2002 -2020

Questa non è stata la prima reclusione della mia vita.

Il 23 gennaio del 2002 mi recai all’ospedale Macedonio Melloni per fare un’ecografia. Ero incinta di cinque mesi e trepidante mi accingevo a quella che viene chiamata “eco morfologica”, praticamente l’eco con cui si controlla che il bambino che hai in pancia abbia tutti i pezzi al posto giusto.

Il bambino, o meglio, la bambina stava benissimo. Anche troppo: si era già messa in posizione pronta per nascere. La ginecologa mi guardò, mi fece qualche domanda sul mio lavoro, sulla mia casa e poi pronunciò la sentenza: “riposo”. Mi fece compilare un po’ fogli, mi diede il numero del medico del lavoro a cui rivolgermi e in sintesi mi disse: “da qui fino a fine maggio devi evitare situazioni stressanti, non fare sforzi e non fare scale. Visto che abiti al terzo piano senza ascensore, te ne stai tranquilla in casa ed esci solo per venire a fare le visite di controllo: niente lavoro, niente uscite per la spesa, niente passeggiate. E visto che così il rischio di ingrassare troppo è alto, eccoti una dieta da 1400 calorie al giorno”.

Uscii dall’ambulatorio felice come una Pasqua: di tutto quello che mi era stato detto io avevo capito solo che la bimba stava bene, che la gravidanza procedeva bene, ma soprattutto che mi mettevano a casa dal lavoro per gravidanza a rischio. Il 23 gennaio. Con il lavoro che facevo all’epoca significava mollare tutto nel pieno del delirio lavorativo, degli orari assurdi e dell’ansia. Il giorno dopo andai in ufficio a comunicare la notizia, a prendere le mie cose e a fare un passaggio di consegne. Chiusi il computer e me ne tornai a casa. Il primo giorno di maternità ricevetti 14 telefonate dall’ufficio, ricordo che le contai, praticamente una ogni mezzora. I giorni successivi via via diminuirono e ben presto mi adattai alla mia nuova vita e loro ad avermi persa.

Stavo benissimo: mia madre passava ogni giorno per darmi una mano, anche se oggi mi chiedo che cosa mai ci fosse da fare in casa visto che vivevamo in due e uno era tutto il girono in ufficio. Eh, bei tempi… la casa praticamente si puliva da sola, nessuno metteva in disordine o comunque era responsabile delle proprie azioni.

Mi feci serenamente tutto febbraio e tutto marzo a casa uscendo solo due volte per le visite di controllo e gli esami del sangue. Poi, con l’arrivo di aprile e della primavera, sentii il richiamo del sole. Complice le festività di Pasqua, accettai di andare a pranzo da alcuni amici: se potevo andare in clinica, pensai, potevo anche andare in casa di altri, non c’era differenza. Sulla via del ritorno però vidi un gande magazzino, uno di quelli che vendono vernici e arredi e, sentendomi benissimo, proposi al consorte di fermarci per comprare una tappezzeria per quella che sarebbe stata la stanza della bimba ma che al momento era ancora un magazzino di scatoloni e altri oggetti che attendevano di finire o in cantina o in discarica.

Ci mettemmo molto poco, sapevamo quello che volevamo, lo scegliemmo in fretta e risalimmo in macchina.

Tempo qualche ora e ovviamente mi partirono le contrazioni.

Al pronto soccorso per fortuna riuscirono a bloccare il travaglio con una bella flebo, mi ricoverarono e dopo una settimana di situazione stazionaria mi dimisero. Questa volta però mi dissero che il riposo doveva essere “assoluto”, cioè “a letto”. Mi dissero che era importante finire almeno l’ottavo mese, il che significava stare a letto come minimo un mese, almeno fino al 6 maggio.

Uscii contenta e ottimista: la bambina stava bene, io potevo farmi servire e riverire, guardare tutta la tv che volevo (all’epoca non c’erano ancora i social network, io non avevo nemmeno il cellulare), leggere e giocare al computer.

Poi, la notte tra il 3 e il 4 maggio, mi si ruppero le acque e alle 5 di mattina del 4 maggio la bambina nacque bella, sana e rompiballe già da allora.

Il 4 maggio. 4 maggio 2002, 4 maggio 2020.

Adesso, come 18 anni fa, mi ritrovo ad attendere con ansia il giorno in cui finalmente succederà qualcosa che non sarà di certo un ritorno alla vita di prima ma un salto nel buio pieno di incertezze.

Guardo questi numeri e mi viene da ridere. 2002-2020.

Lo spirito con cui ho vissuto queste due reclusioni è stato uno l’opposto dell’altro: tanto è stato spensierato, ottimista e un po’ incosciente (ma a dieta) il primo, quanto ansioso, claustrofobico e pessimista (ma all’ingrasso) il secondo. Le ragioni di queste due differenze sono ovviamente chiare a tutti ma mi fanno pensare come una stessa identica condizione possa essere percepita e possa cambiare di significato in base alla situazione in cui è inserita.

E mentre ragiono di tutto ciò, un solo pensiero mi dà sollievo: nel 2200 a essere rinchiusa in casa ci sarà qualcun’altra…

Vorrei solo uscire a comprarmi un gelato

Volete la verità? Eccola: io non ne posso più!

