Il sergente Foley

Siamo a novembre e io ho ricominciato il mio giro di colloqui con i professori dei miei figli. Io, la mia ansia, le mie mani sudate e la mia inadeguatezza, prendiamo l’autobus, il tram, il passante e ci sediamo composte in attesa che venga chiamato il mio cognome da sposata.

E mi ritrovo a parlare con professori empatici o anaffettivi, sorridenti o seri, saccenti o umili, confusi o sereni, agitati più di me o calmi come solo il dottor Lecter. Alcuni mi parlano dei miei figli informandomi anche dei loro voti, altri dei loro voti pensando che siano i miei figli.

Da alcuni colloqui esco rigenerata, mi viene voglia di tornare a casa e abbracciare i miei figli e dire loro che sono fortunati ad avere un professore o una professoressa così; da altri esco con la voglia di tornare a casa, abbracciare i miei figli e piangere con loro. Da alcuni professori io vorrei salvarli. E comincio salvando me stessa e mandando il consorte a parlarci. Perché io sono fondamentalmente vigliacca.

Eppure oggi, mentre ero lì che aspettavo tra un prof e l’altro, ho cominciato a pensare che forse i miei figli non hanno nessun bisogno di essere salvati. Che forse sono più forti di quanto io non creda.

Viviamo in tempi difficili, non è certo questo il mondo che io avevo in mente per loro e con molta probabilità dovranno lottare e avere coraggio per far valere le loro idee, per affermarsi, per difendere gli altri, per trovare il loro posto nel mondo.

E mi sono detta che forse il primo passo è questo. Che magari queste difficoltà serviranno a tirare fuori il meglio di loro, a far scoprire loro capacità che magari non pensavano di avere, che gli insuccessi serviranno a non pensare di essere invincibili, che gli serviranno a capire i loro limiti, le loro risorse e le difficoltà degli altri, a renderli più solidali, a scoprire che dopo una caduta ci si rialza, magari un po’ ammaccati, magari non nel modo in cui si voleva, ma ci si rialza.

Che si può sopravvivere al sergente Foley.

Ecco. Ero partita vestendo i panni della madre saggia e mi ritrovo a pensare che dopo una giornata di colloqui, l’unica cosa che vorrei è un divano, una copertina, un tè caldo e una tv con il bel Richard Gere dei tempi d’oro di “Ufficiale e gentiluomo”.

 

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Lo sport e la madre

Ho tre figli. E come tutte le madri radical chic di Milano, fin da quando erano piccoli, ho cercato di offrire loro più occasioni possibili perché potessero trovare il “loro” sport. Non ho mai detto di no a qualsiasi loro iniziativa, senza approfondire se l’entusiasmo mostrato a settembre fosse dettato da un reale interesse per lo sport appena scoperto, o la voglia di fare qualcosa con l’amico del momento. A tutti e tre ho solo imposto il nuoto fino a che fossero stati in grado di nuotare in mare lasciandomi serena a riva a leggere un libro. E così è stato.

In questi miei primi sedici anni da madre ho così avuto a che fare, grazie alle iniziative dei tre, con danza classica, ginnastica artistica, il suddetto nuoto, calcio, tennis, scherma, atletica, baseball, basket, canoa e parkur (o qualcosa di simile). La maggior parte di questi sono stati amori fugaci, da una botta e via, giusto il tempo di comprare tutto il necessario, imparare le regole e poi con l’arrivo di maggio, arrivederci e grazie.

Ho avuto a che fare quindi con terra rossa nei calzini, pantaloni bianchi a cui dover togliere strisciate d’erba (non ho mai capito come si possa rendere legali pantaloni bianchi per il baseball… comunque sempre forza Ares!), l’emozione di dover  lavare una maschera da scherma e non sapere da che parte iniziare, vestiti inzuppati di acqua puzzolente dell’Idroscalo, tute di ogni tipo, accappatoi, costumi, cuffie, ciabatte, divise dai tessuti improbabili da lavare facendo attenzione a non rovinare i colori e i patacchini. Ecco… in questo lungo elenco me ne mancava uno… e le madri vere radical chic l’avranno già capito. Stasera, davanti a un sacchetto pieno di fango in cui si intravedevano una maglietta, delle calze e dei pantaloncini avrei voluto piangere. Sì, perché a me solo il rugby mancava…

Agosto

È Agosto.

