Un nome corto e banale

Attenzione: post ad alto contenuto egocentrico. Per cui se siete insofferenti ai post autoreferenziali o alla mia persona, sappiate che vi capisco. Quindi passate oltre. Vi vorrò bene lo stesso.

Era il 1997. La prima cosa che ho fatto è stato riscontrare un indice dei nomi di un libro di storia. Penso che sia una delle cose più noiose che esista.

Io lo trovai fantastico

Poi mi chiesero di “mettere gli stili”. All’epoca si impaginava con xpress, ma credo che funzioni ancora così: la prima cosa che si fa quando si impagina un libro è importare i testi dai file di word che ti passa l’autore o il redattore e gli si dà “lo stile”, ovvero si assegna la font corretta a ogni parte scritta. I titoli, il testo, le operative, le didascalie, ognuno con la propria font, il corpo e il colore come da progetto grafico. Ecco, mettere gli stili è la parte più noiosa dell’impaginare.

Io lo trovai fantastico

Poi, mi fecero impaginare un libro di matematica. Non so come funzioni ora, ma nel 1997 i programmi per impaginare la matematica erano appannaggio di pochi grafici che spesso erano meri “compositori”. Quindi si impaginava su carta. Il che significava che si fotocopiavano pagine praticamente bianche con segnata solo la griglia della pagina, si prendevano i fogli su cui il compositore aveva appunto “composto” tutto il testo di seguito, in gergo “una strisciata”, si ritagliavano tutti i pezzetti di testo e le figure e si riattaccavano sul foglio della griglia con lo scotch in modo che tutto risultasse armonico e “impaginato”. Poi si rimandava al compositore che eseguiva esattamente il risultato del tuo collage. Insomma, un lavoro certosino, ma che stranamente mi piacque tantissimo.

Il passo successivo fu fare una ricerca iconografica, ovvero cercare le immagini da inserire nei testi. All’epoca gli archivi fotografici on line erano fantascienza, per cui si cercavano le immagini su libri e riviste e poi si mandavano a scansionare da un fotolitista. Sfogliavo libri tutto il giorno alla ricerca di foto impossibili da trovare, combattendo con la costante tentazione di fermarmi a leggere ‘sti benedetti libri.

Infine mi fu concesso di impaginare alcune parti di alcuni testi in Xpress e contemporaneamente redazionarli. Ecco, quello fu proprio esaltante. Imparai che un bravo redattore non si sostituisce all’autore, che ne deve avere rispetto. Che un redattore è a servizio dell’autore e della casa editrice, ponendosi spesso come ponte e mediatore tra le richieste dell’uno e dell’altro. Che deve essere preciso nei riscontri e nella ricerca dei refusi e che è proprio questa, per me, la parte più difficile del lavoro. Imparai che non tutti gli autori hanno rispetto dei redattori, che molti autori non sanno proprio scrivere, ma che sono geniali e hanno belle idee e che questo basta perché siano autori a tutti gli effetti. Imparai a pormi delle domande, a verificare tutto quello che viene scritto, o almeno a provarci. Ho allenato il mio gusto estetico, ho imparato qualche trucchetto, e, soprattutto grazie ai miei innumerevoli errori, ho imparato quello che non va fatto. Ho imparato che un refuso brutto in prima stampa scappa sempre, che dopo 5 giri di bozze potrebbe esserci anche scritto “culo” e tu non lo vedi più. Che un bravo correttore di bozze è preziosissimo.

Dopo tre anni di tutto questo, dopo l’assunzione in una casa editrice, smisi di impaginare, continuai a redazionare, ma il mio lavoro diventò soprattutto quello di “coordinare”, cioè far in modo che autori, grafici, redattori, illustratori lavorassero insieme rispettando dei tempi, seguendo un progetto, rientrando nei costi e verificando che tutto fosse corretto. Un lavoro di mediazione, dove devi conciliare idee e opinioni diverse, dove devi rispondere sì o no a domande che riguardano cose che spesso non sono oggettivamente giuste o sbagliate, per cui ti devi prendere la responsabilità di un filetto rosso, una frase un po’ azzardata, un disegno non proprio corretto ma “non c’è più tempo per correggerlo”. Un lavoro dove ti stressano affinché tu poi a tua volta possa stressare altre persone. Ma scoprii anche che rivedere il lavoro degli altri è molto più facile che farlo, che sembrare “bravi” facendo le pulci alla redazione di altri, ti da una falsa immagine di stessa, ti fa credere di essere “bravissima”. Dopo sei anni così, mi dovetti rassegnare e riconoscere che, benché quel tipo di lavoro mi riuscisse forse anche abbastanza bene, semplicemente non faceva per me. Ero diventata una persona cattiva, frustrata, perennemente incazzata e dalla costante lamentela. Per me erano tutti degli incapaci, io ero vittima di ingiustizie e avevo la sensazione che le mie giornate fossero scandite solo dall’ora della mensa. Quindi, via, dimissioni, partita iva e ritorno alla libertà. Nel frattempo però l’avvento di Indesign e quindi di libri sempre più sofisticati, mi aveva fatto perdere il treno dell’impaginazione, ormai riservata, giustamente, a grafici che avevano studiato per esserlo. E così mi dedicai alla pura redazione e alla ricerca iconografica, con alcune parentesi di coordinamento e una breve fuga delirante nel mondo del digitale.