I ragazzi, gli anziani, i bambini… Ecco, io oggi penso solo a me e non ne posso più.

Ho la claustrofobia, l’ansia e la depressione.

Sono preoccupata per il mio lavoro, che già negli ultimi anni stava andando un po’ a schifio ma con questo credo che avrò la botta finale.

Quest’estate compio cinquant’anni e già di per se non è esaltante, ma adesso è proprio devastante.

Mi dicono che i ragazzi soffrono, che gli anziani soffrono, che i bambini soffrono. Sappiatelo: anche le quasi cinquantenni soffrono. Soprattutto quelle con un senso del dovere eccessivo come me. Mi hanno detto stai a casa? Ecco, io ci sto veramente. Non riesco a trasgredire, è più forte di me. Non ho nessuna scusa per uscire. Ormai anche la mia mamma si arrangia, perché mi hanno fatto terrore con le possibili multe. Ma fare la spesa e portare le medicine alla propria mamma è un buon motivo per uscire? Non si sa. Da quello che ho capito sta nel buon cuore del vigile o del carabiniere che ti ferma. E io con il buoncuore di vigili e carabinieri sono sempre stata un po’ sfortunata e visto che non posso permettermi 500 euro di multa e che per andare da lei la possibilità di un posto di blocco è alta, le ho detto “fai la spesa online e chiama i ragazzi volontari del quartiere per le medicine”. Ogni spesa on line per lei è un’arrampicata sull’Everest, ma ce l’ha fatta già due volte. Insomma, si arrangia.

Io no.

È che mi sento inutile.

Volete la verità: io avevo due lussi nella mia vita, due soli cazzuti lussi. Il primo non lo dico perché è un segreto e questo un luogo pubblico, ma tanto ormai è un antico ricordo. Il secondo lusso era una signora che mi puliva casa in teoria due volte a settimana, in pratica quando e quanto voleva lei. Ma il lusso consisteva proprio in questo: non me ne fregava niente di quando e quanto venisse, mi bastava che ci fosse. Lei era l’unica che si prendeva cura di me pulendo i bagni al posto mio, passando l’aspirapolvere al posto mio e rendendo la mia casa almeno vivibile. Era l’unica che non mi chiedeva che cosa dovesse fare, ma lo faceva e basta. Il lusso era pagarla a fine mese senza verificare quante ore avesse fatto realmente, ma avendo l’illusione che lei avesse tutta la situazione sotto controllo. Lei mi diceva quando finivano i detersivi, quando cambiare le lenzuola, ma soprattutto, mi regalava una casa in ordine per un’ora due volte alla settimana. Poi tornavano a casa tutti e la magia svaniva. Ma io l’avevo vista, la magia.

Ecco, adesso siamo sempre a casa tutti e lei non c’è. La magia adesso dura solo qualche secondo e tocca farla a me o infilarmi in discussioni per ottenere il minimo sindacale o, nel migliore dei casi, mettermi i panni del generale e dare ordini e compiti. Vi dico un altro segreto: io odio avere la situazione sotto controllo, odio dare ordini. Io credo nel buoncuore della gente, nella loro capacità di comprendere autonomamente quello che c’è bisogno di fare e che lo facciano.

Capite bene che per una persona come me questo è proprio un periodaccio…

Io invidio le donne e gli uomini di carattere, quelle e quelli che in questi giorni hanno svuotato e pulito armadi, tapparelle, anfratti e fughe delle piastrelle. Io mi sento eroica solo per aver lavato le tende e i vetri e aver svuotato totalmente la cesta delle cose da stirare… Io invidio quelle e quelli che fanno ginnastica, che cuciono mascherine, che hanno suddiviso i compiti casalinghi tra figli e consorte, che hanno trovato fornitori di frutta, carne, pasta a chilometro zero e che fanno ordini online come se non ci fosse un domani sostenendo le piccole imprese e allo stesso tempo mangiando sano e biologico. Quelle e quelli che sanno la differenza tra cavolo nero, cavolo cappuccio e cavolo rosso. E che li sanno cucinare. Quelle e quelli che sono riusciti a farsi la pasta madre in casa. Quelle che si truccano e che si mettono il reggiseno tutti i giorni.

Io invidio proprio tutti: quelle e quelli che lavorano fuori casa, perché eroicamente fanno la loro parte. Quelle e quelli che stanno salvando il mondo, quelli che stanno sperimentando nuove strade. Quelle e quelli che lavorano da casa, ma che hanno conferenze, call e le giornate piene e che vivono questa nuova dimensione smartworking come atto eroico. Ieri ho invidiato perfino il tizio che mi ha portato la spesa a casa.

Io continuo a fare quello che ho sempre fatto: lavoro da casa, non c’è niente di nuovo per me, niente di eroico. Quello che prima mi sembrava un privilegio, adesso non lo è più. Il mio privilegio era la mia libertà, che pagavo con il prezzo dell’incertezza della precarietà.

Ora mi è rimasta solo l’incertezza e la precarietà. E i cinquant’anni che incombono.

Però al momento stiamo tutti bene. E lo so che di questi tempi a Milano questo è già tanto. Dovrei essere grata. E invece mi sento dietro una grata.

Vorrei solo uscire a comprarmi un gelato.

 

Parleremo di altro

Quante calorie si usano per passare l’aspirapolvere?

