Ormoni

Se non mi fossi sposata e se non avessi avuto figli adesso potrei essere due cose: o una stakanovista del lavoro, un po’ stronza e arrivista, oppure una donna sciatta, deformata da cibo spazzatura e ore davanti alla tv.

Non credo che avrei potuto essere una via di mezzo. Sicuramente non una single amante dello sport, della dieta sana, dei locali e di tinder con tanti amici e mille interessi.

O forse sì… mah… chi può dirlo…

Di certo avrei dovuto trovare in me la forza necessaria per alzarmi la mattina, farmi da mangiare, lavarmi, vestirmi… e l’unica cosa che credo avrebbe potuto darmela temo sarebbe stato il senso del dovere, il lavoro, la necessità di uno stipendio.

Invece, mi sono capitati un marito e tre figli, insomma, una famiglia. Che sì, è una figata sotto molto aspetti, e per questo mi sento molto fortunata e privilegiata.

Ma le “me” che avrei potuto essere mi fanno molta tenerezza, perché ci sono e vengono fuori in fasi alterne della mia vita, nei momenti più inaspettati. Ci sono periodi che sono tutta efficientismo, disponibilità e iniziativa e altri che vorrei essere solo un cuscino del divano. Forse dipende da quante bustine di magnesio mi faccio, quanto cioccolato mangio, quanto sole c’è fuori, chi lo sa… Ma questa sensazione, ovvero che sto vivendo solo una delle possibili vite che avrei potuto vivere, certe volte mi destabilizza. Il ché non significa che non mi piaccia la mia vita, è solo la vertigine di comprendere che sei quello che hai voluto o potuto essere ogni volta che la vita ti ha proposto dei bivi, regalato botte di culo o enormi sfighe, fatto fare incontri, posto degli ostacoli o innalzato muri.

E mentre faccio queste riflessioni mi ricordo che devo andare alla asl a registrare l’esenzione per gli esami alla tiroide… perché uno pensa di fare chissà quali grandi riflessioni sul senso della vita, ma poi alla fine è sempre e solo una questioni di ormoni…

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Ogni tanto succede

Sto invecchiando. Non è una brutta cosa di per sé, è solo faticoso e doloroso, qualche volta.

Ho capito che niente è per sempre. Ma anche che tutto rimane. Ci entra nelle ossa, diventa parte di noi.

C’è stato un periodo della mia vita durante il quale immaginavo il paradiso come un enorme archivio dove fosse possibile trovare tutte le risposte, dai grandi misteri della storia ai pensieri più profondi delle persone che ci hanno accompagnato in vita, un’enorme possibilità di capire le nostre vite e quelle degli altri, un luogo dove solo la verità avesse spazio.

Poi, pian piano, ho cominciato a pensare che non volevo che il mio archivio fosse scoperto solo dopo l’arrivo delle persone in paradiso.

E così ho imparato a dire quello che penso. Ho provato il sollievo di dare voce ai miei pensieri e mi è piaciuto. Quest’estate mi è stato fatto notare che forse lo faccio anche troppo. Forse è vero. Ma vorrei chiarire che non lo faccio con tutti, lo faccio solo con chi mi interessa veramente, con chi credo valga la pena farlo, perché so che non fraintenderà, che capirà.

Ho cominciato a dire quello che mi passa per il cervello, quello che mi fa soffrire e quello che mi fa stare bene, a chiedere scusa e a dire quando mi sento offesa. Ho cominciato a dire alle persone a cui tengo che gli voglio bene. A stimare profondamente le persone che lo dicono con disinvoltura, perché ho capito quale gioia possa regalare il sentirsi dire che qualcuno ti vuole bene. Non mi riferisco alle persone della propria famiglia, con cui certe cose sono sempre scontate o complicate. Mi riferisco ad amici, o anche solo conoscenti, che però per qualche motivo ti sono state o ti sono vicine. Sono quelle persone che ti toccano il cuore, anche solo per un attimo, perché in quel momento capisci che hanno bisogno del tuo affetto o sono loro che capiscono che tu hai bisogno solo di un gesto di gentilezza.

