Un nome corto e banale

Attenzione: post ad alto contenuto egocentrico. Per cui se siete insofferenti ai post autoreferenziali o alla mia persona, sappiate che vi capisco. Quindi passate oltre. Vi vorrò bene lo stesso.

Era il 1997. La prima cosa che ho fatto è stato riscontrare un indice dei nomi di un libro di storia. Penso che sia una delle cose più noiose che esista.

Io lo trovai fantastico

Poi mi chiesero di “mettere gli stili”. All’epoca si impaginava con xpress, ma credo che funzioni ancora così: la prima cosa che si fa quando si impagina un libro è importare i testi dai file di word che ti passa l’autore o il redattore e gli si dà “lo stile”, ovvero si assegna la font corretta a ogni parte scritta. I titoli, il testo, le operative, le didascalie, ognuno con la propria font, il corpo e il colore come da progetto grafico. Ecco, mettere gli stili è la parte più noiosa dell’impaginare.

Io lo trovai fantastico

Poi, mi fecero impaginare un libro di matematica. Non so come funzioni ora, ma nel 1997 i programmi per impaginare la matematica erano appannaggio di pochi grafici che spesso erano meri “compositori”. Quindi si impaginava su carta. Il che significava che si fotocopiavano pagine praticamente bianche con segnata solo la griglia della pagina, si prendevano i fogli su cui il compositore aveva appunto “composto” tutto il testo di seguito, in gergo “una strisciata”, si ritagliavano tutti i pezzetti di testo e le figure e si riattaccavano sul foglio della griglia con lo scotch in modo che tutto risultasse armonico e “impaginato”. Poi si rimandava al compositore che eseguiva esattamente il risultato del tuo collage. Insomma, un lavoro certosino, ma che stranamente mi piacque tantissimo.

Il passo successivo fu fare una ricerca iconografica, ovvero cercare le immagini da inserire nei testi. All’epoca gli archivi fotografici on line erano fantascienza, per cui si cercavano le immagini su libri e riviste e poi si mandavano a scansionare da un fotolitista. Sfogliavo libri tutto il giorno alla ricerca di foto impossibili da trovare, combattendo con la costante tentazione di fermarmi a leggere ‘sti benedetti libri.

Infine mi fu concesso di impaginare alcune parti di alcuni testi in Xpress e contemporaneamente redazionarli. Ecco, quello fu proprio esaltante. Imparai che un bravo redattore non si sostituisce all’autore, che ne deve avere rispetto. Che un redattore è a servizio dell’autore e della casa editrice, ponendosi spesso come ponte e mediatore tra le richieste dell’uno e dell’altro. Che deve essere preciso nei riscontri e nella ricerca dei refusi e che è proprio questa, per me, la parte più difficile del lavoro. Imparai che non tutti gli autori hanno rispetto dei redattori, che molti autori non sanno proprio scrivere, ma che sono geniali e hanno belle idee e che questo basta perché siano autori a tutti gli effetti. Imparai a pormi delle domande, a verificare tutto quello che viene scritto, o almeno a provarci. Ho allenato il mio gusto estetico, ho imparato qualche trucchetto, e, soprattutto grazie ai miei innumerevoli errori, ho imparato quello che non va fatto. Ho imparato che un refuso brutto in prima stampa scappa sempre, che dopo 5 giri di bozze potrebbe esserci anche scritto “culo” e tu non lo vedi più. Che un bravo correttore di bozze è preziosissimo.

