2002 -2020

Questa non è stata la prima reclusione della mia vita.

Il 23 gennaio del 2002 mi recai all’ospedale Macedonio Melloni per fare un’ecografia. Ero incinta di cinque mesi e trepidante mi accingevo a quella che viene chiamata “eco morfologica”, praticamente l’eco con cui si controlla che il bambino che hai in pancia abbia tutti i pezzi al posto giusto.

Il bambino, o meglio, la bambina stava benissimo. Anche troppo: si era già messa in posizione pronta per nascere. La ginecologa mi guardò, mi fece qualche domanda sul mio lavoro, sulla mia casa e poi pronunciò la sentenza: “riposo”. Mi fece compilare un po’ fogli, mi diede il numero del medico del lavoro a cui rivolgermi e in sintesi mi disse: “da qui fino a fine maggio devi evitare situazioni stressanti, non fare sforzi e non fare scale. Visto che abiti al terzo piano senza ascensore, te ne stai tranquilla in casa ed esci solo per venire a fare le visite di controllo: niente lavoro, niente uscite per la spesa, niente passeggiate. E visto che così il rischio di ingrassare troppo è alto, eccoti una dieta da 1400 calorie al giorno”.

Uscii dall’ambulatorio felice come una Pasqua: di tutto quello che mi era stato detto io avevo capito solo che la bimba stava bene, che la gravidanza procedeva bene, ma soprattutto che mi mettevano a casa dal lavoro per gravidanza a rischio. Il 23 gennaio. Con il lavoro che facevo all’epoca significava mollare tutto nel pieno del delirio lavorativo, degli orari assurdi e dell’ansia. Il giorno dopo andai in ufficio a comunicare la notizia, a prendere le mie cose e a fare un passaggio di consegne. Chiusi il computer e me ne tornai a casa. Il primo giorno di maternità ricevetti 14 telefonate dall’ufficio, ricordo che le contai, praticamente una ogni mezzora. I giorni successivi via via diminuirono e ben presto mi adattai alla mia nuova vita e loro ad avermi persa.

Stavo benissimo: mia madre passava ogni giorno per darmi una mano, anche se oggi mi chiedo che cosa mai ci fosse da fare in casa visto che vivevamo in due e uno era tutto il girono in ufficio. Eh, bei tempi… la casa praticamente si puliva da sola, nessuno metteva in disordine o comunque era responsabile delle proprie azioni.

Mi feci serenamente tutto febbraio e tutto marzo a casa uscendo solo due volte per le visite di controllo e gli esami del sangue. Poi, con l’arrivo di aprile e della primavera, sentii il richiamo del sole. Complice le festività di Pasqua, accettai di andare a pranzo da alcuni amici: se potevo andare in clinica, pensai, potevo anche andare in casa di altri, non c’era differenza. Sulla via del ritorno però vidi un gande magazzino, uno di quelli che vendono vernici e arredi e, sentendomi benissimo, proposi al consorte di fermarci per comprare una tappezzeria per quella che sarebbe stata la stanza della bimba ma che al momento era ancora un magazzino di scatoloni e altri oggetti che attendevano di finire o in cantina o in discarica.

Ci mettemmo molto poco, sapevamo quello che volevamo, lo scegliemmo in fretta e risalimmo in macchina.

Tempo qualche ora e ovviamente mi partirono le contrazioni.

Al pronto soccorso per fortuna riuscirono a bloccare il travaglio con una bella flebo, mi ricoverarono e dopo una settimana di situazione stazionaria mi dimisero. Questa volta però mi dissero che il riposo doveva essere “assoluto”, cioè “a letto”. Mi dissero che era importante finire almeno l’ottavo mese, il che significava stare a letto come minimo un mese, almeno fino al 6 maggio.

Uscii contenta e ottimista: la bambina stava bene, io potevo farmi servire e riverire, guardare tutta la tv che volevo (all’epoca non c’erano ancora i social network, io non avevo nemmeno il cellulare), leggere e giocare al computer.