Poi, esattamente un anno fa, davanti a una macchinetta del caffè, in quel raro momento di pace e serenità che segue per qualche giorno la chiusura dei libri, mentre sondo se c’è lavoro per me per il prossimo anno, alla notizia che un corso non aveva ancora tutti gli autori definiti e un paio di volumi ancora da assegnare, me ne esco con una battuta di quelle che spesso i redattori fanno: “ma te li scrivo io!”. Solo che questa volta il pazzo con cui stavo bevendo il caffè mi ha detto, “ok, fallo”.

Ho passato quattro mesi in biblioteca, ho saccheggiato la fiera del libro per ragazzi di Bologna e le librerie di tutti gli amici con figli dai sette ai nove anni, ho ripreso quaderni dei miei figli, navigato nei siti Internet di maestre di tutta Italia, ho osservato i bambini della scuola dei miei figli e ho fatto domande un po’ a chiunque. Poi mi sono messa al computer e ci ho messo dentro tutto quello che ho imparato in vent’anni di libri, più quello che avevo imparato facendo la supplente, fino a quello che ho studiato all’università e prima ancora alle magistrali. È stato bellissimo. Poi ho dato tutto in pasto alla casa editrice, a un redattore che non ero io e la cosa mi ha dato una strana sensazione. Loro lo hanno lavorato, corretto, impaginato, disegnato. Qualche giorno fa mi hanno fatto vedere la copertina: il mio nome solo soletto, là in alto, sembrava uno pseudonimo, un nome finto di quelli che usano i grafici per fare le prove delle copertine. Corto, banale e poco incisivo. Ci vorranno ancora alcune settimane perché questi due volumi, insieme agli altri del corso scritti da altre persone, potranno prendere il largo ed essere sottoposti al severo giudizio delle insegnanti. Ma quel nome corto e banale su quella bozza di copertina è il mio, e vederlo lì mi ha fatto tenerezza.

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Come Chiara Ferragni

Ho iniziato quest’estate per noia. Ho un profilo di Instagram da qualche anno ma per un sacco di tempo non ho pubblicato nulla. Non mi è chiaro il funzionamento, non so chi siano i miei contatti, non ho ben chiaro chi io segua… la prima foto fu a capodanno e fu di un cesso. Da allora io su Instagram fotografo solo cessi. Lo spaccio per un progetto artistico alternativo, ma in realtà è perché non so fotografare, non vengo bene in foto e in generale preferisco trastullarmi con le parole piuttosto che con i selfie. Come tutti gli anziani, io mi sento più a mio agio su Facebook. Poi però, quest’estate, grazie a un corso accelerato di Instagram impartitomi dai miei figli mentre mi rompevo le palle davanti al mare della Croazia, scopro le stories. E mi si apre un mondo.

Quello di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni pubblica ogni giorno un numero considerevole di stories: la prima del mattino ci mostra il suo outfit della giornata (this is my look of the day… ), le altre ci mostrano il suo bambino bellissimo (non è ironico, è veramente bellissimo), le sue sorelle, sua madre, i suoi amici (che lei chiama indistintamente“bebe”), il suo guardaroba, la sua borsa, lei fuori a pranzo, poi fuori a cena e infine la giornata che si conclude con Fedez che dorme sul divano. Le sue stories sono quasi tutte in inglese, perché la maggior parte dei suoi followers sono americani, anche se chi commenta le sue foto sono soprattutto italiani. E un sacco di questi la insultano.