Dopo tre anni di tutto questo, dopo l’assunzione in una casa editrice, smisi di impaginare, continuai a redazionare, ma il mio lavoro diventò soprattutto quello di “coordinare”, cioè far in modo che autori, grafici, redattori, illustratori lavorassero insieme rispettando dei tempi, seguendo un progetto, rientrando nei costi e verificando che tutto fosse corretto. Un lavoro di mediazione, dove devi conciliare idee e opinioni diverse, dove devi rispondere sì o no a domande che riguardano cose che spesso non sono oggettivamente giuste o sbagliate, per cui ti devi prendere la responsabilità di un filetto rosso, una frase un po’ azzardata, un disegno non proprio corretto ma “non c’è più tempo per correggerlo”. Un lavoro dove ti stressano affinché tu poi a tua volta possa stressare altre persone. Ma scoprii anche che rivedere il lavoro degli altri è molto più facile che farlo, che sembrare “bravi” facendo le pulci alla redazione di altri, ti da una falsa immagine di stessa, ti fa credere di essere “bravissima”. Dopo sei anni così, mi dovetti rassegnare e riconoscere che, benché quel tipo di lavoro mi riuscisse forse anche abbastanza bene, semplicemente non faceva per me. Ero diventata una persona cattiva, frustrata, perennemente incazzata e dalla costante lamentela. Per me erano tutti degli incapaci, io ero vittima di ingiustizie e avevo la sensazione che le mie giornate fossero scandite solo dall’ora della mensa. Quindi, via, dimissioni, partita iva e ritorno alla libertà. Nel frattempo però l’avvento di Indesign e quindi di libri sempre più sofisticati, mi aveva fatto perdere il treno dell’impaginazione, ormai riservata, giustamente, a grafici che avevano studiato per esserlo. E così mi dedicai alla pura redazione e alla ricerca iconografica, con alcune parentesi di coordinamento e una breve fuga delirante nel mondo del digitale.

Poi, esattamente un anno fa, davanti a una macchinetta del caffè, in quel raro momento di pace e serenità che segue per qualche giorno la chiusura dei libri, mentre sondo se c’è lavoro per me per il prossimo anno, alla notizia che un corso non aveva ancora tutti gli autori definiti e un paio di volumi ancora da assegnare, me ne esco con una battuta di quelle che spesso i redattori fanno: “ma te li scrivo io!”. Solo che questa volta il pazzo con cui stavo bevendo il caffè mi ha detto, “ok, fallo”.

Ho passato quattro mesi in biblioteca, ho saccheggiato la fiera del libro per ragazzi di Bologna e le librerie di tutti gli amici con figli dai sette ai nove anni, ho ripreso quaderni dei miei figli, navigato nei siti Internet di maestre di tutta Italia, ho osservato i bambini della scuola dei miei figli e ho fatto domande un po’ a chiunque. Poi mi sono messa al computer e ci ho messo dentro tutto quello che ho imparato in vent’anni di libri, più quello che avevo imparato facendo la supplente, fino a quello che ho studiato all’università e prima ancora alle magistrali. È stato bellissimo. Poi ho dato tutto in pasto alla casa editrice, a un redattore che non ero io e la cosa mi ha dato una strana sensazione. Loro lo hanno lavorato, corretto, impaginato, disegnato. Qualche giorno fa mi hanno fatto vedere la copertina: il mio nome solo soletto, là in alto, sembrava uno pseudonimo, un nome finto di quelli che usano i grafici per fare le prove delle copertine. Corto, banale e poco incisivo. Ci vorranno ancora alcune settimane perché questi due volumi, insieme agli altri del corso scritti da altre persone, potranno prendere il largo ed essere sottoposti al severo giudizio delle insegnanti. Ma quel nome corto e banale su quella bozza di copertina è il mio, e vederlo lì mi ha fatto tenerezza.

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Lavaggio strade

La via in cui abito è una delle poche rimaste a Milano con il lavaggio stradale settimanale. Questo significa che spesso il giovedì, quando ormai hai lavato i denti e stai già per buttarti nel letto, ti ricordi che bisogna spostare la macchina. Confesso che la stragrande maggioranza delle volte a scendere è il consorte, ma qualche volta ci vado io, anche perché la macchina da spostare è la mia. E così stasera, dopo aver urlato “quando torno vi voglio trovare tutti a letto”, ho messo le scarpe e con uno sforzo sovraumano, ho chiamato l’ascensore e sono scesa. Mentre scendevo ringraziavo il cielo di non avere un cane, così da avere questo supplizio solo una volta alla settimana e non tutte le sante sere.