Poi, la notte tra il 3 e il 4 maggio, mi si ruppero le acque e alle 5 di mattina del 4 maggio la bambina nacque bella, sana e rompiballe già da allora.

Il 4 maggio. 4 maggio 2002, 4 maggio 2020.

Adesso, come 18 anni fa, mi ritrovo ad attendere con ansia il giorno in cui finalmente succederà qualcosa che non sarà di certo un ritorno alla vita di prima ma un salto nel buio pieno di incertezze.

Guardo questi numeri e mi viene da ridere. 2002-2020.

Lo spirito con cui ho vissuto queste due reclusioni è stato uno l’opposto dell’altro: tanto è stato spensierato, ottimista e un po’ incosciente (ma a dieta) il primo, quanto ansioso, claustrofobico e pessimista (ma all’ingrasso) il secondo. Le ragioni di queste due differenze sono ovviamente chiare a tutti ma mi fanno pensare come una stessa identica condizione possa essere percepita e possa cambiare di significato in base alla situazione in cui è inserita.

E mentre ragiono di tutto ciò, un solo pensiero mi dà sollievo: nel 2200 a essere rinchiusa in casa ci sarà qualcun’altra…

Wikimamma

Siamo a tavola. Oggi la nonna non c’è e così ce la caviamo con un pranzo salutare a base di mozzarella, bresaola, tonno, insalata, pomodorini. E le uova sode, perché non si dica che io non cucino niente. Insomma siamo lì, e tra un “passami il sale” e “prendi l’olio” lui se ne esce con “mamma, ma come funziona la frizione?”

Lo guardo, trattengo l’impulso di rispondere “e io che cazzo ne so” perché sono la mamma, non dico parolacce, devo essere gentile, accudente e devo essere orgogliosa della loro curiosità.

Così cerco nei cassetti del cervello i ricordi di trent’anni fa, quelli della scuola guida e dei quiz, e me ne esco con “serve per staccare il motore mentre cambi la marcia”. Mi guarda perplesso e mi dice “che cavolo significa che stacchi il motore? E cosa succede quando cambi la marcia?”

Ora, gioia della mamma, ma secondo te io che cosa ne so? Alla pratica dell’esame di guida la prima volta mi hanno anche bocciato. Guido da trent’anni, non benissimo, lo ammetto, ma comunque guido senza sapere esattamente che cosa sia la frizione. So che, quando faccio le partenze in salita in montagna, se sento puzza di bruciato significa che la sto uccidendo sta benedetta frizione, ma io di più non so. Sto mangiando un’insalata in busta con una mozzarella industriale e del tonno in scatola greco avanzato da quest’estate. Capisci anche tu che la giornata è già faticosa così.

E lo dico. Il mio solito spazientito “senti, non lo so”.

E mi becco il suo solito “e ma non sai mai niente!”

Ecco, in 17 anni abbondanti della mia esperienza di madre mi sono state rivolte le domande più varie, dalla mitologia greca ai principi della termodinamica. Quanto è distante la Luna? Come funziona Edmodo? Quanti anni aveva John Lennon quando è morto? Quando è caduto il muro di Berlino? Chi ha ucciso Falcone? Che cosa c’è dopo la morte? Chi vince tra un coccodrillo e un orso? Che cosa succede se non mi lavo per un mese?

Tutto bellissimo se non fosse che io ho la pazienza di un milanese che aspetta l’ascensore. E così alla seconda domanda di fila di cui ignoro la risposta o che non capisco proprio, rinnego tutti i miei principi femministi come neanche San Pietro la notte del venerdì santo e cerco di uscirne con un bel “chiedi al papà stasera” di cui sarebbe fierissima Costanza Miriano.