Vorrei essere capace di vedere sempre le persone accanto a me, vederle veramente per capire quando hanno bisogno di me e quando invece vogliono essere lasciate in pace.

E ogni tanto vorrei che qualcuno vedesse me.

Ogni tanto succede.

Vacanze finite

È stata un’estate strana, faticosa. La testa e il cuore sono rimasti a Milano, sperando in buone notizie che non sono arrivate.

Le notizie lette di fronte al mare riportavano continuamente in Italia.

Viaggiare in Croazia, fare un salto in Bosnia, vedere ancora dopo più di vent’anni i segni di una guerra che ti ha accompagnato nei telegiornali dei tuoi vent’anni, il ponte di Mostar. Ma contemporaneamente leggere del ponte di Genova, della follia di tenere persone segregate su una nave come ostaggi per ottenere qualcosa perché si è incapaci di fare politica, usare e umiliare gli ultimi per farsi forti, facendo solo la figura dei pirla. Sentire espressioni che sembrano citazioni dei film dell’istituto Luce di 80 anni fa e non poter credere che stia veramente accadendo tutto questo.

Lo squallore delle dichiarazioni di una propaganda che non si ferma ma che anzi, riprende vigore difronte a una tragedia immensa, l’incapacità del silenzio e del rispetto, del lavoro serio e intelligente, a Genova come a Catania.

Ci aspetta un autunno difficile, lo sai e ti fa paura. Ti sei scoperta circondata da gente cattiva, che schiuma rabbia e stronzaggine, incapace di pietà ed empatia. Ma allo stesso tempo vedere che c’è anche tanta gente che non ci sta, che a tutto c’è un limite e che il limite lo si sta superando. Perché chi semina vento di solito raccoglie tempesta.

Poi però arrivi a casa dopo 12 ore di macchina, un traghetto, due frontiere, un numero imprecisato di nubifragi, autogrill squallidi, code lunghe per poter fare pipì in cessi puzzolenti, un macdonald affollato… e lui ti guarda e dice “mamma, è stato un viaggio bellissimo”.

E tu quasi ti commuovi.

E sì, è stato un viaggio bellissimo.

Buona notte. Andrà tutto bene.

Questione di look

Siamo in vacanza con altre due famiglie di amici. Ogni famiglia è composta da due adulti e tre figli, quindi siamo in quindici, di cui nove minorenni. Siamo spesso per forza di cose rumorosi e ingombranti e così per ridere ogni tanto, con una battuta alquanto tristanzuola, ci definiamo un “oratorio”. Oggi eravamo in un bellissimo parco naturale croato, c’era tanta gente, e così a un certo punto, mi è scappato un “don, aspetta che arrivi tutto l’oratorio”. Non ho fatto molto caso a chi c’era intorno, se ci fossero italiani, insomma, era una battuta innocua…

Proseguiamo il nostro giro tra cascate e laghetti e arriviamo in un posto dove è possibile fare il bagno. Dal momento che io non so praticamente nuotare, sono pigra e non amo mettermi in costume, rimango in un praticello a fare da guardiana a zainetti e ciabatte mentre tutti si buttano nel fiume a nuotare circondati da varia umanità. Sono lì tranquilla che penso ai fatti miei, quando la mia attenzione viene attirata da un movimento di persone, così mi alzo e vado a vedere che succede: due ragazzi si stavano per tuffare dall’alto delle cascate. Insomma, non erano le cascate vittoria, ma il tuffo ha avuto il suo fascino. Dopo aver assistito al salto, mi giro e torno verso la mia postazione. Ed è li che la vedo. Mi sorride, avrà qualche anno più di me, ed è chiaramente italiana. Pensando che il suo sorriso si riferisca al tuffo, ricambio il sorriso e saluto. Lei attacca bottone: mi chiede di dove siamo e scopriamo di essere entrambe di Milano. Quindi se ne esce con : “che bel gruppo che siete: quando i miei figli erano piccoli anche loro andavano sempre in vacanza con l’oratorio “. Rimango un po’ perplessa, non capisco il nesso, ma spiego che siamo tre famiglie con tre figli ciascuna. La sua espressione muta leggermente e la conversazione finisce lì. Mi risiedo e, con calma, comincio a razionalizzare. Mi guardo. Ora, io già normalmente non è che sia esattamente la Ferragni, ma in vacanza proprio non mi pongo il problema dell’outfit. E così improvvisamente mi rendo conto di avere una gonna sotto il ginocchio azzurrina, dei sandali di cuoio ai piedi e un foulard blu in testa. A dir la verità indosso anche una canottiera di un bel verde, ma a differenza degli altri non mi sono messa in costume e sto guardando il cielo. Ora, io non so se la tipa abbia sentito la battuta dell’oratorio, ma guardando le foto della giornata ora ne ho la certezza: mi ha preso per una suora…