Ecco, la cosa fantastica che ho scoperto è che Chiara Ferragni degli insulti semplicemente se ne fotte.

Anzi, risponde e fa gli screen shot solo ai commenti carini, quelli dove le fanno complimenti, le raccontano storie commuoventi e le dicono di come lei sia di inspirazione per loro. E li posta su altre stories, ignorando nel modo più totale chi la insulta, dando l’impressione che gli haters semplicemente non esistano. Ovviamente seguo anche il di lei consorte, Fedez appunto, e la differenza è abissale: lui ci rimane male, si incazza, risponde, fa lunghi video messaggi con le sue ragioni. Con il risultato che gli haters si ringalluzziscono, pensano di avere una dignità, e ci danno dentro, perché sentono di avere colpito.

Chiara Ferragni invece sorride nello specchio dell’ascensore, mostra la sua ultima borsa vintage Gucci e si fa riprendere mentre mostra orgogliosa il trucco e la piega appena fatta. Chiara Ferragni conosce molto bene i social, ci ha costruito sopra un impero, è il suo lavoro. È Instagram che le permette di guadagnare, per cui lo sa usare molto bene e sa bene chi lo frequenta.

E lei li guarda dall’alto, e sorride in quel modo così disarmante che i suoi haters risultano ancora più piccoli e insignificanti di quanto già non possano essere tutti coloro che non hanno proprio niente di meglio da fare che insultarla su Instagram. Lei sorride e conta le visualizzazioni.

Ok, ve lo confesso. A me Chiara Ferragni piace un sacco.

Lavaggio strade

La via in cui abito è una delle poche rimaste a Milano con il lavaggio stradale settimanale. Questo significa che spesso il giovedì, quando ormai hai lavato i denti e stai già per buttarti nel letto, ti ricordi che bisogna spostare la macchina. Confesso che la stragrande maggioranza delle volte a scendere è il consorte, ma qualche volta ci vado io, anche perché la macchina da spostare è la mia. E così stasera, dopo aver urlato “quando torno vi voglio trovare tutti a letto”, ho messo le scarpe e con uno sforzo sovraumano, ho chiamato l’ascensore e sono scesa. Mentre scendevo ringraziavo il cielo di non avere un cane, così da avere questo supplizio solo una volta alla settimana e non tutte le sante sere.

Poi però, una volta uscita, mi ha accolto una serata che profumava di luna. Sono salita in macchina con il fare da gran donna vissuta, ho ingranato la marcia con la sicurezza di chi basta a se stesso e ho cominciato a girovagare alla ricerca di parcheggio come se guidare fosse la cosa che mi piace di più al mondo. Avrei potuto guidare per ore. Alla fine ho desistito e ho messo la macchina nel posto della disperazione, quello cioè dove la parcheggio quando proprio non so dove ficcarla. È una vietta tranquilla, poco frequentata. Da qualche tempo ci hanno messo delle panchine e stasera c’era un gruppo di persone che chiacchierava.

Ah… non so cosa avrei dato per aver qualcuno anche io con cui chiacchierare: una bottiglia di birra e una panchina su cui sedermi scomposta a ragionare sul senso della vita, a spettegolare, a ridere di scemate nel buio ovattato della notte. Come quando a vent’anni, nell’era pre-cellulare, capitava che dopo cena citofonasse qualche amica che diceva semplicemente “scendi un po’?”

Invece ho chiuso la macchina e con passo stanco sono tornata a casa, ho caricato la lavastoviglie, ho tirato giù le tapparelle, ho urlato “spegnete la luce che è tardi”, ho spento il computer cercando di memorizzare tutto quello che devo fare domani e mi sono infilata nel letto con il cellulare in mano.

Tra le cose da fare domani però ci metto “comprare della birra”. Se dovesse ripresentarsi una serata che profuma di luna, e dovesse citofonare qualcuno che ha voglia di chiacchierare, voglio essere preparata.