Quante per cambiare le lenzuola?

Quanto autocontrollo per non prendere a schiaffi il figlio che ti urla “ti odio”?

Quanti bicchieri vengono usati in un giorno? Mi farà male bere ogni sera un bicchierino di Calvados? Meglio il lexotan?

Ogni quanto devo cambiare gli asciugamani?

Quanti giorni può durare la carne in frigorifero?

Come posso cucinare dei peperoni che stanno andando? E le carote mollicce?

Il vicino sta urlando contro di noi o contro quelli sopra di lui? Dovrei portargli una fetta di torta? Può essere pericoloso per lui? E se io sono infetta? Due mesi fa non sono stata bene: era covid? avrò sviluppato gli anticorpi?

Per portare giù la pattumiera devo mettermi la mascherina anche se non prendo l’ascensore?

Ho starnutito, devo provarmi la febbre?

Il tizio del palazzo di fronte che ha appena urlato “basta”, sta per ammazzare il figlio che continua a piangere? Devo preoccuparmi?

Perché in Lombardia va tutto a schifìo? Perché i cattivi sono orgogliosi di essere cattivi anche in questo momento? Quando finirà tutto questo?

Quando potrò tornare in montagna?

Chissà come sta Tizio? Chissà come sta Caio?

Perché non mi sento più buona e molta gente mi sta proprio sul caxxo? Perché mi arrabbio per niente? Perché alcune conversazioni su Whatsapp mi irritano? Perché sono così una brutta persona? Perché quello che vorrei fare adesso è poter mandare a quel paese un sacco di gente, anziché sentirmi solidale in questo momento difficile?

Veramente in questi giorni sto capendo chi mi vuole bene veramente e chi no? Veramente le sto conoscendo meglio, scoprendo lati bellissimi oppure si stanno dimostrando delusioni pazzesche e brucianti? Quante persone io stessa sto dimenticando che magari stanno pensando lo stesso di me?

Perché i consigli su come vivere bene in casa, su come trattare gli adolescenti in questo periodo, su come affrontare serenamente questi giorni hanno su di me un effetto che varia dalla rabbia alla depressione?

Oggi sono passate meno ambulanze di ieri?

Quale film potrei vedere stasera? Che cosa cucino a pranzo?

Quando potremo ricominciare a viaggiare? O perlomeno uscire…

Come faccio a consolare i miei figli?

Arriverà un vaccino? E l’alcool al supermercato? Quanto durerà la spesa che abbiamo fatto?

Ma come fanno gli altri ad avere una routine, a fare ginnastica, a tenere tutto pulito? Ma come riescono a studiare i ragazzi? E i miei amici medici, infermieri, magazzinieri, commessi, come fanno a gestire casa, figli e distanza di sicurezza?

E quelli che vivono in cinque in due o tre locali? E quelli che vivono soli? ok, lo ammetto, io quelli che vivono soli certi giorni li invidio un sacco…

E quelli che non si sopportano?

Riusciremo prima o poi a parlare di altro?

Perché non riesco a scrivere qualcosa di divertente, o perlomeno di intelligente?

E se finisco l’inchiostro della penna rossa, come faccio a lavorare?

La Quaresima finisce sempre a Pasqua, vero?

 

 

 

Felicità

IMG_6079In questi giorni su Facebook sta girando un gioco: bisogna pubblicare le copertine di dieci libri che si amano, una al giorno per dieci giorni, senza commenti o spiegazioni. È divertente e interessante vedere cosa i tuoi amici pubblicano, vedere quali libri amano. Questo dice molto di noi, dei nostri gusti e della nostra visione della vita. Anche senza spiegazioni.

Io sto giocando, ma c’è un libro che io amo molto ma più per quello che rappresenta piuttosto che per il libro in sé. È Felicità di Katherine Mansfield.

Mi fu regalato il mio ultimo giorno di lavoro come dipendente di RCS, nell’ormai lontano 2006, dal mio direttore.

Lavoravo lì da sei anni e in quegli anni ebbi i miei due primi figli. Ero inquadrata una categoria inferiore rispetto ai mei colleghi perché quando fui assunta arrivavo da uno studio editoriale, quindi con poca esperienza e poca dimistichezza con contratti e inquadramenti. Al momento dell’assunzione mi dissero anche che era la prassi, ma che da lì a un paio d’anni sarei stata equiparata agli altri. Poi però vennero i figli e ovviamente il passaggio di categoria non fu più argomento di discussione.

Il secondo figlio appena nato ebbe qualche problema di salute, e così al mio rientro dalla maternità ottenni a fatica un part time a 6 ore al giorno senza pausa pranzo. Negli accordi sarei dovuta entrare in ufficio alle 9 e uscire alle 15 per 6 mesi, ovviamente con una decurtazione dello stipendio del 30%. In quei sei mesi non sono mai uscita alle 15. Spesso uscivo dopo le 17. I miei colleghi uscivano sempre dopo le 18.30 quando andava bene, altrimenti tiravano anche dopo le 20.