Poi però, una volta uscita, mi ha accolto una serata che profumava di luna. Sono salita in macchina con il fare da gran donna vissuta, ho ingranato la marcia con la sicurezza di chi basta a se stesso e ho cominciato a girovagare alla ricerca di parcheggio come se guidare fosse la cosa che mi piace di più al mondo. Avrei potuto guidare per ore. Alla fine ho desistito e ho messo la macchina nel posto della disperazione, quello cioè dove la parcheggio quando proprio non so dove ficcarla. È una vietta tranquilla, poco frequentata. Da qualche tempo ci hanno messo delle panchine e stasera c’era un gruppo di persone che chiacchierava.

Ah… non so cosa avrei dato per aver qualcuno anche io con cui chiacchierare: una bottiglia di birra e una panchina su cui sedermi scomposta a ragionare sul senso della vita, a spettegolare, a ridere di scemate nel buio ovattato della notte. Come quando a vent’anni, nell’era pre-cellulare, capitava che dopo cena citofonasse qualche amica che diceva semplicemente “scendi un po’?”

Invece ho chiuso la macchina e con passo stanco sono tornata a casa, ho caricato la lavastoviglie, ho tirato giù le tapparelle, ho urlato “spegnete la luce che è tardi”, ho spento il computer cercando di memorizzare tutto quello che devo fare domani e mi sono infilata nel letto con il cellulare in mano.

Tra le cose da fare domani però ci metto “comprare della birra”. Se dovesse ripresentarsi una serata che profuma di luna, e dovesse citofonare qualcuno che ha voglia di chiacchierare, voglio essere preparata.

Ormoni

Se non mi fossi sposata e se non avessi avuto figli adesso potrei essere due cose: o una stakanovista del lavoro, un po’ stronza e arrivista, oppure una donna sciatta, deformata da cibo spazzatura e ore davanti alla tv.

Non credo che avrei potuto essere una via di mezzo. Sicuramente non una single amante dello sport, della dieta sana, dei locali e di tinder con tanti amici e mille interessi.

O forse sì… mah… chi può dirlo…

Di certo avrei dovuto trovare in me la forza necessaria per alzarmi la mattina, farmi da mangiare, lavarmi, vestirmi… e l’unica cosa che credo avrebbe potuto darmela temo sarebbe stato il senso del dovere, il lavoro, la necessità di uno stipendio.

Invece, mi sono capitati un marito e tre figli, insomma, una famiglia. Che sì, è una figata sotto molto aspetti, e per questo mi sento molto fortunata e privilegiata.

Ma le “me” che avrei potuto essere mi fanno molta tenerezza, perché ci sono e vengono fuori in fasi alterne della mia vita, nei momenti più inaspettati. Ci sono periodi che sono tutta efficientismo, disponibilità e iniziativa e altri che vorrei essere solo un cuscino del divano. Forse dipende da quante bustine di magnesio mi faccio, quanto cioccolato mangio, quanto sole c’è fuori, chi lo sa… Ma questa sensazione, ovvero che sto vivendo solo una delle possibili vite che avrei potuto vivere, certe volte mi destabilizza. Il ché non significa che non mi piaccia la mia vita, è solo la vertigine di comprendere che sei quello che hai voluto o potuto essere ogni volta che la vita ti ha proposto dei bivi, regalato botte di culo o enormi sfighe, fatto fare incontri, posto degli ostacoli o innalzato muri.

E mentre faccio queste riflessioni mi ricordo che devo andare alla asl a registrare l’esenzione per gli esami alla tiroide… perché uno pensa di fare chissà quali grandi riflessioni sul senso della vita, ma poi alla fine è sempre e solo una questioni di ormoni…

Ogni tanto succede

Sto invecchiando. Non è una brutta cosa di per sé, è solo faticoso e doloroso, qualche volta.

Ho capito che niente è per sempre. Ma anche che tutto rimane. Ci entra nelle ossa, diventa parte di noi.

C’è stato un periodo della mia vita durante il quale immaginavo il paradiso come un enorme archivio dove fosse possibile trovare tutte le risposte, dai grandi misteri della storia ai pensieri più profondi delle persone che ci hanno accompagnato in vita, un’enorme possibilità di capire le nostre vite e quelle degli altri, un luogo dove solo la verità avesse spazio.

Poi, pian piano, ho cominciato a pensare che non volevo che il mio archivio fosse scoperto solo dopo l’arrivo delle persone in paradiso.