Questione di look

Siamo in vacanza con altre due famiglie di amici. Ogni famiglia è composta da due adulti e tre figli, quindi siamo in quindici, di cui nove minorenni. Siamo spesso per forza di cose rumorosi e ingombranti e così per ridere ogni tanto, con una battuta alquanto tristanzuola, ci definiamo un “oratorio”. Oggi eravamo in un bellissimo parco naturale croato, c’era tanta gente, e così a un certo punto, mi è scappato un “don, aspetta che arrivi tutto l’oratorio”. Non ho fatto molto caso a chi c’era intorno, se ci fossero italiani, insomma, era una battuta innocua…

Proseguiamo il nostro giro tra cascate e laghetti e arriviamo in un posto dove è possibile fare il bagno. Dal momento che io non so praticamente nuotare, sono pigra e non amo mettermi in costume, rimango in un praticello a fare da guardiana a zainetti e ciabatte mentre tutti si buttano nel fiume a nuotare circondati da varia umanità. Sono lì tranquilla che penso ai fatti miei, quando la mia attenzione viene attirata da un movimento di persone, così mi alzo e vado a vedere che succede: due ragazzi si stavano per tuffare dall’alto delle cascate. Insomma, non erano le cascate vittoria, ma il tuffo ha avuto il suo fascino. Dopo aver assistito al salto, mi giro e torno verso la mia postazione. Ed è li che la vedo. Mi sorride, avrà qualche anno più di me, ed è chiaramente italiana. Pensando che il suo sorriso si riferisca al tuffo, ricambio il sorriso e saluto. Lei attacca bottone: mi chiede di dove siamo e scopriamo di essere entrambe di Milano. Quindi se ne esce con : “che bel gruppo che siete: quando i miei figli erano piccoli anche loro andavano sempre in vacanza con l’oratorio “. Rimango un po’ perplessa, non capisco il nesso, ma spiego che siamo tre famiglie con tre figli ciascuna. La sua espressione muta leggermente e la conversazione finisce lì. Mi risiedo e, con calma, comincio a razionalizzare. Mi guardo. Ora, io già normalmente non è che sia esattamente la Ferragni, ma in vacanza proprio non mi pongo il problema dell’outfit. E così improvvisamente mi rendo conto di avere una gonna sotto il ginocchio azzurrina, dei sandali di cuoio ai piedi e un foulard blu in testa. A dir la verità indosso anche una canottiera di un bel verde, ma a differenza degli altri non mi sono messa in costume e sto guardando il cielo. Ora, io non so se la tipa abbia sentito la battuta dell’oratorio, ma guardando le foto della giornata ora ne ho la certezza: mi ha preso per una suora…

La leggenda narra

La leggenda narra che il 29 luglio 1970 una giovane sposa al nono mese di gravidanza, avesse una visita di controllo presso la clinica Quattro Marie, periferia est di Milano. Le avevano detto che il lieto evento avrebbe dovuto essere il 26, e così, essendo ormai oltre il termine presunto del parto, si accingeva quella mattina a recarsi in clinica per vedere come quella creatura, dal sesso ancora sconosciuto, stava messa. Affidò il suo primogenito, un bel bambino biondo di poco più di un anno, alla nonna, e con il suocero si avviò verso Ponte Lambro. Nel 1970 non era contemplato che il consorte perdesse un giorno di lavoro per accompagnare la moglie in procinto di partorire, ma d’altronde gli uomini non erano ammessi in sala parto e quindi la loro presenza era del tutto inutile.

Dovete sapere che a fine luglio 1970 la costruzione della tangenziale est era nel pieno dei lavori: un’opera immensa, intrisa di fascino che avrebbe rivoluzionato le abitudini e le imprecazioni dei milanesi negli anni a venire. Fatto sta che la tangenziale stava sorgendo proprio accanto alla clinica, e così il suocero, lasciata la nuora dinnanzi all’ingresso, pensó di ingannare l’attesa andando a vedere da vicino il progredire dei lavori. La nuora, del tutto serena dal momento che nessuna avvisaglia le faceva temere un imminente travaglio, salutò il suocero e si recò alla sua visita di controllo. Ma qui avvenne l’inaspettato: il medico o l’ostetrica di turno (questa informazione non è stata ben tramandata) non appena dette un’occhiata decretò che il parto era imminente e che era bene che la giovane sposa rimanesse in clinica. Presa in contropiede, il primo pensiero della giovane gravida fu per il suocero. In un’epoca dove il cellulare era oltre anche le più ardite premonizioni fantascientifiche, decise che l’unico modo per avvisare il suocero fosse quello di andarlo a cercare personalmente. È così fece.

La leggenda narra che per fortuna, uscita dalla clinica e fatti alcuni metri in direzione del cantiere, la giovane sposa, in un momento di lucidità, si fermasse chiedendosi se non fosse un po’ avventato avventurarsi in una calda giornata d’estate, incinta di nove mesi e con un parto imminente, in un cantiere alla ricerca di un anziano. E così, girò i tacchi e tornò lesta da dove era venuta, dove fu accolta da una simpatica e affabile ostetrica.