Comunque, scaduti i sei mesi, ripresi il mio orario ma chiesi di essere inquadrata come i miei colleghi. Spiegai che i problemi erano stati risolti e che non avevo mai smesso e svolgevo a tutti gli effetti lo stesso lavoro di chi era con me in redazione. Spiegai che la mia famiglia era ormai formata, che avevo voglia di riprendere il tempo pieno e svolgere al meglio il mio lavoro. Spiegai che avevo il sostegno dei nonni, che i bambini andavano al nido e che non avrebbero limitato in nessun modo il mio lavoro. Mi risposero che dovevo essere contenta di aver avuto due figli, che ero già stata fortunata ad avere ottenuto un part time per sei mesi e che del passaggio di categoria non se ne parlava proprio.

Con la coda tra le gambe tornai in ufficio e ripresi il mio lavoro. Ero arrabbiata ma soprattutto ero arrabbiata di essere arrabbiata per una cosa del genere. Mi trovavo brutta e inacidita: essere inviperita per questioni di soldi e inquadramento non mi piaceva. E che forse il problema non era, in fondo in fondo, quello. In quel periodo cominciarono i prepensionamenti, la gente che andava via non veniva sostituita, il lavoro quindi aumentava, si velocizzava ma soprattutto stava cambiando e come in tutti i periodi segnati da cambiamenti divenne più complesso e faticoso.

Tornavo a casa e mi chiedevo se era quella la vita che volevo: essere un numero su un cedolino, le ore del mio lavoro nient’altro che una parte di un conteggio complessivo, farmi il sangue marcio per questioni di contratto, inquadramento e stipendio. Che io lavorassi bene o no non aveva nessuna importanza: l’importante era consegnare per tempo, fare in modo che grafici, autori e illustratori consegnassero e rispettassero un calendario. E così, dopo alcuni giorni di conti in casa, valutazione dei pro e dei contro, scrissi la mia lettera di dimissioni. Non volevo che il momento più bello della mia giornata fosse la pausa pranzo, non volevo più avere la sensazione che la mia vita ruotasse intorno a un vassoio in mensa. Potevo permettermelo grazie all’aiuto del consorte e lo feci. All’ufficio del personale non sembrò vero trovarsi di fronte una di 35 anni che rassegnava le dimissioni senza chiedere nulla in cambio e vennero accettante senza nemmeno dissimulare un sorriso soddisfatto.

Il giorno dopo venni convocata dal direttore. Cercò in tutti i modi di farmi cambiare idea. Mi disse che stavo sbagliando, che per una donna un posto fisso era prezioso perché garantiva sicurezza economica e indipendenza. Mi disse che i matrimoni finiscono, che fare la free lance significava ansia, pochi soldi e sfruttamento. Mi veniva da ridere: più sfruttata di così, cosa poteva esserci? Mi disse che non sapevo che cosa mi riservasse il futuro, che le cose avrebbero potuto andare male. Gli risposi che per me non aveva senso vivere male perché un giorno sarebbe potuta andare male. Che il problema era proprio il tipo di lavoro: io amavo i libri, mi piaceva metterci le mani, che fare il cane da guardia, alzare la voce, trattare male persone che lavoravano per cifre sempre più basse affinché dessero anche il sangue, non faceva per me. Che non stavo bene, che volevo di più dalla vita. Soprattutto la libertà di scegliere i lavori e i tempi, la libertà di dire di no.

Mi guardò, ci pensò su e poi mi confessò che aveva tentato di tutto con l’ufficio del personale ma che non c’era stato verso di ottenere una contro proposta, se non la possibilità di prolungare il part time. Io non volevo il part time, lavorare tanto non era il mio problema. Prima di congedarmi spese parole molto gentili, dicendo che al piano di sopra non capivano chi stessero perdendo. Le presi come parole di circostanza, pensai che l’adulazione fosse l’ultimo tentativo per trattenermi. Sorrisi e lasciai l’ufficio.

Passarono le settimane di preavviso e poi finalmente arrivò l’ultimo giorno. I colleghi mi fecero un bellissimo regalo, festeggiammo, raccolsi le mie cose e spensi il computer.  Quando ormai stavo per uscire arrivò il direttore con un pacchetto in mano. Ringraziai e lo aprii a casa. Era questo libro.

Mi commossi. Aveva capito. Mi aveva ascoltato. E capii che forse in quei sei anni non ero stata solo un numero.

Quando in questi anni ho avuto momenti di sconforto, quando, come in questi giorni, mi viene un po’ la depressione della casalinga, mi rinchiudo nella mia solitudine, mi sale l’ansia per il mio futuro, l’ansia nel constatare che ogni anno guadagno sempre di meno, che non ho garanzie per quello che farò l’anno prossimo, riguardo la copertina di questo libro e mi ricordo del perché l’ho fatto. E non ho rimpianti.

Inizia il film

Ci sono due cose che odio: le svolte a sinistra e le partenze in salita. Tre volte alla settimana devo fare entrambe le cose contemporaneamente sul cavalcavia Buccari.

Mi chiamo Anna, ho quasi cinquant’anni, tre figli, un marito e una partita iva.

Tre volte alla settimana faccio questa strada, di sera.  Non lo ammetterò mai a me stessa, ma questi dieci minuti in macchina da sola sono il mio analista. Come sottofondo ho sempre le stesse canzoni: Lately degli Skunk Anansie e Drift Away di Dobie Gray. Sono in un cd che ormai è parte integrante dell’autoradio. Non so da dove venga, non so da quanto tempo sia lì, e se conosco il titolo di queste due canzoni è solo grazie a Shazam.