Agosto

È Agosto.

La partenza si avvicina, fa caldo, tu devi assolutamente finire un lavoro prima di partire. E sei stanca. Stanchissima. Il pensiero delle valige, cosa metterci dentro, della casa da chiudere, il frigo da svuotare, le ultime lavatrici da fare e tutto quello che va fatto prima di partire ti rende ancora più stanca e nervosa.

Ma lotti contro te stessa e ti metti al computer, anche se stamattina hai fatto gli esami del sangue, anche se ti hanno detto che la tiroide comincia a fare i capricci, anche se ti hanno spiegato che forse è per quello che sei sempre stanca, anche se il tuo medico, quello simpaticissimo, ti ha detto che non si può dare sempre la colpa alla tiroide, che la stanchezza, le gambe gonfie, la fatica a concentrarsi è tipico dell’età… Insomma, ti ha dato della vecchia con un sottinteso “è agosto e c’ho caldo, fatti ‘sti esami del sangue e ne riparliamo a settembre con il fresco”.

Nonostante tutti questi “anche se”, ti metti seduta e cerchi di concentrarti. E qui arriva il bello della vita del free lance.

– Mamma devo fare la doccia?

– Mamma, in bagno fa caldo, come faccio a fare la doccia?

– Mamma, che pantaloni mi metto?

– Mamma, metto i vestiti di ieri?

– Mamma, metto questi ma voglio portarli via, me li lavi stanotte?

– Mamma, che cosa stai facendo?

– Mamma, te lo trovo io il testo che non trovi.

– Mamma, mi ricordo un bel pezzo ma non lo trovo…

– Mamma, hai provato a cercare in questo libro, e in quello?

– Mamma, mi sono rotto le palle, arrangiati.

– Mamma, ma quando partiamo?

– Mamma, ma dove andiamo?

– Mamma, cosa devo portarmi?

– Mamma, devo fare i compiti?

– Mamma, non ho voglia di fare i compiti.

– Mamma, perché devo fare i compiti?

– Mamma, cosa stai facendo?

– Mamma, mi sono dimenticato di fare colazione.

E pensare che c’è stato un tempo che sognavo il giorno in cui qualcuno mi avrebbe chiamato “mamma”.

Li ho portati dalla nonna.

Le valigie la farò stanotte.

Buone vacanze.

La leggenda narra

La leggenda narra che il 29 luglio 1970 una giovane sposa al nono mese di gravidanza, avesse una visita di controllo presso la clinica Quattro Marie, periferia est di Milano. Le avevano detto che il lieto evento avrebbe dovuto essere il 26, e così, essendo ormai oltre il termine presunto del parto, si accingeva quella mattina a recarsi in clinica per vedere come quella creatura, dal sesso ancora sconosciuto, stava messa. Affidò il suo primogenito, un bel bambino biondo di poco più di un anno, alla nonna, e con il suocero si avviò verso Ponte Lambro. Nel 1970 non era contemplato che il consorte perdesse un giorno di lavoro per accompagnare la moglie in procinto di partorire, ma d’altronde gli uomini non erano ammessi in sala parto e quindi la loro presenza era del tutto inutile.