Fu un travaglio discreto, che negli anni e nel ripetersi nella narrazione della leggenda arrivò ad essere descritto come una piacevole mattinata di chiacchiere, dove praticamente non successe nulla. E così, l’ostetrica, vedendo avvicinarsi sempre più l’ora di pranzo ma soprattutto l’ora di fine turno, ad un certo punto se ne uscì con un “va be’, vediamo di far nascere sto bambino che adesso son curiosa di vederlo.”

E così, non si sa bene come, poco dopo le 13, io venni al mondo. La leggenda non riporta quando e come ritrovarono mio nonno, quando e come fu informato dell’evento mio padre e dove dormì quella notte mio fratello. Poco importa. Sono nata il 29 luglio 1970 poco dopo le 13, a Ponte Lambro, accanto al cantiere dove si stava costruendo la tangenziale est. 48 anni fa.

Radical chic

Io e Matteo Salvini abbiamo molte cose in comune. È difficile per me ammetterlo ma è così. Non so in quale quartiere lui sia cresciuto, non sono ancora riuscita a scoprirlo, ma da quello che ho letto, immagino che lui provenga da una famiglia di classe sociale media, che sia cresciuto in un bel quartiere ma non certo di lusso, e che nella sua infanzia abbia pensato di essere ricco. Che poi al liceo, al Leoncavallo, in università abbia conosciuto i veri ricchi, si sia sentito escluso, ed eccolo qui: l’odio per i radical chic. I radical chic a Milano sono quelli ricchi ma che vanno in giro con maglioni bucati di cachemire, che frequentano posti di sinistra ma che gli unici operai che conoscono sono quelli che hanno ristrutturato il loro attico in centro, che hanno la donna di servizio 24 ore al giorno ma a cui sono “affezionatissimi”, che amano le cose usate a patto che siano vintage, detestano i centri commerciali e, fondamentalmente, la gente comune. Per intenderci: la val d’Aosta e la Toscana sono radical chic, il Trentino e la Romagna no. Andare in barca a vela è radical chic, il motoscafo no.

I radical chic hanno marche così esclusive che la gente normale non le conosce neppure, perché a loro “non interessa il marchio, ma la qualità” e si sa… la qualità costa… oppure hanno cose pagate tre lire su una bancarella a Bali, o nel negozietto carino carino di Berlino o Parigi. Da ragazzi hanno guadagnato i primi soldi raccogliendo frutta, facendo i camerieri, ma appena laureati hanno subito trovato lavoro nello studio dell’amico del papà.

Ecco, io so chi sono i radical chic.

Quindi capite la mia incazzatura quando mi sento dare della radical chic solo perché inorridisco di fronte a una classificazione delle persone, perché provo orrore difronte al cinismo con cui ci si accanisce contro della povera gente che muore. Quando mi scandalizzo di fronte alla strumentalizzazione della sofferenza della gente per fini politici. E in questo mi riferisco alla sofferenza della gente come me, che vede giorno per giorno andare in frantumi l’illusione di benessere che ci è stata regalata dai nostri genitori, vedendo il nostro lavoro sottopagato, ipertassato in cambio di servizi scadenti.

E mi fa incazzare questo qui, salito al potere con la bava alla bocca grazie a una manciata di voti e a un accordo infame fatto con degli incapaci. Mi fa incazzare perché è un frustrato, uno che avrebbe voluto essere un radical chic ma che presumibilmente non è stato accettato. Allora si è trovato una folla di gente stanca e frustrata a cui ha fornito degli esseri più deboli da bullizzare.

Una folla di gente così simile a me. Quella che ha avuto tutto nell’infanzia grazie al lavoro dei propri genitori, ma che nell’adolescenza ha conosciuto chi aveva veramente tutto e si è sentito un po’ come quando scopri che babbo natale non esiste.

Quella classe sociale cresciuta in piccoli appartamenti in periferia, ma che in periferia è sempre stata un po’ quella privilegiata. Quelli come me, che conoscono le case popolari, ma guai a confondersi con quelle.

Siamo un po’ come la borsa imitazione della nay oleari.

E mi fanno incazzare i radical chic che continuano a snobbare la gente dei centri commerciali, quella che guarda Maria De Filippi, che fa le vacanze Romagna.