Comunque, mentre guido dopo aver lasciato la figlia o mentre vado a riprenderla, mi metto questo sottofondo e per dieci minuti sono io. Mi immagino in una scena di uno di quei film di Muccino, o Genovese o Virzì: io che guido potrebbe essere una bel sottofondo per la sigla iniziale. Mi immagino l’inquadratura: io ripresa di spalle che guido e la città intravista dal parabrezza sporco, le luci delle macchine, il semaforo, il tic tac della freccia e la musica di sottofondo. L’inizio di qualcosa.

Mi chiamo Anna, ho quasi cinquant’anni, tre figli, un marito e una partita iva.

Il cavalcavia è il mio momento di brivido: il semaforo è proprio sul colmo del cavalcavia ed è quasi sempre rosso. Così mi tocca la partenza in salita, quei pochi secondi in cui la macchina indietreggia di tre centimetri e io che gioco di freno, frizione, acceleratore. Ad aprile devo rinnovare la patente, per la terza volta. Trent’anni che guido.

Trent’anni da quando avevo vent’anni. Sì, ho impiegato due anni per farla, sta benedetta patente. In mezzo c’è stata una bocciatura alla pratica e un incidente: non guidavo io, è stato un banale tamponamento, ma per un po’ le macchine mi hanno messo paura. Poi finalmente l’ho fatta. Ma guidare mi ha sempre messo ansia. In trent’anni sono arrivati altri due incidenti. Lì, invece, guidavo io: in uno mi è venuto addosso un tram che non ha rispettato un rosso, nell’altro non ho visto una macchina e non ho dato la precedenza. In entrambi i casi erano svolte a sinistra. E con loro l’ansia della guida è aumentata.

Però, questi dieci minuti sono diversi. C’è il brivido, c’è l’ansia. Ma chissà perché guido e sto bene. Sarà che da sempre mi piace Milano con il buio. Sarà che mi piace stare da sola con i miei pensieri. Mi immagino conversazioni con amici che non sento da un po’, mi preparo discorsi che vorrei fare ma che alla fine non faccio, tiro le somme, faccio progetti, elenco buoni propositi. Mi crogiolo nei ricordi, in quello che avrei potuto essere e non sono stata.

Mi chiamo Anna, ho quasi cinquant’anni, tre figli, un marito e una partita iva.

Il tempo di una sigla, e sono sotto casa.

Parcheggio in scioltezza, spengo le luci, giro la chiave e la musica finisce.

Inizia il film. Buona visione.

 

Un nome corto e banale

Attenzione: post ad alto contenuto egocentrico. Per cui se siete insofferenti ai post autoreferenziali o alla mia persona, sappiate che vi capisco. Quindi passate oltre. Vi vorrò bene lo stesso.

Era il 1997. La prima cosa che ho fatto è stato riscontrare un indice dei nomi di un libro di storia. Penso che sia una delle cose più noiose che esista.

Io lo trovai fantastico

Poi mi chiesero di “mettere gli stili”. All’epoca si impaginava con xpress, ma credo che funzioni ancora così: la prima cosa che si fa quando si impagina un libro è importare i testi dai file di word che ti passa l’autore o il redattore e gli si dà “lo stile”, ovvero si assegna la font corretta a ogni parte scritta. I titoli, il testo, le operative, le didascalie, ognuno con la propria font, il corpo e il colore come da progetto grafico. Ecco, mettere gli stili è la parte più noiosa dell’impaginare.

Io lo trovai fantastico

Poi, mi fecero impaginare un libro di matematica. Non so come funzioni ora, ma nel 1997 i programmi per impaginare la matematica erano appannaggio di pochi grafici che spesso erano meri “compositori”. Quindi si impaginava su carta. Il che significava che si fotocopiavano pagine praticamente bianche con segnata solo la griglia della pagina, si prendevano i fogli su cui il compositore aveva appunto “composto” tutto il testo di seguito, in gergo “una strisciata”, si ritagliavano tutti i pezzetti di testo e le figure e si riattaccavano sul foglio della griglia con lo scotch in modo che tutto risultasse armonico e “impaginato”. Poi si rimandava al compositore che eseguiva esattamente il risultato del tuo collage. Insomma, un lavoro certosino, ma che stranamente mi piacque tantissimo.

Il passo successivo fu fare una ricerca iconografica, ovvero cercare le immagini da inserire nei testi. All’epoca gli archivi fotografici on line erano fantascienza, per cui si cercavano le immagini su libri e riviste e poi si mandavano a scansionare da un fotolitista. Sfogliavo libri tutto il giorno alla ricerca di foto impossibili da trovare, combattendo con la costante tentazione di fermarmi a leggere ‘sti benedetti libri.