E così ho imparato a dire quello che penso. Ho provato il sollievo di dare voce ai miei pensieri e mi è piaciuto. Quest’estate mi è stato fatto notare che forse lo faccio anche troppo. Forse è vero. Ma vorrei chiarire che non lo faccio con tutti, lo faccio solo con chi mi interessa veramente, con chi credo valga la pena farlo, perché so che non fraintenderà, che capirà.

Ho cominciato a dire quello che mi passa per il cervello, quello che mi fa soffrire e quello che mi fa stare bene, a chiedere scusa e a dire quando mi sento offesa. Ho cominciato a dire alle persone a cui tengo che gli voglio bene. A stimare profondamente le persone che lo dicono con disinvoltura, perché ho capito quale gioia possa regalare il sentirsi dire che qualcuno ti vuole bene. Non mi riferisco alle persone della propria famiglia, con cui certe cose sono sempre scontate o complicate. Mi riferisco ad amici, o anche solo conoscenti, che però per qualche motivo ti sono state o ti sono vicine. Sono quelle persone che ti toccano il cuore, anche solo per un attimo, perché in quel momento capisci che hanno bisogno del tuo affetto o sono loro che capiscono che tu hai bisogno solo di un gesto di gentilezza.

Vorrei essere capace di vedere sempre le persone accanto a me, vederle veramente per capire quando hanno bisogno di me e quando invece vogliono essere lasciate in pace.

E ogni tanto vorrei che qualcuno vedesse me.

Ogni tanto succede.

Detox

Ce ne andremo da qui un giorno. Lasceremo tutto e ci metteremo in viaggio. E saremo sereni, sollevati, leggeri. Non più preoccupazioni, non più invidie, non più rancori. Il mondo sarà un posto bellissimo, pieno di gente che balla, che ride. Conosceremo lingue nuove, nuove usanze. Non ci sarà nemico, non ci sarà prepotente, non ci sarà cinico, non ci sarà cattivo. Ci stringeremo un po’ e ci staremo tutti. Tutti avranno il loro grande amore, tutti saranno baciati da chi vorranno essere baciati. Ci sarà il sole. Un giorno ci stuferemo di essere arrabbiati, pavidi ed egoisti. Ci sdraieremo su un prato, perdoneremo tutto e saremo perdonati. Ritroveremo amici persi, ci riscopriremo più simpatici. I bambini saranno solo bambini, i ragazzi si godranno la loro vita, e noi ci goderemo la nostra maturità, felici di essere consapevoli che maturi non lo saremo mai. Riscopriremo la gentilezza e sarà un sollievo. Saremo felici di quello che abbiamo ma non avremo l’ansia di perderlo.

Tutto questo avverrà, ne sono sicura. Nel frattempo…

boh…

Forse smettere di leggere i commenti sui social mi potrebbe essere d’aiuto…

Esco a farmi un giro

Ci sono giorni che chissà perché tutto svolta.

Ti alzi una mattina e boom! decidi che nei abbastanza. Che è giunto il momento di “mollare le menate” anche senza aver bisogno necessariamente di “metterti a lottare”.

Guardi fuori dalla finestra e nonostante stia piovendo vedi che le nuvole stanno andando via. Ti rendi conto che molte cose non dipendono da te, che non puoi farci niente e quindi tanto vale prendere quello che viene e tenersi solo il bello.

Sono i giorni in cui uscire dal pantano in cui ti eri infilata diventa una cosa possibile.

Ti metti una camicetta a fiori non stirata e stai bene lo stesso. Profuma di pulito e ti basta.

I gerani sul balcone ti sembrano bellissimi, la casa, illuminata dall’unico raggio di sole che riesce a entrare, si illumina e ti dà un senso di allegria immotivata.

Le cose non vanno come pensavi? Va bene lo stesso, forse andranno in modo diverso ma non è detto che sarà il peggiore. E anche se lo sarà, si vede che doveva andare così.