E mi fanno incazzare quelli di sinistra che hanno regalato questa folla a un omuncolo mediocre che ha fatto della mediocrità una massa crudele anziché una massa sorridente. Una sinistra pavida che sussurra per non esporsi. Vorrei che qualcuno andasse sulle spiagge affollate, nei centri commerciali, a urlare che non è dividendo la gente in buoni o cattivi, bianchi e neri, italiani e non italiani, che riavrete il vostro benessere, che non sarà lasciando morire, rinchiudendo, picchiando e discriminando chi sta peggio di voi che starete meglio. Che non è facendo i cattivi che diventerete più ricchi. Al massimo diventerete sempre più simili ai radical chic. Ovvero degli stronzi.

Ex voto

Mia nonna Lisetta credeva fermamente in Sant’Antonio. Erano molti gli aneddoti che raccontava in cui era certa che Sant’Antonio fosse venuto in suo aiuto facendole ritrovare oggetti perduti o avvertendola di imminenti pericoli.

In un paio di occasioni anche io, un po’ ridendo e un po’ scherzando, mi sono rivolta a lui, ma ho sempre trovato la cosa abbastanza folkloristica.

Fino a stasera. Quando il consorte mi ha avvisato che tornando a casa aveva notato che la mia macchina non aveva più la targa davanti, confesso che un po’ mi è venuto il magone. Lo sconforto è aumentato dopo la telefonata con l’amica che si occupa di pratiche auto che mi ha spiegato cosa dovevo fare e quello che mi aspettava: denuncia, attesa di 15 giorni, quindi rimmatricolazione dell’auto, attesa delle nuove targhe e conseguente comunicazione all’assicurazione e quindi attesa della nuova polizza.

Così, essendo questi giorni un po’ faticosi per me, insomma, uno di quei periodi che ti fa dire “ci mancava solo questa”, quando il consorte ha detto “devo spostare la macchina, magari faccio un giro dove sei stata ieri”, io ho risposto “ok, grazie, ma chiediamo aiuto anche a Sant’Antonio “. E l’ho detto convinta, non stavo scherzando. Per cui, boh, adesso capirete che quando dopo un quarto d’ora il consorte mi ha mandato la foto della mia targa ritrovata sotto casa di mia mamma appoggiata a un palo, il mio pensiero è andato immediatamente al santo di Padova.

Grazie quindi infinitamente allo sconosciuto che ha raccolto la mia targa e l’ha lasciata in un posto ben visibile. Io però sono certa, come lo sarebbe stata solo mia nonna Lisetta, che sia stato Sant’Antonio…

38,5

Avere 38,5 di febbre.

A 3 mesi: tetta, cacca, nanna, piango e poi magari ripiango così torna tetta, cacca, nanna, piango e poi ripiango, così torna tetta, cacca, nanna e poi…

A 3 anni: miiii che mal di testa… adesso chiamo la mamma alle 21.00, alle 22.00, alle 23, 24, 1, 2, 3, 4…. alle 6 sto da dio e mi farei una bella giocata con palla, pentolini, arrampicata del divano, svuota il cassetto delle pentole, degli asciugamani, delle posate, dei detersivi… ma perché la mamma mi guarda male e dice parole che io non conosco?

A 7 anni: figata! Viene la nonna e mi porta topolino, focus junior, il lego nuovo, il dinosauro da costruire, la tour eiffel in 3D, mi fa guardare la TV tutto il giorno, mi cucina pasta in bianco, patate lesse e mela grattugiata! Questa sì che è vita!

A 14 anni: figata! Niente scuola!

A 22 anni: febbre? Cos’è la febbre?

A 35 anni: febbre? Non posso permettermelo: mi prendo tachipirina, tachifludec, nurofen, un infuso di erbe tibetane, fiori di Bach, una bomba a mano e sono un fiore! Posso lavorare, cucinare, mettere in ordine la casa, svegliarmi ogni ora per curare i figli, perché loro sì, poverini, che stanno male.

A 47 anni: vi ho voluto bene. Ricordatemi con affetto.

Un banco di scuola

Quando avevo sedici anni e i miei genitori andavano alle riunioni alla mia scuola, pensavo che loro fossero sereni, decisi, e mi preoccupavo solo del loro ritorno a casa, della faccia che avrebbero fatto.

Non so come stessero i miei genitori, ma so come mi sto sentendo io in questi giorni di prime riunioni.