Sì perché “il papà”, lui, è molto più bravo di me. Lui risponde a tutto, sempre, in modo dettagliato ed esaustivo. Perché lui li prende per sfinimento: che sappia o no la risposta, lui parte da Adamo ed Eva e va avanti finché non desistono, e questo avviene spesso prima che lui arrivi al punto. E già, perché la capacità di attenzione di un millennial è di 10 minuti, e così di solito se la cava in fretta. Ed ottiene anche l’effetto desiderato che prima di chiedere a lui ci pensano due volte. E quindi chiedono a me.

Ora, io dico, stellina, hai in tasca un affare che ti basta sfiorare per avere accesso alla treccani, a qualsiasi manuale di fisica, alle news del Vaticano, a tutti i manuali di guida, puoi leggere l’Odissea, la Bibbia, La divina commedia. Ci trovi anche le istruzioni per costruire una bomba, che forma ha la cacca dell’elefante e sapere in tempo reale che tempo fa a Livigno.

Ma perché chiedi a me?

E niente… mi hanno detto che è più bello chiedere alla mamma.

Sono sadici.

Wikimamma.

 

Il sergente Foley

Siamo a novembre e io ho ricominciato il mio giro di colloqui con i professori dei miei figli. Io, la mia ansia, le mie mani sudate e la mia inadeguatezza, prendiamo l’autobus, il tram, il passante e ci sediamo composte in attesa che venga chiamato il mio cognome da sposata.

E mi ritrovo a parlare con professori empatici o anaffettivi, sorridenti o seri, saccenti o umili, confusi o sereni, agitati più di me o calmi come solo il dottor Lecter. Alcuni mi parlano dei miei figli informandomi anche dei loro voti, altri dei loro voti pensando che siano i miei figli.

Da alcuni colloqui esco rigenerata, mi viene voglia di tornare a casa e abbracciare i miei figli e dire loro che sono fortunati ad avere un professore o una professoressa così; da altri esco con la voglia di tornare a casa, abbracciare i miei figli e piangere con loro. Da alcuni professori io vorrei salvarli. E comincio salvando me stessa e mandando il consorte a parlarci. Perché io sono fondamentalmente vigliacca.

Eppure oggi, mentre ero lì che aspettavo tra un prof e l’altro, ho cominciato a pensare che forse i miei figli non hanno nessun bisogno di essere salvati. Che forse sono più forti di quanto io non creda.

Viviamo in tempi difficili, non è certo questo il mondo che io avevo in mente per loro e con molta probabilità dovranno lottare e avere coraggio per far valere le loro idee, per affermarsi, per difendere gli altri, per trovare il loro posto nel mondo.

E mi sono detta che forse il primo passo è questo. Che magari queste difficoltà serviranno a tirare fuori il meglio di loro, a far scoprire loro capacità che magari non pensavano di avere, che gli insuccessi serviranno a non pensare di essere invincibili, che gli serviranno a capire i loro limiti, le loro risorse e le difficoltà degli altri, a renderli più solidali, a scoprire che dopo una caduta ci si rialza, magari un po’ ammaccati, magari non nel modo in cui si voleva, ma ci si rialza.

Che si può sopravvivere al sergente Foley.

Ecco. Ero partita vestendo i panni della madre saggia e mi ritrovo a pensare che dopo una giornata di colloqui, l’unica cosa che vorrei è un divano, una copertina, un tè caldo e una tv con il bel Richard Gere dei tempi d’oro di “Ufficiale e gentiluomo”.

 

Lo sport e la madre

Ho tre figli. E come tutte le madri radical chic di Milano, fin da quando erano piccoli, ho cercato di offrire loro più occasioni possibili perché potessero trovare il “loro” sport. Non ho mai detto di no a qualsiasi loro iniziativa, senza approfondire se l’entusiasmo mostrato a settembre fosse dettato da un reale interesse per lo sport appena scoperto, o la voglia di fare qualcosa con l’amico del momento. A tutti e tre ho solo imposto il nuoto fino a che fossero stati in grado di nuotare in mare lasciandomi serena a riva a leggere un libro. E così è stato.