Dovete sapere che a fine luglio 1970 la costruzione della tangenziale est era nel pieno dei lavori: un’opera immensa, intrisa di fascino che avrebbe rivoluzionato le abitudini e le imprecazioni dei milanesi negli anni a venire. Fatto sta che la tangenziale stava sorgendo proprio accanto alla clinica, e così il suocero, lasciata la nuora dinnanzi all’ingresso, pensó di ingannare l’attesa andando a vedere da vicino il progredire dei lavori. La nuora, del tutto serena dal momento che nessuna avvisaglia le faceva temere un imminente travaglio, salutò il suocero e si recò alla sua visita di controllo. Ma qui avvenne l’inaspettato: il medico o l’ostetrica di turno (questa informazione non è stata ben tramandata) non appena dette un’occhiata decretò che il parto era imminente e che era bene che la giovane sposa rimanesse in clinica. Presa in contropiede, il primo pensiero della giovane gravida fu per il suocero. In un’epoca dove il cellulare era oltre anche le più ardite premonizioni fantascientifiche, decise che l’unico modo per avvisare il suocero fosse quello di andarlo a cercare personalmente. È così fece.

La leggenda narra che per fortuna, uscita dalla clinica e fatti alcuni metri in direzione del cantiere, la giovane sposa, in un momento di lucidità, si fermasse chiedendosi se non fosse un po’ avventato avventurarsi in una calda giornata d’estate, incinta di nove mesi e con un parto imminente, in un cantiere alla ricerca di un anziano. E così, girò i tacchi e tornò lesta da dove era venuta, dove fu accolta da una simpatica e affabile ostetrica.

Fu un travaglio discreto, che negli anni e nel ripetersi nella narrazione della leggenda arrivò ad essere descritto come una piacevole mattinata di chiacchiere, dove praticamente non successe nulla. E così, l’ostetrica, vedendo avvicinarsi sempre più l’ora di pranzo ma soprattutto l’ora di fine turno, ad un certo punto se ne uscì con un “va be’, vediamo di far nascere sto bambino che adesso son curiosa di vederlo.”

E così, non si sa bene come, poco dopo le 13, io venni al mondo. La leggenda non riporta quando e come ritrovarono mio nonno, quando e come fu informato dell’evento mio padre e dove dormì quella notte mio fratello. Poco importa. Sono nata il 29 luglio 1970 poco dopo le 13, a Ponte Lambro, accanto al cantiere dove si stava costruendo la tangenziale est. 48 anni fa.

Vacanza

Le tre iene sono al campo degli scout.

Ormai sono via da quasi una settimana. Agli scout sono vietati i cellulari e la filosofia dei capi è “nessuna nuova, buona nuova”, questo significa che da quando sono partiti l’unica informazione giunta è una mail per dirci che erano arrivati sani e salvi e poi più nulla.

Alcuni genitori soffrono un po’ questo silenzio, invece a me piace un sacco.

Un po’ perché avendolo vissuto io in prima persona, so cosa significa il senso di libertà che si prova a tagliare i ponti con la propria vita per 10 giorni. E poi perché questo rende più bello il giorno del loro rientro. Di solito i grandi non raccontano una mazza e la loro unica preoccupazione è cosa mettersi per la pizzata che di solito segue il rientro, ma mi piace la sensazione che si prova quando ci si rivede dopo tanto tempo, quella loro aria misteriosa con cui mi guardano come per dirmi “tu non puoi capire…”. Il minore invece racconta sempre volentieri, con quella sua ironia che mi fa sempre molto ridere ed è sempre visibilmente e sinceramente felice di rivedermi. Come me di rivedere lui. E fin che dura me la godo tutta.

Quindi io ringrazio gli scout che per 10 giorni disintossicano i grandi dallo smartphone e me dal pensiero di avere sempre sotto controllo tre giovani esseri umani. Stranamente, io notoriamente persona ansiosa, non sono assolutamente in ansia, anzi.

Forse perché non ho quasi mai cenato a casa in questi giorni, ho rivisto amici, fatto aperitivi, passeggiato per il centro, comprato libri alla Feltrinelli, lavorato senza il pensiero di una cena da preparare, qualcuno da recuperare, in pigiama, dimenticandomi orari e appuntamenti, mangiato alle tre davanti a Law and Order insalata e scamorzine?