Arrivo davanti al portone di questi licei e mi sudano le mani.

Mi siedo a quei banchi così simili a quelli dove mi sedevo io e mi sembra di avere ancora sedici anni. Quando entrano i professori ho un sussulto. Gli altri genitori mi sembrano le mie vecchie compagne: ci sono quelli svegli e ironici, quelli seri e composti, quelli oggettivamente antipatici, quelli che si mettono in mostra e quelli che tacciono all’ultimo banco.

E sudo. E torno ad avere sedici anni.

Io ho odiato le mie magistrali.

Odiavo la suora che scorreva i nomi per decidere chi interrogare, odiavo le preferenze che facevano le prof, odiavo quella costante sensazione di essere sempre giudicata.

C’erano giorni che all’ultima ora scrivevo su un foglio i numeri da 50 a 0 e ogni minuto che passava ne cancellavo uno con una crocetta.

Tutto quello che volevo era uscire di lì, togliermi quel grembiule di un verde imbarazzante e tornare a respirare.

Studiavo il minimo sindacale per avere una media accettabile e ricordo di aver studiato con piacere solo alcuni argomenti di psicologia, didattica e filosofia. E la cosa strana è che la prof che insegnava queste materie era oggettivamente la più stronza. Per cui so benissimo che i prof stronzi spesso non sono i peggiori.

Poi però uscivo e avevo gli scout, dove stavo bene, avevo gli amici e mi sentivo al posto giusto.

In queste sere, seduta a quei banchi, mi sento estremamente solidale con i miei figli. Ricordo la fatica di passare le giornate con compagni che non ti scegli, la frustrazione di avere prof per i quali tu sei solo uno dei tanti, la fatica della costanza che bisogna avere, che appena molli un secondo il 4 è in agguato.

Il mio ruolo di madre mi impone di spronarli, di rompergli le palle, e ogni tanto mi dimentico che non è facile.

Ed è per questo che spero con tutto il cuore che anche loro trovino un posto dove stare bene, dove sentirsi al posto giusto, adeguati, in pace. Che potrebbe essere la loro stessa scuola, ma che potrebbe anche essere altro. Un posto che li ricarichi e gli dia la forza di affrontare poi anche i luoghi e le situazioni dove così bene poi non si sta.

Io ce l’avevo. E sarò sempre grata per questo.

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Tra l’ansia e la Grecia

Per le persone ansiose le vacanze non sono mai sinonimo di “riposo”. La persona ansiosa la riconosci perché è quella il cui più grande desiderio prima di partire, è quello di tornare. Le persone ansiose, mentre aspettano di salire su un traghetto, guardano con invidia quelle che scendono già abbronzate, rilassate, con quell’andatura “take it easy” e in cuor loro dicono una piccola preghiera affinché la nave non affondi, non gli venga rubato nulla, non perdano nulla, nessuno si faccia male, non succeda nulla alla casa rimasta al caldo, che i posti prenotati siano effettivamente prenotati, che siano decenti… insomma, qualsiasi cosa affinché tra una decina di giorni anche loro possano scendere da questa benedetta nave abbronzati, rilassati, “take it easy”.

Le persone ansiose mentre aspettano di salire sulla nave pensano se hanno chiuso la casa, se hanno chiuso bene i rubinetti. Che forse era meglio chiuderla proprio l’acqua, ma forse no visto che la signora andrà a pulire e forse era più rischioso lasciare a lei il compito di aprire e chiudere. Il ferro l’ho staccato, ne sono certa. Chissà se ho preso tutte le bozze che mi servono per lavorare. Va be, senza computer combino poco… quando torno dovrò correre… avrò messo tutto nella valigia? Sicuramente qualcosa lo avrò dimenticato. Ma perché accetto sempre queste vacanze itineranti? Ma non si può andare in un solo posto, magari con cena, pranzo e colazione incluso, di quelli che ti recuperano all’aeroporto con il cartello e poi puoi buttare il cervello nel primo cestino? Perché mi ostino a far credere che anche secondo me le vacanze un po’ randagie sono le più belle. Forse in effetti era meglio andare in aereo. Ma forse no: almeno ho potuto portare più roba. Oddio forse ho dimenticato qualcosa, ma non mi viene in mente cosa…Insomma, Io sono una persona ansiosa!