In questi miei primi sedici anni da madre ho così avuto a che fare, grazie alle iniziative dei tre, con danza classica, ginnastica artistica, il suddetto nuoto, calcio, tennis, scherma, atletica, baseball, basket, canoa e parkur (o qualcosa di simile). La maggior parte di questi sono stati amori fugaci, da una botta e via, giusto il tempo di comprare tutto il necessario, imparare le regole e poi con l’arrivo di maggio, arrivederci e grazie.

Ho avuto a che fare quindi con terra rossa nei calzini, pantaloni bianchi a cui dover togliere strisciate d’erba (non ho mai capito come si possa rendere legali pantaloni bianchi per il baseball… comunque sempre forza Ares!), l’emozione di dover  lavare una maschera da scherma e non sapere da che parte iniziare, vestiti inzuppati di acqua puzzolente dell’Idroscalo, tute di ogni tipo, accappatoi, costumi, cuffie, ciabatte, divise dai tessuti improbabili da lavare facendo attenzione a non rovinare i colori e i patacchini. Ecco… in questo lungo elenco me ne mancava uno… e le madri vere radical chic l’avranno già capito. Stasera, davanti a un sacchetto pieno di fango in cui si intravedevano una maglietta, delle calze e dei pantaloncini avrei voluto piangere. Sì, perché a me solo il rugby mancava…

Agosto

È Agosto.

La partenza si avvicina, fa caldo, tu devi assolutamente finire un lavoro prima di partire. E sei stanca. Stanchissima. Il pensiero delle valige, cosa metterci dentro, della casa da chiudere, il frigo da svuotare, le ultime lavatrici da fare e tutto quello che va fatto prima di partire ti rende ancora più stanca e nervosa.

Ma lotti contro te stessa e ti metti al computer, anche se stamattina hai fatto gli esami del sangue, anche se ti hanno detto che la tiroide comincia a fare i capricci, anche se ti hanno spiegato che forse è per quello che sei sempre stanca, anche se il tuo medico, quello simpaticissimo, ti ha detto che non si può dare sempre la colpa alla tiroide, che la stanchezza, le gambe gonfie, la fatica a concentrarsi è tipico dell’età… Insomma, ti ha dato della vecchia con un sottinteso “è agosto e c’ho caldo, fatti ‘sti esami del sangue e ne riparliamo a settembre con il fresco”.

Nonostante tutti questi “anche se”, ti metti seduta e cerchi di concentrarti. E qui arriva il bello della vita del free lance.

– Mamma devo fare la doccia?

– Mamma, in bagno fa caldo, come faccio a fare la doccia?

– Mamma, che pantaloni mi metto?

– Mamma, metto i vestiti di ieri?

– Mamma, metto questi ma voglio portarli via, me li lavi stanotte?

– Mamma, che cosa stai facendo?

– Mamma, te lo trovo io il testo che non trovi.

– Mamma, mi ricordo un bel pezzo ma non lo trovo…

– Mamma, hai provato a cercare in questo libro, e in quello?

– Mamma, mi sono rotto le palle, arrangiati.

– Mamma, ma quando partiamo?

– Mamma, ma dove andiamo?

– Mamma, cosa devo portarmi?

– Mamma, devo fare i compiti?

– Mamma, non ho voglia di fare i compiti.

– Mamma, perché devo fare i compiti?

– Mamma, cosa stai facendo?

– Mamma, mi sono dimenticato di fare colazione.

E pensare che c’è stato un tempo che sognavo il giorno in cui qualcuno mi avrebbe chiamato “mamma”.

Li ho portati dalla nonna.

Le valigie la farò stanotte.

Buone vacanze.

Vacanza

Le tre iene sono al campo degli scout.

Ormai sono via da quasi una settimana. Agli scout sono vietati i cellulari e la filosofia dei capi è “nessuna nuova, buona nuova”, questo significa che da quando sono partiti l’unica informazione giunta è una mail per dirci che erano arrivati sani e salvi e poi più nulla.