Hai la sensazione che le persone tramino alle tue spalle? Forse non è vero, forse non sei così importante come credi. E se anche fosse vero, pazienza, non puoi farci nulla, prima o poi scoprirai cosa ci sta dietro e quando sarà, sarai già alla giusta distanza per non farti travolgere. E questo pensiero ti dà sollievo. Tra dieci anni ci riderai su, quando sarai vecchio ripenserai a questi giorni con affetto.

Ci sono giorni in cui tutto riacquista il giusto peso, le cose importanti riprendono il loro posto e quelle che ti avvelano la vita si dissolvono nell’aria.

Ci saranno ostacoli, ma un modo per scavalcarli si troverà. E se non sarà possibile, troverai un modo per arredarli, dipingerli, colorarli fino a renderli quasi belli da vedere e da tenersi accanto.

Ci sono giorni in cui ti sembra che potrai reggere a qualsiasi urto, ma non perché ti senta forte, ma solo più “morbida”. Un po’ come la carta di imballaggio fatta di tante bolle d’aria: qualcuna nell’urto scoppierà, la carta si sgualcirà, ma tutto rimarrà integro.

Ho messo via il ferro da stiro ed esco a farmi un giro.

 

Sabato mattina

Ci sono giorni che proprio non girano. Ti sembra di non essere più capace di fare il tuo lavoro, di stare sulle palle a tutti, che le persone a cui vuoi bene parlino lingue a te sconosciute, hai l’impressione che nessun ti capisca, tu stesso sembri non capire più gli altri, il futuro diventa così nero e incerto da far paura. Cominci a pensare che tutti ti parlino alle spalle, che la verità nuda e cruda non ti venga detta, che dietro a sorrisi cortesi in realtà si nascondano ghigni di iene che aspettano solo di vedere il tuo crollo.

Quando la normale ansia diventa angoscia, ognuno reagisce a modo suo. C’è chi mangia tutto quello che trova nel frigo, iniziando dalle sane carote per finire con i biscotti pucciati nella maionese. Chi invece smette di mangiare, incapace di far superare al cibo il nodo all’imbocco dello stomaco. Chi si mette a correre, chi si ripete che va tutto bene come un mantra, chi ostenta sicurezza, chi si schianta davanti alla tv e chi davanti a Facebook. C’è chi pulisce armadi, fughe di piastrelle, chi cucina dolci, chi sposta mobili e chi insulta il vicino.

Io faccio l’unica cosa che mi dà veramente sollievo: dopo aver provato con la nutella, io di solito stiro.

Magliette, lenzuola, pantaloni… ma anche fazzoletti, asciugamani, felpe e maglioni. Le  camice no, non funzionano: le piegoline dei polsi che non vengono mai come vorrei, mi innervosiscono e così risolvo preparando un bel sacchettone per la lavanderia.

I panni che da stropicciati diventano belli lisci, piegati alla perfezione sono per me terapeutici. Il disordine diventa ordine e man mano che il fondo della cesta comincia a intravedersi, il mio respiro diventa più regolare. Contemplo la pila di magliette stirate e mi auto-gratifico pensando che sono ancora capace di fare qualcosa. Che il caos troverà ordine, che la provvidenza ci metterà lo zampino, e che se poi andrà tutto male una soluzione la troveremo lo stesso: con un po’ di vapore e di appretto, in fondo, tutto diventa liscio.

 

Il tarlo

Una mattina ti svegli e capisci che ti sono più vicini i cinquanta dei quaranta.

Cerchi di non farci caso, prenderla con filosofia, ma si insinua nel tuo cervello quel piccolo tarlo che chiamano mezza età.

Il tarletto comincia a lavorare di solito dopo i quaranta. All’inizio è silenzioso, quasi non te ne accorgi. Compri la tua prima crema idratante, fai la prima tinta ai capelli, così, solo per vedere come stai, cominci a stare un po’ più attenta a quello che mangi. Dici a te stessa che stai solo prendendoti cura di te.

Poi c’è chi comincia a correre. Chi si fa l’amante e chi la cucina nuova. Chi si iscrive in palestra e chi a tinder. Chi smette di fumare. Chi diventa vegano. Chi si getta nel volontariato e chi nello shopping. Chi cambia casa e chi compra un biglietto per quel posto dove ha sempre sognato andare. Chi aderisce a tutte le campagne di screening per la prevenzione di qualsiasi tipo di tumore e chi diventa ipocondriaco.