Quest’anno pensavo di stare meglio, mi sembrava di aver scampato l’ansia da partenza, mi sentivo così tranquilla, serena. Andiamo in Grecia. Cazzarola vanno tutti in Grecia, posso farcela anche io… è vero, ci vado con trent’anni di ritardo perché in Grecia si va a 18 anni con gli amici, ma pazienza. E poi se ci vanno i diciottenni, posso farcela anche io. Dai, l’anno scorso ho sbarellato prima di partire, ma andavo in Africa! Quest’anno ero rilassata, lo giuro. Anche se l’anno scorso mentre eravamo via la casa ci si è allagata. Nonostante il parquettista si sia palesato dopo un anno (si, perché noi ansiosi tendiamo a rimandare quello che ci mette ansia), esattamente quattro giorni prima della partenza e che dopo aver sollevato il pavimento di mezza camera, abbia sentenziato “ancora umido, torno a settembre”. È così le valige sono state fatte facendo lo slalom tra i mobili della camera spostati in sala, saltando i punti dove il pavimento è stato tolto, circumnavigando il tavolo del soggiorno diventato momentaneamente il mio tavolo di lavoro con bozze ovunque. Ero rilassata nonostante la settimana più calda nella storia di Milano. Nonostante tre figli in casa accaldati che pur di aver un po’ di fresco del condizionatore stanziavano in soggiorno, tra i mobili della camera ammassati, le mie bozze e me che cerco di lavorare per consegnare le ultime cose prima della partenza. Credevo di essere tranquilla, finché decido che se voglio raggiungere il bagno senza rompermi una gamba qualcosa deve andare in cantina. E così organizzo una spedizione con figli maschi appresso. Già sul pianerottolo la mia sanità mentale vacilla: lo sbalzo di temperatura manda in pappa il cervello dei minori e già entrare nell’ascensore in tre con due scatoloni pesanti diventa un’impresa. Anche perché la giovane prole sentenzia che gli scatoloni sono troppo pesanti e che quindi devo portarmeli io. Ho troppo caldo per chiedermi a questo punto perché me li sto portando dietro ma in qualche modo raggiungiamo la cantina. Ormai sudata e innervosita, capisco che sto per cedere quando percepisco che la mia voce sta diventando sempre più stridula. Ma è lo sforzo per mettere uno scatolone ultrapesante nello scaffale più alto a sentenziare il tracollo. Perché nello scaffale più basso, quello più comodo per infilare lo scatolone, c’è la canoa, quella gonfiabile, quella che poi avrebbe occupato mezzo bagagliaio, quella per cui devo pensare bene a cosa portare perché “tutto non ci sta”, quella che io non uso perché non so notare. Ed è quando finalmente riesco a sollevare lo scatolone in alto rendendomi drammaticamente conto che non ci sta, che cedo. E dopo aver insultato i miei figli che assistono alla scena con quello sguardo che solo l’adolescenza e i 40 gradi riescono a creare, me ne esco con un solenne “ma va a fan culo voi, ‘ste ferie e sta canoa di merda”. E mentre mi lascio andare ad altre espressioni colorite, dando libero sfogo a quell’ansia che c’era e che c’è sempre stata, si palesa dal nulla il vicino di casa con il figlio. Tranquilli, rilassati, freschi. Il padre ordina al figlio di andare a prendere l’altra scatola che ho lasciato sulle scale per aiutarmi, il giovane solerte ubbidisce, e la porta giù senza il minimo sforzo e il minimo lamento, mentre i miei di figli rimangono schiacciati nella cantina guardando con indifferenza la scena e continuando a farsi i dispetti. A quel punto il vicino se ne esce con un “allora, quando partite? Dai coraggio, manca poco..” E io capisco che mi sta prendendo per il culo.

Quindi adesso sono qui, davanti a una nave che vorrei non affondasse, sperando che l’appartamento affittato a Atene non sia di proprietà di jack lo squartatore e che l’isola dove andremo non sia il rifugio di hippy nudisti ultimi sostenitori del sesso libero in spiaggia. Poi arriveranno gli amici e il viaggio continuerà con loro, e spero che per allora la Grecia faccia il suo miracolo e si porti via quest’ansia di merda.

Buone vacanze a tutti.

Ps: Dicono di non dire mai su internet quando si è via, per cui adesso ho l’ansia. Volevo quindi avvisare i ladri che a casa mia ci sarà sempre qualcuno ma soprattutto che è pericoloso entrarci, si rischia di farsi del male e comunque non c’è una mazza da rubare…