La partenza si avvicina, fa caldo, tu devi assolutamente finire un lavoro prima di partire. E sei stanca. Stanchissima. Il pensiero delle valige, cosa metterci dentro, della casa da chiudere, il frigo da svuotare, le ultime lavatrici da fare e tutto quello che va fatto prima di partire ti rende ancora più stanca e nervosa.

Ma lotti contro te stessa e ti metti al computer, anche se stamattina hai fatto gli esami del sangue, anche se ti hanno detto che la tiroide comincia a fare i capricci, anche se ti hanno spiegato che forse è per quello che sei sempre stanca, anche se il tuo medico, quello simpaticissimo, ti ha detto che non si può dare sempre la colpa alla tiroide, che la stanchezza, le gambe gonfie, la fatica a concentrarsi è tipico dell’età… Insomma, ti ha dato della vecchia con un sottinteso “è agosto e c’ho caldo, fatti ‘sti esami del sangue e ne riparliamo a settembre con il fresco”.

Nonostante tutti questi “anche se”, ti metti seduta e cerchi di concentrarti. E qui arriva il bello della vita del free lance.

– Mamma devo fare la doccia?

– Mamma, in bagno fa caldo, come faccio a fare la doccia?

– Mamma, che pantaloni mi metto?

– Mamma, metto i vestiti di ieri?

– Mamma, metto questi ma voglio portarli via, me li lavi stanotte?

– Mamma, che cosa stai facendo?

– Mamma, te lo trovo io il testo che non trovi.

– Mamma, mi ricordo un bel pezzo ma non lo trovo…

– Mamma, hai provato a cercare in questo libro, e in quello?

– Mamma, mi sono rotto le palle, arrangiati.

– Mamma, ma quando partiamo?

– Mamma, ma dove andiamo?

– Mamma, cosa devo portarmi?

– Mamma, devo fare i compiti?

– Mamma, non ho voglia di fare i compiti.

– Mamma, perché devo fare i compiti?

– Mamma, cosa stai facendo?

– Mamma, mi sono dimenticato di fare colazione.

E pensare che c’è stato un tempo che sognavo il giorno in cui qualcuno mi avrebbe chiamato “mamma”.

Li ho portati dalla nonna.

Le valigie la farò stanotte.

Buone vacanze.

Vacanza

Le tre iene sono al campo degli scout.

Ormai sono via da quasi una settimana. Agli scout sono vietati i cellulari e la filosofia dei capi è “nessuna nuova, buona nuova”, questo significa che da quando sono partiti l’unica informazione giunta è una mail per dirci che erano arrivati sani e salvi e poi più nulla.

Alcuni genitori soffrono un po’ questo silenzio, invece a me piace un sacco.

Un po’ perché avendolo vissuto io in prima persona, so cosa significa il senso di libertà che si prova a tagliare i ponti con la propria vita per 10 giorni. E poi perché questo rende più bello il giorno del loro rientro. Di solito i grandi non raccontano una mazza e la loro unica preoccupazione è cosa mettersi per la pizzata che di solito segue il rientro, ma mi piace la sensazione che si prova quando ci si rivede dopo tanto tempo, quella loro aria misteriosa con cui mi guardano come per dirmi “tu non puoi capire…”. Il minore invece racconta sempre volentieri, con quella sua ironia che mi fa sempre molto ridere ed è sempre visibilmente e sinceramente felice di rivedermi. Come me di rivedere lui. E fin che dura me la godo tutta.

Quindi io ringrazio gli scout che per 10 giorni disintossicano i grandi dallo smartphone e me dal pensiero di avere sempre sotto controllo tre giovani esseri umani. Stranamente, io notoriamente persona ansiosa, non sono assolutamente in ansia, anzi.

Forse perché non ho quasi mai cenato a casa in questi giorni, ho rivisto amici, fatto aperitivi, passeggiato per il centro, comprato libri alla Feltrinelli, lavorato senza il pensiero di una cena da preparare, qualcuno da recuperare, in pigiama, dimenticandomi orari e appuntamenti, mangiato alle tre davanti a Law and Order insalata e scamorzine?