Infine mi fu concesso di impaginare alcune parti di alcuni testi in Xpress e contemporaneamente redazionarli. Ecco, quello fu proprio esaltante. Imparai che un bravo redattore non si sostituisce all’autore, che ne deve avere rispetto. Che un redattore è a servizio dell’autore e della casa editrice, ponendosi spesso come ponte e mediatore tra le richieste dell’uno e dell’altro. Che deve essere preciso nei riscontri e nella ricerca dei refusi e che è proprio questa, per me, la parte più difficile del lavoro. Imparai che non tutti gli autori hanno rispetto dei redattori, che molti autori non sanno proprio scrivere, ma che sono geniali e hanno belle idee e che questo basta perché siano autori a tutti gli effetti. Imparai a pormi delle domande, a verificare tutto quello che viene scritto, o almeno a provarci. Ho allenato il mio gusto estetico, ho imparato qualche trucchetto, e, soprattutto grazie ai miei innumerevoli errori, ho imparato quello che non va fatto. Ho imparato che un refuso brutto in prima stampa scappa sempre, che dopo 5 giri di bozze potrebbe esserci anche scritto “culo” e tu non lo vedi più. Che un bravo correttore di bozze è preziosissimo.

Dopo tre anni di tutto questo, dopo l’assunzione in una casa editrice, smisi di impaginare, continuai a redazionare, ma il mio lavoro diventò soprattutto quello di “coordinare”, cioè far in modo che autori, grafici, redattori, illustratori lavorassero insieme rispettando dei tempi, seguendo un progetto, rientrando nei costi e verificando che tutto fosse corretto. Un lavoro di mediazione, dove devi conciliare idee e opinioni diverse, dove devi rispondere sì o no a domande che riguardano cose che spesso non sono oggettivamente giuste o sbagliate, per cui ti devi prendere la responsabilità di un filetto rosso, una frase un po’ azzardata, un disegno non proprio corretto ma “non c’è più tempo per correggerlo”. Un lavoro dove ti stressano affinché tu poi a tua volta possa stressare altre persone. Ma scoprii anche che rivedere il lavoro degli altri è molto più facile che farlo, che sembrare “bravi” facendo le pulci alla redazione di altri, ti da una falsa immagine di stessa, ti fa credere di essere “bravissima”. Dopo sei anni così, mi dovetti rassegnare e riconoscere che, benché quel tipo di lavoro mi riuscisse forse anche abbastanza bene, semplicemente non faceva per me. Ero diventata una persona cattiva, frustrata, perennemente incazzata e dalla costante lamentela. Per me erano tutti degli incapaci, io ero vittima di ingiustizie e avevo la sensazione che le mie giornate fossero scandite solo dall’ora della mensa. Quindi, via, dimissioni, partita iva e ritorno alla libertà. Nel frattempo però l’avvento di Indesign e quindi di libri sempre più sofisticati, mi aveva fatto perdere il treno dell’impaginazione, ormai riservata, giustamente, a grafici che avevano studiato per esserlo. E così mi dedicai alla pura redazione e alla ricerca iconografica, con alcune parentesi di coordinamento e una breve fuga delirante nel mondo del digitale.

Poi, esattamente un anno fa, davanti a una macchinetta del caffè, in quel raro momento di pace e serenità che segue per qualche giorno la chiusura dei libri, mentre sondo se c’è lavoro per me per il prossimo anno, alla notizia che un corso non aveva ancora tutti gli autori definiti e un paio di volumi ancora da assegnare, me ne esco con una battuta di quelle che spesso i redattori fanno: “ma te li scrivo io!”. Solo che questa volta il pazzo con cui stavo bevendo il caffè mi ha detto, “ok, fallo”.

Ho passato quattro mesi in biblioteca, ho saccheggiato la fiera del libro per ragazzi di Bologna e le librerie di tutti gli amici con figli dai sette ai nove anni, ho ripreso quaderni dei miei figli, navigato nei siti Internet di maestre di tutta Italia, ho osservato i bambini della scuola dei miei figli e ho fatto domande un po’ a chiunque. Poi mi sono messa al computer e ci ho messo dentro tutto quello che ho imparato in vent’anni di libri, più quello che avevo imparato facendo la supplente, fino a quello che ho studiato all’università e prima ancora alle magistrali. È stato bellissimo. Poi ho dato tutto in pasto alla casa editrice, a un redattore che non ero io e la cosa mi ha dato una strana sensazione. Loro lo hanno lavorato, corretto, impaginato, disegnato. Qualche giorno fa mi hanno fatto vedere la copertina: il mio nome solo soletto, là in alto, sembrava uno pseudonimo, un nome finto di quelli che usano i grafici per fare le prove delle copertine. Corto, banale e poco incisivo. Ci vorranno ancora alcune settimane perché questi due volumi, insieme agli altri del corso scritti da altre persone, potranno prendere il largo ed essere sottoposti al severo giudizio delle insegnanti. Ma quel nome corto e banale su quella bozza di copertina è il mio, e vederlo lì mi ha fatto tenerezza.

Come Chiara Ferragni

Ho iniziato quest’estate per noia. Ho un profilo di Instagram da qualche anno ma per un sacco di tempo non ho pubblicato nulla. Non mi è chiaro il funzionamento, non so chi siano i miei contatti, non ho ben chiaro chi io segua… la prima foto fu a capodanno e fu di un cesso. Da allora io su Instagram fotografo solo cessi. Lo spaccio per un progetto artistico alternativo, ma in realtà è perché non so fotografare, non vengo bene in foto e in generale preferisco trastullarmi con le parole piuttosto che con i selfie. Come tutti gli anziani, io mi sento più a mio agio su Facebook. Poi però, quest’estate, grazie a un corso accelerato di Instagram impartitomi dai miei figli mentre mi rompevo le palle davanti al mare della Croazia, scopro le stories. E mi si apre un mondo.

