ecco, mettere gli stili è la parte più noiosa dell’impaginare.

Io lo trovai fantastico

Poi, mi fecero impaginare un libro di matematica. Non so come funzioni ora, ma nel 1997 i programmi per impaginare la matematica erano appannaggio di pochi grafici che spesso erano meri “compositori”. Quindi si impaginava su carta. Il che significava che si fotocopiavano pagine praticamente bianche con segnata solo la griglia della pagina, si prendevano i fogli su cui il compositore aveva appunto “composto” tutto il testo di seguito, in gergo “una strisciata”, si ritagliavano tutti i pezzetti di testo e le figure e si riattaccavano sul foglio della griglia con lo scotch in modo che tutto risultasse armonico e “impaginato”. Poi si rimandava al compositore che eseguiva esattamente il risultato del tuo collage. Insomma, un lavoro certosino, ma che stranamente mi piacque tantissimo.

Il passo successivo fu fare una ricerca iconografica, ovvero cercare le immagini da inserire nei testi. All’epoca gli archivi fotografici on line erano fantascienza, per cui si cercavano le immagini su libri e riviste e poi si mandavano a scansionare da un fotolitista. Sfogliavo libri tutto il giorno alla ricerca di foto impossibili da trovare, combattendo con la costante tentazione di fermarmi a leggere ‘sti benedetti libri.

Infine mi fu concesso di impaginare alcune parti di alcuni testi in Xpress e contemporaneamente redazionarli. Ecco, quello fu proprio esaltante. Imparai che un bravo redattore non si sostituisce all’autore, che ne deve avere rispetto. Che un redattore è a servizio dell’autore e della casa editrice, ponendosi spesso come ponte e mediatore tra le richieste dell’uno e dell’altro. Che deve essere preciso nei riscontri e nella ricerca dei refusi e che è proprio questa, per me, la parte più difficile del lavoro. Imparai che non tutti gli autori hanno rispetto dei redattori, che molti autori non sanno proprio scrivere, ma che sono geniali e hanno belle idee e che questo basta perché siano autori a tutti gli effetti. Imparai a pormi delle domande, a verificare tutto quello che viene scritto, o almeno a provarci. Ho allenato il mio gusto estetico, ho imparato qualche trucchetto, e, soprattutto grazie ai miei innumerevoli errori, ho imparato quello che non va fatto. Ho imparato che un refuso brutto in prima stampa scappa sempre, che dopo 5 giri di bozze potrebbe esserci anche scritto “culo” e tu non lo vedi più. Che un bravo correttore di bozze è preziosissimo.

Dopo tre anni di tutto questo, dopo l’assunzione in una casa editrice, smisi di impaginare, continuai a redazionare, ma il mio lavoro diventò soprattutto quello di “coordinare”, cioè far in modo che autori, grafici, redattori, illustratori lavorassero insieme rispettando dei tempi, seguendo un progetto, rientrando nei costi e verificando che tutto fosse corretto. Un lavoro di mediazione, dove devi conciliare idee e opinioni diverse, dove devi rispondere sì o no a domande che riguardano cose che spesso non sono oggettivamente giuste o sbagliate, per cui ti devi prendere la responsabilità di un filetto rosso, una frase un po’ azzardata, un disegno non proprio corretto ma “non c’è più tempo per correggerlo”. Un lavoro dove ti stressano affinché tu poi a tua volta possa stressare altre persone. Ma scoprii anche che rivedere il lavoro degli altri è molto più facile che farlo, che sembrare “bravi” facendo le pulci alla redazione di altri, ti da una falsa immagine di stessa, ti fa credere di essere “bravissima”. Dopo sei anni così, mi dovetti rassegnare e riconoscere che, benché quel tipo di lavoro mi riuscisse forse anche abbastanza bene, semplicemente non faceva per me. Ero diventata una persona cattiva, frustrata, perennemente incazzata e dalla costante lamentela. Per me erano tutti degli incapaci, io ero vittima di ingiustizie e avevo la sensazione che le mie giornate fossero scandite solo dall’ora della mensa. Quindi, via, dimissioni, partita iva e ritorno alla libertà. Nel frattempo però l’avvento di Indesign e quindi di libri sempre più sofisticati, mi aveva fatto perdere il treno dell’impaginazione, ormai riservata, giustamente, a grafici che avevano studiato per esserlo. E così mi dedicai alla pura redazione e alla ricerca iconografica, con alcune parentesi di coordinamento e una breve fuga delirante nel mondo del digitale.