Sì, lo so, sono una madre di merda. Ma una vacanza ogni tanto ci sta, no?

 

38,5

Avere 38,5 di febbre.

A 3 mesi: tetta, cacca, nanna, piango e poi magari ripiango così torna tetta, cacca, nanna, piango e poi ripiango, così torna tetta, cacca, nanna e poi…

A 3 anni: miiii che mal di testa… adesso chiamo la mamma alle 21.00, alle 22.00, alle 23, 24, 1, 2, 3, 4…. alle 6 sto da dio e mi farei una bella giocata con palla, pentolini, arrampicata del divano, svuota il cassetto delle pentole, degli asciugamani, delle posate, dei detersivi… ma perché la mamma mi guarda male e dice parole che io non conosco?

A 7 anni: figata! Viene la nonna e mi porta topolino, focus junior, il lego nuovo, il dinosauro da costruire, la tour eiffel in 3D, mi fa guardare la TV tutto il giorno, mi cucina pasta in bianco, patate lesse e mela grattugiata! Questa sì che è vita!

A 14 anni: figata! Niente scuola!

A 22 anni: febbre? Cos’è la febbre?

A 35 anni: febbre? Non posso permettermelo: mi prendo tachipirina, tachifludec, nurofen, un infuso di erbe tibetane, fiori di Bach, una bomba a mano e sono un fiore! Posso lavorare, cucinare, mettere in ordine la casa, svegliarmi ogni ora per curare i figli, perché loro sì, poverini, che stanno male.

A 47 anni: vi ho voluto bene. Ricordatemi con affetto.

Un banco di scuola

Quando avevo sedici anni e i miei genitori andavano alle riunioni alla mia scuola, pensavo che loro fossero sereni, decisi, e mi preoccupavo solo del loro ritorno a casa, della faccia che avrebbero fatto.

Non so come stessero i miei genitori, ma so come mi sto sentendo io in questi giorni di prime riunioni.

Arrivo davanti al portone di questi licei e mi sudano le mani.

Mi siedo a quei banchi così simili a quelli dove mi sedevo io e mi sembra di avere ancora sedici anni. Quando entrano i professori ho un sussulto. Gli altri genitori mi sembrano le mie vecchie compagne: ci sono quelli svegli e ironici, quelli seri e composti, quelli oggettivamente antipatici, quelli che si mettono in mostra e quelli che tacciono all’ultimo banco.

E sudo. E torno ad avere sedici anni.

Io ho odiato le mie magistrali.

Odiavo la suora che scorreva i nomi per decidere chi interrogare, odiavo le preferenze che facevano le prof, odiavo quella costante sensazione di essere sempre giudicata.

C’erano giorni che all’ultima ora scrivevo su un foglio i numeri da 50 a 0 e ogni minuto che passava ne cancellavo uno con una crocetta.

Tutto quello che volevo era uscire di lì, togliermi quel grembiule di un verde imbarazzante e tornare a respirare.

Studiavo il minimo sindacale per avere una media accettabile e ricordo di aver studiato con piacere solo alcuni argomenti di psicologia, didattica e filosofia. E la cosa strana è che la prof che insegnava queste materie era oggettivamente la più stronza. Per cui so benissimo che i prof stronzi spesso non sono i peggiori.

Poi però uscivo e avevo gli scout, dove stavo bene, avevo gli amici e mi sentivo al posto giusto.

In queste sere, seduta a quei banchi, mi sento estremamente solidale con i miei figli. Ricordo la fatica di passare le giornate con compagni che non ti scegli, la frustrazione di avere prof per i quali tu sei solo uno dei tanti, la fatica della costanza che bisogna avere, che appena molli un secondo il 4 è in agguato.

Il mio ruolo di madre mi impone di spronarli, di rompergli le palle, e ogni tanto mi dimentico che non è facile.