È inutile girarci intorno… quello che succede è che nel tuo cervello fa la sua comparsa lei… La chiamano crisi di mezza età, ma in realtà non è altro che lei: la paura di morire.

Si manifesta in varie forme, non sempre è così esplicita, non sempre è riconoscibile. Può arrivare in un camerino di un grande magazzino, quando indossi quella maglia che tanto ti piace ma nello specchio la tua immagine riflessa non è altro che un salame insaccato. È quella tristezza malinconica che ti prende certe sere senza un vero motivo.
È il ragazzo che sul tram ti cede il posto.
È comprare il biglietto per il concerto del cantante che ti piace da sempre e sorprenderti poi nel palazzetto di essere circondata solo da gente con i capelli grigi. È commuoverti davanti alle foto di te ventenne.

È sedersi sul divano, guardarsi intorno e chiedersi: ma allora è tutto qui?

In cuor tuo sei felice della vita che hai, ti piace la gente che vedi ogni giorno, ma l’idea che ormai i giochi siano fatti e che non ti rimanga che proseguire per la strada che ti sei scelto, sì, insomma, un po’ un senso di vertigine lo dà…

Poi però ti rialzi, vai dal parrucchiere, compri un nuovo paio di pantaloni, compri a un prezzo assurdo le carote biologiche, organizzi il prossimo weekend, fai nuovi progetti lavorativi… e tutto torna sereno: le tue rughe ti piacciono, quasi quasi trovi anche simpatica la vicina di casa e i suoi gatti.

Ti riscopri super fortunata ad essere circondata da gente che ti vuole bene, ad avere una casa, una famiglia, tanti amici.

La vita che fai riprende il suo giusto sapore di conquista e non di prigione, come il tarletto bastardo vuole farti credere ogni tanto.

La produzione anche quest’anno volge al termine, i libri pian piano stanno andando in stampa, i panni da stirare mi aspettano, Maria Defilippi c’è.

La vita va avanti ed è bellissima.

Quattro in una

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Viaggiavamo in macchina. Era buio. Chiacchieravamo.

Parlavamo di mezza età, della mia frustrazione nel vedere nello specchio un essere in cui non mi riconosco, nel ritrovarmi ultimamente spesso a pensare quello che sono stata, le persone che ho incontrato, la mia paura per quello che verrà.

Tu sei basico, concreto e alla fine mi fai ridere, come al solito. Sancisco che se anche tu come tutti gli uomini hai un lato femminile un po’ contorto, lo hai nascosto proprio bene…

Ma la mia testa in autostrada viaggia. E penso che la bambina, la ragazzina, la ventenne e la trentenne che sono stata in fondo ci sono ancora, sono tutte vive e vegete dentro di me. Ogni tanto litigano tra loro, qualcuna fa la prepotente e vuole uscire più delle altre, ma in fondo sono loro che fanno quella che sono oggi.

Basterebbe imparare a gestirle meglio e forse invecchiare non sarebbe male: dovrei imparare a dare il giusto spazio ad ognuna di loro al momento giusto. Al mare con i bambini far uscire la bimbetta magrolina che giocava per ore con la sabbia in un mondo fantastico di castelli incantanti; la ragazzina sognante, curiosa e pettegola quando sono con le amiche; quando sono sola con il consorte la ventenne innamorata che contava i minuti che mancavano ai nostri appuntamenti; la trentenne entusiasta del proprio lavoro ogni volta che arriva una busta con le prime bozze.

E con questi pensieri arriva il casello e il caldo di Milano.

Visto però che io ho visto molte puntate di criminal minds e so come funziona, se dovessi cominciare a parlare con 4 voci diverse a cui comincio a dare 4 nomi diversi, vi prego, sopprimetemi pure….