Poi, esattamente un anno fa, davanti a una macchinetta del caffè, in quel raro momento di pace e serenità che segue per qualche giorno la chiusura dei libri, mentre sondo se c’è lavoro per me per il prossimo anno, alla notizia che un corso non aveva ancora tutti gli autori definiti e un paio di volumi ancora da assegnare, me ne esco con una battuta di quelle che spesso i redattori fanno: “ma te li scrivo io!”. Solo che questa volta il pazzo con cui stavo bevendo il caffè mi ha detto, “ok, fallo”.

Ho passato quattro mesi in biblioteca, ho saccheggiato la fiera del libro per ragazzi di Bologna e le librerie di tutti gli amici con figli dai sette ai nove anni, ho ripreso quaderni dei miei figli, navigato nei siti Internet di maestre di tutta Italia, ho osservato i bambini della scuola dei miei figli e ho fatto domande un po’ a chiunque. Poi mi sono messa al computer e ci ho messo dentro tutto quello che ho imparato in vent’anni di libri, più quello che avevo imparato facendo la supplente, fino a quello che ho studiato all’università e prima ancora alle magistrali. È stato bellissimo. Poi ho dato tutto in pasto alla casa editrice, a un redattore che non ero io e la cosa mi ha dato una strana sensazione. Loro lo hanno lavorato, corretto, impaginato, disegnato. Qualche giorno fa mi hanno fatto vedere la copertina: il mio nome solo soletto, là in alto, sembrava uno pseudonimo, un nome finto di quelli che usano i grafici per fare le prove delle copertine. Corto, banale e poco incisivo. Ci vorranno ancora alcune settimane perché questi due volumi, insieme agli altri del corso scritti da altre persone, potranno prendere il largo ed essere sottoposti al severo giudizio delle insegnanti. Ma quel nome corto e banale su quella bozza di copertina è il mio, e vederlo lì mi ha fatto tenerezza.

Come Chiara Ferragni

Ho iniziato quest’estate per noia. Ho un profilo di Instagram da qualche anno ma per un sacco di tempo non ho pubblicato nulla. Non mi è chiaro il funzionamento, non so chi siano i miei contatti, non ho ben chiaro chi io segua… la prima foto fu a capodanno e fu di un cesso. Da allora io su Instagram fotografo solo cessi. Lo spaccio per un progetto artistico alternativo, ma in realtà è perché non so fotografare, non vengo bene in foto e in generale preferisco trastullarmi con le parole piuttosto che con i selfie. Come tutti gli anziani, io mi sento più a mio agio su Facebook. Poi però, quest’estate, grazie a un corso accelerato di Instagram impartitomi dai miei figli mentre mi rompevo le palle davanti al mare della Croazia, scopro le stories. E mi si apre un mondo.

Quello di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni pubblica ogni giorno un numero considerevole di stories: la prima del mattino ci mostra il suo outfit della giornata (this is my look of the day… ), le altre ci mostrano il suo bambino bellissimo (non è ironico, è veramente bellissimo), le sue sorelle, sua madre, i suoi amici (che lei chiama indistintamente“bebe”), il suo guardaroba, la sua borsa, lei fuori a pranzo, poi fuori a cena e infine la giornata che si conclude con Fedez che dorme sul divano. Le sue stories sono quasi tutte in inglese, perché la maggior parte dei suoi followers sono americani, anche se chi commenta le sue foto sono soprattutto italiani. E un sacco di questi la insultano.

Ecco, la cosa fantastica che ho scoperto è che Chiara Ferragni degli insulti semplicemente se ne fotte.

Anzi, risponde e fa gli screen shot solo ai commenti carini, quelli dove le fanno complimenti, le raccontano storie commuoventi e le dicono di come lei sia di inspirazione per loro. E li posta su altre stories, ignorando nel modo più totale chi la insulta, dando l’impressione che gli haters semplicemente non esistano. Ovviamente seguo anche il di lei consorte, Fedez appunto, e la differenza è abissale: lui ci rimane male, si incazza, risponde, fa lunghi video messaggi con le sue ragioni. Con il risultato che gli haters si ringalluzziscono, pensano di avere una dignità, e ci danno dentro, perché sentono di avere colpito.

Chiara Ferragni invece sorride nello specchio dell’ascensore, mostra la sua ultima borsa vintage Gucci e si fa riprendere mentre mostra orgogliosa il trucco e la piega appena fatta. Chiara Ferragni conosce molto bene i social, ci ha costruito sopra un impero, è il suo lavoro. È Instagram che le permette di guadagnare, per cui lo sa usare molto bene e sa bene chi lo frequenta.

E lei li guarda dall’alto, e sorride in quel modo così disarmante che i suoi haters risultano ancora più piccoli e insignificanti di quanto già non possano essere tutti coloro che non hanno proprio niente di meglio da fare che insultarla su Instagram. Lei sorride e conta le visualizzazioni.

Ok, ve lo confesso. A me Chiara Ferragni piace un sacco.