Ed è per questo che spero con tutto il cuore che anche loro trovino un posto dove stare bene, dove sentirsi al posto giusto, adeguati, in pace. Che potrebbe essere la loro stessa scuola, ma che potrebbe anche essere altro. Un posto che li ricarichi e gli dia la forza di affrontare poi anche i luoghi e le situazioni dove così bene poi non si sta.

Io ce l’avevo. E sarò sempre grata per questo.

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Madri

Eravamo lì, in attesa dell’uscita dei figli da scuola. E lei mi dice “a te non capita mai di desiderare di andar via?” “Sì mi capita, spesso.” “Sarà normale? Mi sento in colpa solo per averlo pensato, ma vorrei sparire, andare in un posto dove nessuno mi conosce, sola”.

Non so se è normale, ma sì, succede anche a me. Spesso.

Confessione

Dopo una giornata un po’ pesante, uno si rilassa e cazzeggia nella rete cercando di leggere qualcosa di interessante. All’ennesimo articolo su cosa dovrebbero fare i genitori, su come bisognerebbe fare i genitori, su cosa dovrebbero mangiare i ragazzi, su come bisognerebbe educarli, nutrirli, sorreggerli, stimolarli, proteggerli, spronarli.. ecco, io mi arrendo.

I miei figli sono in regola con i vaccini. Anzi, ognuno di loro ne ha uno o due in più.

Hanno fatto tutti il nido, sono stati allattati senza particolare entusiasmo ognuno fino a quando io ho ritenuto giusto smettere. Giusto per me, intendo.

Vanno alla scuola statale.

Mangiano la carne, la Nutella e l’insalata in busta già lavata.

I più grandi hanno uno smartphone a testa, il più piccolo si cerca autonomamente i video sull’Ipad.

Ogni tanto mi mandano a quel paese, ogni tanto urlano, ogni tanto si menano, spesso si fanno i dispetti, molto spesso si dicono cattiverie senza pietà.

Non si rifanno il letto la mattina, raramente sparecchiano, ancora più raramente fanno da mangiare. Dicono di non saper usare la lavatrice, la lavastoviglie e il ferro da stiro. L’aspirapolvere invece lo sanno usare, ma non lo usano.

Non hanno ancora finito i compiti della vacanze. Quello dei tre che non li aveva, si è goduto le vacanze. Tutte. Per sua scelta, e non perché io creda che “vivere” sia sufficiente per ricordarsi le tabelline.

Non rispetto i loro tempi perché mi innervosisco prima.

Ecco, in poche parole, sono una madre di merda.

Lo so.

Pazienza.

Son ragazzi…

Ho due figli su tre adolescenti. La cosa è devastante e divertente allo stesso tempo. Però non è di questo che volglio parlare. Sono le quattro, ho finito le vite di candy crush ma il sonno non riesce a prendere il sopravvento. E così penso.

Io ogni giorno lavoro con le parole, parole italiane, per la precisione. Credo che l’italiano sia una bellissima lingua e forse il mio problema con l’inglese nasce proprio da questo: in italiano abbiamo un sacco di parole, con gradazioni e sfumature differenti. Parole che derivano per lo più dal latino e dal greco e che spesso si ritrovano simili in altre lingue ma per questo considerate dotte e difficili mentre per noi sono banalmente “normali”. Decliniamo i verbi, abbiamo maschile e femminile, tantissimi sinonimi che poi così sinonimi non sono. L’inglese invece è un’anima semplice, poco ragionamento e molti modi di dire, una lingua un po’ anarchica, ricca di eufemismi ed eccezioni.

Ecco, pur amando la lingua italiana, c’è una parola che io proprio trovo orrenda: è il termine “adolescenza”. Ma possibile che non ci fosse niente di meglio? Grazie a google tutti possono scoprire che deriva da dal latino adolescens, participio presente di adolescere, composto da ad, rafforzativo, e alere, nutrire. Quindi significa: colui che si sta nutrendo. Molto.

Bene… un fondo di verità forse c’è, visto che è risaputo che gli adolescenti hanno uno stomaco in grado di dissolvere anche una marmitta, ma siamo sinceri, la parola è orrenda. Adolescenza richiama alla mente parole come “putrescenza”, “escrescenza”, “convalescenza”, “escandescenza”, “incandescenza”.