Quello di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni pubblica ogni giorno un numero considerevole di stories: la prima del mattino ci mostra il suo outfit della giornata (this is my look of the day… ), le altre ci mostrano il suo bambino bellissimo (non è ironico, è veramente bellissimo), le sue sorelle, sua madre, i suoi amici (che lei chiama indistintamente“bebe”), il suo guardaroba, la sua borsa, lei fuori a pranzo, poi fuori a cena e infine la giornata che si conclude con Fedez che dorme sul divano. Le sue stories sono quasi tutte in inglese, perché la maggior parte dei suoi followers sono americani, anche se chi commenta le sue foto sono soprattutto italiani. E un sacco di questi la insultano.

Ecco, la cosa fantastica che ho scoperto è che Chiara Ferragni degli insulti semplicemente se ne fotte.

Anzi, risponde e fa gli screen shot solo ai commenti carini, quelli dove le fanno complimenti, le raccontano storie commuoventi e le dicono di come lei sia di inspirazione per loro. E li posta su altre stories, ignorando nel modo più totale chi la insulta, dando l’impressione che gli haters semplicemente non esistano. Ovviamente seguo anche il di lei consorte, Fedez appunto, e la differenza è abissale: lui ci rimane male, si incazza, risponde, fa lunghi video messaggi con le sue ragioni. Con il risultato che gli haters si ringalluzziscono, pensano di avere una dignità, e ci danno dentro, perché sentono di avere colpito.

Chiara Ferragni invece sorride nello specchio dell’ascensore, mostra la sua ultima borsa vintage Gucci e si fa riprendere mentre mostra orgogliosa il trucco e la piega appena fatta. Chiara Ferragni conosce molto bene i social, ci ha costruito sopra un impero, è il suo lavoro. È Instagram che le permette di guadagnare, per cui lo sa usare molto bene e sa bene chi lo frequenta.

E lei li guarda dall’alto, e sorride in quel modo così disarmante che i suoi haters risultano ancora più piccoli e insignificanti di quanto già non possano essere tutti coloro che non hanno proprio niente di meglio da fare che insultarla su Instagram. Lei sorride e conta le visualizzazioni.

Ok, ve lo confesso. A me Chiara Ferragni piace un sacco.

Lavaggio strade

La via in cui abito è una delle poche rimaste a Milano con il lavaggio stradale settimanale. Questo significa che spesso il giovedì, quando ormai hai lavato i denti e stai già per buttarti nel letto, ti ricordi che bisogna spostare la macchina. Confesso che la stragrande maggioranza delle volte a scendere è il consorte, ma qualche volta ci vado io, anche perché la macchina da spostare è la mia. E così stasera, dopo aver urlato “quando torno vi voglio trovare tutti a letto”, ho messo le scarpe e con uno sforzo sovraumano, ho chiamato l’ascensore e sono scesa. Mentre scendevo ringraziavo il cielo di non avere un cane, così da avere questo supplizio solo una volta alla settimana e non tutte le sante sere.

Poi però, una volta uscita, mi ha accolto una serata che profumava di luna. Sono salita in macchina con il fare da gran donna vissuta, ho ingranato la marcia con la sicurezza di chi basta a se stesso e ho cominciato a girovagare alla ricerca di parcheggio come se guidare fosse la cosa che mi piace di più al mondo. Avrei potuto guidare per ore. Alla fine ho desistito e ho messo la macchina nel posto della disperazione, quello cioè dove la parcheggio quando proprio non so dove ficcarla. È una vietta tranquilla, poco frequentata. Da qualche tempo ci hanno messo delle panchine e stasera c’era un gruppo di persone che chiacchierava.

Ah… non so cosa avrei dato per aver qualcuno anche io con cui chiacchierare: una bottiglia di birra e una panchina su cui sedermi scomposta a ragionare sul senso della vita, a spettegolare, a ridere di scemate nel buio ovattato della notte. Come quando a vent’anni, nell’era pre-cellulare, capitava che dopo cena citofonasse qualche amica che diceva semplicemente “scendi un po’?”

Invece ho chiuso la macchina e con passo stanco sono tornata a casa, ho caricato la lavastoviglie, ho tirato giù le tapparelle, ho urlato “spegnete la luce che è tardi”, ho spento il computer cercando di memorizzare tutto quello che devo fare domani e mi sono infilata nel letto con il cellulare in mano.

Tra le cose da fare domani però ci metto “comprare della birra”. Se dovesse ripresentarsi una serata che profuma di luna, e dovesse citofonare qualcuno che ha voglia di chiacchierare, voglio essere preparata.