Psicoanalisi della montagna, ovvero seghe mentali della mezza età

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Secondo un algoritmo a me sconosciuto, Facebook ti fa apparire sulla tua pagina le “persone che potresti conoscere”. Sono per lo più persone con cui hai una “amicizia” in comune. Io ci sbircio ogni tanto e così mi capita di vedere i nomi di mamme della scuola che conosco solo di vista, amici di amici di cui ho sentito spesso parlare ma che non hai mai incontrato, gente che fa il mio stesso lavoro, grafici, illustratori i cui nomi ho tante volte visto sui colophon della concorrenza ma che non ho mai conosciuto. Ma visto che Milano in fondo è un piccolo paese, per quello strano gioco dei gradi di separazione, ogni tanto capita che sbuchi fuori un nome che appartiene al mio passato e…. badaban… in un nano secondo sono proiettata a più di vent’anni fa, come neanche con la macchina di “Doc” di “Ritorno al futuro”.

A me è successo qualche tempo fa.

Come in una seduta di analisi è venuto fuori tutto: quello che pensavo ormai superato e digerito mi si è ripresentato lì, davanti a me, con quel nome in un quadratino di Facebook come in una fotografia sbiadita che ti sbatte in faccia senza pietà quello che sei stata. La guardi con affetto ma ti crea un certo malessere, come quando ti viene in mente una figuraccia tremenda che hai fatto in passato e un po’ ti viene da ridere, ma un po’ pensi che potevi anche risparmiartela…

Quel nome è legato a quegli anni dove io cercavo di capire cosa e chi volevo essere ma commettevo ancora il grave errore di farlo solo in base alle reazioni che suscitavo nelle persone. Ero già grandina e pensavo di aver già cominciato a costruirmi un po’ di autostima… Sì, insomma, avevo già avuto a che fare con benemeriti pirla che mi avevano trattato male, a mia volta avevo già trattato male qualcuno che forse non se lo meritava, sapevo che a qualcuno piacevo ed ero consapevole che se in passato non ero piaciuta a qualcuno il problema non era certo mio. Però la totale indifferenza che suscitavo in questo benedetto ragazzo, bello come il sole, simpatico, intelligente, con cui chiacchierare era super piacevole, mi causò per un certo periodo l’impressione di essere totalmente trasparente. Banale e comune come il mio cognome.

Mi ritrovai a fare cose che nemmeno a 13 anni… una decerebrata…

Comunque, il salto nel passato che ho fatto mi ha condotto in un viaggio a ritroso in quello che sono stata, i miei vent’anni, la mia totale inconsapevolezza allora di quello che ero, di quello che avrei potuto essere, di quello che erano le persone, l’incapacità spesso di valutarne il reale valore.

Sono lì che mi crogiolo nei ricordi quando mi viene in mente che tra qualche settimana compio 45 anni e mi sembra un numero enorme. E il ripensare a quello che è stato più che una situazione piacevole improvvisamente diventa una sensazione di una gran perdita di tempo.

Il Gio dice che per non invecchiare bisogna sempre guardare avanti. Credo abbia ragione ma la consapevolezza che da adesso in poi è tutta discesa mi fa un po’ paura.

È come quando in montagna arrivi a un passo, a una forcella: ti guardi indietro e vedi la salita che hai fatto. È piacevole contemplare la strada fatta: dall’alto capisci meglio lo srotolarsi del sentiero e ti sorprendi di avercela fatta, di essere salita così in alto, nonostante ghiaioni, nonostante i torrenti da guadare, nonostante alcuni tratti ripidi. La salita è sempre faticosa ma è lenta. Non conosci la strada, non sai cosa ti aspetta in cima: la vedi, sembra vicina ma non arrivi mai.

La discesa invece sai che sarà veloce e la puoi già vedere dall’alto. Vedi esattamente dove ti porterà. Sai che ti faranno male le gambe per ché verrà fuori tutta la stanchezza accumulata nella salita, sai che sarà più facile scivolare, sai che in montagna il tempo cambia in fretta e scruti il cielo perché sai che i temporali arrivano sempre nel pomeriggio.

Ma forse per me è giunto il momento di affrontarla ‘sta discesa e lasciarmi la salita alle spalle con i suoi spettri e cominciare ad apprezzare il sentiero che ho ancora davanti, un passo alla volta, con gli occhi ben aperti per gustarmi tutta la strada.

Con un po’ di fortuna sarà ancora piena di sorprese.