Alcuni genitori soffrono un po’ questo silenzio, invece a me piace un sacco.

Un po’ perché avendolo vissuto io in prima persona, so cosa significa il senso di libertà che si prova a tagliare i ponti con la propria vita per 10 giorni. E poi perché questo rende più bello il giorno del loro rientro. Di solito i grandi non raccontano una mazza e la loro unica preoccupazione è cosa mettersi per la pizzata che di solito segue il rientro, ma mi piace la sensazione che si prova quando ci si rivede dopo tanto tempo, quella loro aria misteriosa con cui mi guardano come per dirmi “tu non puoi capire…”. Il minore invece racconta sempre volentieri, con quella sua ironia che mi fa sempre molto ridere ed è sempre visibilmente e sinceramente felice di rivedermi. Come me di rivedere lui. E fin che dura me la godo tutta.

Quindi io ringrazio gli scout che per 10 giorni disintossicano i grandi dallo smartphone e me dal pensiero di avere sempre sotto controllo tre giovani esseri umani. Stranamente, io notoriamente persona ansiosa, non sono assolutamente in ansia, anzi.

Forse perché non ho quasi mai cenato a casa in questi giorni, ho rivisto amici, fatto aperitivi, passeggiato per il centro, comprato libri alla Feltrinelli, lavorato senza il pensiero di una cena da preparare, qualcuno da recuperare, in pigiama, dimenticandomi orari e appuntamenti, mangiato alle tre davanti a Law and Order insalata e scamorzine?

Sì, lo so, sono una madre di merda. Ma una vacanza ogni tanto ci sta, no?

 

38,5

Avere 38,5 di febbre.

A 3 mesi: tetta, cacca, nanna, piango e poi magari ripiango così torna tetta, cacca, nanna, piango e poi ripiango, così torna tetta, cacca, nanna e poi…

A 3 anni: miiii che mal di testa… adesso chiamo la mamma alle 21.00, alle 22.00, alle 23, 24, 1, 2, 3, 4…. alle 6 sto da dio e mi farei una bella giocata con palla, pentolini, arrampicata del divano, svuota il cassetto delle pentole, degli asciugamani, delle posate, dei detersivi… ma perché la mamma mi guarda male e dice parole che io non conosco?

A 7 anni: figata! Viene la nonna e mi porta topolino, focus junior, il lego nuovo, il dinosauro da costruire, la tour eiffel in 3D, mi fa guardare la TV tutto il giorno, mi cucina pasta in bianco, patate lesse e mela grattugiata! Questa sì che è vita!

A 14 anni: figata! Niente scuola!

A 22 anni: febbre? Cos’è la febbre?

A 35 anni: febbre? Non posso permettermelo: mi prendo tachipirina, tachifludec, nurofen, un infuso di erbe tibetane, fiori di Bach, una bomba a mano e sono un fiore! Posso lavorare, cucinare, mettere in ordine la casa, svegliarmi ogni ora per curare i figli, perché loro sì, poverini, che stanno male.

A 47 anni: vi ho voluto bene. Ricordatemi con affetto.

Un banco di scuola

Quando avevo sedici anni e i miei genitori andavano alle riunioni alla mia scuola, pensavo che loro fossero sereni, decisi, e mi preoccupavo solo del loro ritorno a casa, della faccia che avrebbero fatto.

Non so come stessero i miei genitori, ma so come mi sto sentendo io in questi giorni di prime riunioni.

Arrivo davanti al portone di questi licei e mi sudano le mani.

Mi siedo a quei banchi così simili a quelli dove mi sedevo io e mi sembra di avere ancora sedici anni. Quando entrano i professori ho un sussulto. Gli altri genitori mi sembrano le mie vecchie compagne: ci sono quelli svegli e ironici, quelli seri e composti, quelli oggettivamente antipatici, quelli che si mettono in mostra e quelli che tacciono all’ultimo banco.

E sudo. E torno ad avere sedici anni.