Questione di look

Siamo in vacanza con altre due famiglie di amici. Ogni famiglia è composta da due adulti e tre figli, quindi siamo in quindici, di cui nove minorenni. Siamo spesso per forza di cose rumorosi e ingombranti e così per ridere ogni tanto, con una battuta alquanto tristanzuola, ci definiamo un “oratorio”. Oggi eravamo in un bellissimo parco naturale croato, c’era tanta gente, e così a un certo punto, mi è scappato un “don, aspetta che arrivi tutto l’oratorio”. Non ho fatto molto caso a chi c’era intorno, se ci fossero italiani, insomma, era una battuta innocua…

Proseguiamo il nostro giro tra cascate e laghetti e arriviamo in un posto dove è possibile fare il bagno. Dal momento che io non so praticamente nuotare, sono pigra e non amo mettermi in costume, rimango in un praticello a fare da guardiana a zainetti e ciabatte mentre tutti si buttano nel fiume a nuotare circondati da varia umanità. Sono lì tranquilla che penso ai fatti miei, quando la mia attenzione viene attirata da un movimento di persone, così mi alzo e vado a vedere che succede: due ragazzi si stavano per tuffare dall’alto delle cascate. Insomma, non erano le cascate vittoria, ma il tuffo ha avuto il suo fascino. Dopo aver assistito al salto, mi giro e torno verso la mia postazione. Ed è li che la vedo. Mi sorride, avrà qualche anno più di me, ed è chiaramente italiana. Pensando che il suo sorriso si riferisca al tuffo, ricambio il sorriso e saluto. Lei attacca bottone: mi chiede di dove siamo e scopriamo di essere entrambe di Milano. Quindi se ne esce con : “che bel gruppo che siete: quando i miei figli erano piccoli anche loro andavano sempre in vacanza con l’oratorio “. Rimango un po’ perplessa, non capisco il nesso, ma spiego che siamo tre famiglie con tre figli ciascuna. La sua espressione muta leggermente e la conversazione finisce lì. Mi risiedo e, con calma, comincio a razionalizzare. Mi guardo. Ora, io già normalmente non è che sia esattamente la Ferragni, ma in vacanza proprio non mi pongo il problema dell’outfit. E così improvvisamente mi rendo conto di avere una gonna sotto il ginocchio azzurrina, dei sandali di cuoio ai piedi e un foulard blu in testa. A dir la verità indosso anche una canottiera di un bel verde, ma a differenza degli altri non mi sono messa in costume e sto guardando il cielo. Ora, io non so se la tipa abbia sentito la battuta dell’oratorio, ma guardando le foto della giornata ora ne ho la certezza: mi ha preso per una suora…

La leggenda narra

La leggenda narra che il 29 luglio 1970 una giovane sposa al nono mese di gravidanza, avesse una visita di controllo presso la clinica Quattro Marie, periferia est di Milano. Le avevano detto che il lieto evento avrebbe dovuto essere il 26, e così, essendo ormai oltre il termine presunto del parto, si accingeva quella mattina a recarsi in clinica per vedere come quella creatura, dal sesso ancora sconosciuto, stava messa. Affidò il suo primogenito, un bel bambino biondo di poco più di un anno, alla nonna, e con il suocero si avviò verso Ponte Lambro. Nel 1970 non era contemplato che il consorte perdesse un giorno di lavoro per accompagnare la moglie in procinto di partorire, ma d’altronde gli uomini non erano ammessi in sala parto e quindi la loro presenza era del tutto inutile.

Dovete sapere che a fine luglio 1970 la costruzione della tangenziale est era nel pieno dei lavori: un’opera immensa, intrisa di fascino che avrebbe rivoluzionato le abitudini e le imprecazioni dei milanesi negli anni a venire. Fatto sta che la tangenziale stava sorgendo proprio accanto alla clinica, e così il suocero, lasciata la nuora dinnanzi all’ingresso, pensó di ingannare l’attesa andando a vedere da vicino il progredire dei lavori. La nuora, del tutto serena dal momento che nessuna avvisaglia le faceva temere un imminente travaglio, salutò il suocero e si recò alla sua visita di controllo. Ma qui avvenne l’inaspettato: il medico o l’ostetrica di turno (questa informazione non è stata ben tramandata) non appena dette un’occhiata decretò che il parto era imminente e che era bene che la giovane sposa rimanesse in clinica. Presa in contropiede, il primo pensiero della giovane gravida fu per il suocero. In un’epoca dove il cellulare era oltre anche le più ardite premonizioni fantascientifiche, decise che l’unico modo per avvisare il suocero fosse quello di andarlo a cercare personalmente. È così fece.

La leggenda narra che per fortuna, uscita dalla clinica e fatti alcuni metri in direzione del cantiere, la giovane sposa, in un momento di lucidità, si fermasse chiedendosi se non fosse un po’ avventato avventurarsi in una calda giornata d’estate, incinta di nove mesi e con un parto imminente, in un cantiere alla ricerca di un anziano. E così, girò i tacchi e tornò lesta da dove era venuta, dove fu accolta da una simpatica e affabile ostetrica.

Fu un travaglio discreto, che negli anni e nel ripetersi nella narrazione della leggenda arrivò ad essere descritto come una piacevole mattinata di chiacchiere, dove praticamente non successe nulla. E così, l’ostetrica, vedendo avvicinarsi sempre più l’ora di pranzo ma soprattutto l’ora di fine turno, ad un certo punto se ne uscì con un “va be’, vediamo di far nascere sto bambino che adesso son curiosa di vederlo.”

E così, non si sa bene come, poco dopo le 13, io venni al mondo. La leggenda non riporta quando e come ritrovarono mio nonno, quando e come fu informato dell’evento mio padre e dove dormì quella notte mio fratello. Poco importa. Sono nata il 29 luglio 1970 poco dopo le 13, a Ponte Lambro, accanto al cantiere dove si stava costruendo la tangenziale est. 48 anni fa.