Se poi andiamo sullo scientifico, l’adolescenza viene definita “pubertà”… Pubertà?!? Ma dai… ogni volta che la sento, mi viene in mente un pube peloso…

Hanno fatto bene gli inglesi a chiamarli teenager: da anime semplici quali sono, si sono fermati al numero di anni che hanno i soggetti in questione. Nome divertente, forse un po’ idiota, ma che da l’idea di giovane, nuovo. Insomma, in America, Inghilterra, Australia, Canada, SudAfrica, hanno i teenager, noi abbiamo gli adolescenti… i primi sembrano divertirsi, i nostri sembrano malati.

In alcune associazioni e negli oratori, per tentare di svecchiare ‘sto termine orrendo, li chiamano “ado”… ado?!? Sembra l’acronimo di un gruppo di auto aiuto…

È vero, sono posseduti dagli effetti devastanti degli ormoni, soffrono di sbalzi d’umore, acne, depressione, sindrome narcisistica. Posso passare dalla narcolessia all’iperattività in un nano secondo e possono crescere di 15 centimetri in un we. Pur avendo tutte le sinapsi che funzionano alla perfezione, qualche volta il loro cervello va in stand by. Possono essere crudeli e tremendamente cinici. Ma fanno molto ridere, hanno un forte senso della giustizia e dell’umorismo, se qualcosa gli interessa la imparano alla velocità della luce. Nella loro totale disarmonia sono armonici, incomprensibili e infondo spesso indifesi da loro stessi. Sono spesso bistrattati perché hanno la capacità di far saltare i nervi e la pazienza anche a un santo eppure ci siamo passati tutti. Forse è come il parto: si dimentica?

Comunque, per concludere, rendiamo loro giustizia, fatemi felice: non chiamiamoli più adolescenti, vi prego… semplicemente “ragazzi” potrebbe andare?

Da mamma a madre

Da due settimane ho smesso di essere “mamma” e sono diventata “madre”.

Questo è quello che succede quando la prole va al liceo.

Non sei più la “mamma di” ma diventi la “madre di”.

Posso illudermi quanto voglio, ma “mamma”, ché ché se ne dica, non è sinonimo di “madre”. “Mamma” è dolce, tenera, affettuosa, sottintende amore, accudimento, protezione. “Madre” invece… madre è dura, distante, seria e severa.

“Mamma” è giovane, “madre” è… matura.

Il passaggio da “mamma” a “madre” è improvviso, inaspettato e non subito lo percepisci: capisci che c’è qualcosa che non ti torna ma all’inizio fai fatica a focalizzare. Poi, pian piano, realizzi che  la donna che i tuoi figli definivano la “mamma” del loro amico, improvvisamente è diventata la “madre di”, detto sottolineando quel suono duro finale “dre”.

Ti ritrovi in meno di un mese catapultata in un mondo al quale noi eri pronta, trascinata in un vortice dove tu dovresti essere il faro illuminante e invece non sei altro che una poveretta che assiste a degli avvenimenti. Ti ritrovi a credere di essere ancora quella che dà e nega permessi, quando in realtà nessuno te li sta più chiedendo. Ti stanno solo informando. “Rimango fuori a pranzo”, “vado al collettivo”, “devo studiare”, “esco” non hanno più un punto di domanda, sono affermazioni. E tu balbetti un “va bene…” cercando di dirlo prima che la porta si richiuda per avere l’illusione di essere stata tu a dare il benestare.

La mamma semina, la madre raccoglie. La mamma dice sì o no, la madre al massimo cerca di capire, discutere, far ragionare.

E sai bene che questo non è che l’inizio.

Però di figli nei hai tre, e per uno di questi sei ancora la “mamma”, quella che passa due ore al parchetto a guardarlo giocare. Nonostante lei abbia freddo. Nonostante non ci sia nessuno con cui chiacchierare perché le altre “mamme” del parchetto hanno altre età e altri giri. Nonostante a casa ci siano le bozze da lavorare e i panni da stirare.

E per un attimo, giuro per solo un attimo, ti passa per il cervello l’idea di fargli una proposta: “tesoro, non è che hai voglia di andare al collettivo così io torno a casa?”