Io ho odiato le mie magistrali.

Odiavo la suora che scorreva i nomi per decidere chi interrogare, odiavo le preferenze che facevano le prof, odiavo quella costante sensazione di essere sempre giudicata.

C’erano giorni che all’ultima ora scrivevo su un foglio i numeri da 50 a 0 e ogni minuto che passava ne cancellavo uno con una crocetta.

Tutto quello che volevo era uscire di lì, togliermi quel grembiule di un verde imbarazzante e tornare a respirare.

Studiavo il minimo sindacale per avere una media accettabile e ricordo di aver studiato con piacere solo alcuni argomenti di psicologia, didattica e filosofia. E la cosa strana è che la prof che insegnava queste materie era oggettivamente la più stronza. Per cui so benissimo che i prof stronzi spesso non sono i peggiori.

Poi però uscivo e avevo gli scout, dove stavo bene, avevo gli amici e mi sentivo al posto giusto.

In queste sere, seduta a quei banchi, mi sento estremamente solidale con i miei figli. Ricordo la fatica di passare le giornate con compagni che non ti scegli, la frustrazione di avere prof per i quali tu sei solo uno dei tanti, la fatica della costanza che bisogna avere, che appena molli un secondo il 4 è in agguato.

Il mio ruolo di madre mi impone di spronarli, di rompergli le palle, e ogni tanto mi dimentico che non è facile.

Ed è per questo che spero con tutto il cuore che anche loro trovino un posto dove stare bene, dove sentirsi al posto giusto, adeguati, in pace. Che potrebbe essere la loro stessa scuola, ma che potrebbe anche essere altro. Un posto che li ricarichi e gli dia la forza di affrontare poi anche i luoghi e le situazioni dove così bene poi non si sta.

Io ce l’avevo. E sarò sempre grata per questo.

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Madri

Eravamo lì, in attesa dell’uscita dei figli da scuola. E lei mi dice “a te non capita mai di desiderare di andar via?” “Sì mi capita, spesso.” “Sarà normale? Mi sento in colpa solo per averlo pensato, ma vorrei sparire, andare in un posto dove nessuno mi conosce, sola”.

Non so se è normale, ma sì, succede anche a me. Spesso.

Confessione

Dopo una giornata un po’ pesante, uno si rilassa e cazzeggia nella rete cercando di leggere qualcosa di interessante. All’ennesimo articolo su cosa dovrebbero fare i genitori, su come bisognerebbe fare i genitori, su cosa dovrebbero mangiare i ragazzi, su come bisognerebbe educarli, nutrirli, sorreggerli, stimolarli, proteggerli, spronarli.. ecco, io mi arrendo.

I miei figli sono in regola con i vaccini. Anzi, ognuno di loro ne ha uno o due in più.

Hanno fatto tutti il nido, sono stati allattati senza particolare entusiasmo ognuno fino a quando io ho ritenuto giusto smettere. Giusto per me, intendo.

Vanno alla scuola statale.

Mangiano la carne, la Nutella e l’insalata in busta già lavata.

I più grandi hanno uno smartphone a testa, il più piccolo si cerca autonomamente i video sull’Ipad.

Ogni tanto mi mandano a quel paese, ogni tanto urlano, ogni tanto si menano, spesso si fanno i dispetti, molto spesso si dicono cattiverie senza pietà.

Non si rifanno il letto la mattina, raramente sparecchiano, ancora più raramente fanno da mangiare. Dicono di non saper usare la lavatrice, la lavastoviglie e il ferro da stiro. L’aspirapolvere invece lo sanno usare, ma non lo usano.

Non hanno ancora finito i compiti della vacanze. Quello dei tre che non li aveva, si è goduto le vacanze. Tutte. Per sua scelta, e non perché io creda che “vivere” sia sufficiente per ricordarsi le tabelline.

Non rispetto i loro tempi perché mi innervosisco prima.

Ecco, in poche parole, sono una madre di merda.

Lo so.

Pazienza.