Sì, lo so, sono una madre di merda. Ma una vacanza ogni tanto ci sta, no?

 

Radical chic

Io e Matteo Salvini abbiamo molte cose in comune. È difficile per me ammetterlo ma è così. Non so in quale quartiere lui sia cresciuto, non sono ancora riuscita a scoprirlo, ma da quello che ho letto, immagino che lui provenga da una famiglia di classe sociale media, che sia cresciuto in un bel quartiere ma non certo di lusso, e che nella sua infanzia abbia pensato di essere ricco. Che poi al liceo, al Leoncavallo, in università abbia conosciuto i veri ricchi, si sia sentito escluso, ed eccolo qui: l’odio per i radical chic. I radical chic a Milano sono quelli ricchi ma che vanno in giro con maglioni bucati di cachemire, che frequentano posti di sinistra ma che gli unici operai che conoscono sono quelli che hanno ristrutturato il loro attico in centro, che hanno la donna di servizio 24 ore al giorno ma a cui sono “affezionatissimi”, che amano le cose usate a patto che siano vintage, detestano i centri commerciali e, fondamentalmente, la gente comune. Per intenderci: la val d’Aosta e la Toscana sono radical chic, il Trentino e la Romagna no. Andare in barca a vela è radical chic, il motoscafo no.

I radical chic hanno marche così esclusive che la gente normale non le conosce neppure, perché a loro “non interessa il marchio, ma la qualità” e si sa… la qualità costa… oppure hanno cose pagate tre lire su una bancarella a Bali, o nel negozietto carino carino di Berlino o Parigi. Da ragazzi hanno guadagnato i primi soldi raccogliendo frutta, facendo i camerieri, ma appena laureati hanno subito trovato lavoro nello studio dell’amico del papà.

Ecco, io so chi sono i radical chic.

Quindi capite la mia incazzatura quando mi sento dare della radical chic solo perché inorridisco di fronte a una classificazione delle persone, perché provo orrore difronte al cinismo con cui ci si accanisce contro della povera gente che muore. Quando mi scandalizzo di fronte alla strumentalizzazione della sofferenza della gente per fini politici. E in questo mi riferisco alla sofferenza della gente come me, che vede giorno per giorno andare in frantumi l’illusione di benessere che ci è stata regalata dai nostri genitori, vedendo il nostro lavoro sottopagato, ipertassato in cambio di servizi scadenti.

E mi fa incazzare questo qui, salito al potere con la bava alla bocca grazie a una manciata di voti e a un accordo infame fatto con degli incapaci. Mi fa incazzare perché è un frustrato, uno che avrebbe voluto essere un radical chic ma che presumibilmente non è stato accettato. Allora si è trovato una folla di gente stanca e frustrata a cui ha fornito degli esseri più deboli da bullizzare.

Una folla di gente così simile a me. Quella che ha avuto tutto nell’infanzia grazie al lavoro dei propri genitori, ma che nell’adolescenza ha conosciuto chi aveva veramente tutto e si è sentito un po’ come quando scopri che babbo natale non esiste.

Quella classe sociale cresciuta in piccoli appartamenti in periferia, ma che in periferia è sempre stata un po’ quella privilegiata. Quelli come me, che conoscono le case popolari, ma guai a confondersi con quelle.

Siamo un po’ come la borsa imitazione della nay oleari.

E mi fanno incazzare i radical chic che continuano a snobbare la gente dei centri commerciali, quella che guarda Maria De Filippi, che fa le vacanze Romagna.

E mi fanno incazzare quelli di sinistra che hanno regalato questa folla a un omuncolo mediocre che ha fatto della mediocrità una massa crudele anziché una massa sorridente. Una sinistra pavida che sussurra per non esporsi. Vorrei che qualcuno andasse sulle spiagge affollate, nei centri commerciali, a urlare che non è dividendo la gente in buoni o cattivi, bianchi e neri, italiani e non italiani, che riavrete il vostro benessere, che non sarà lasciando morire, rinchiudendo, picchiando e discriminando chi sta peggio di voi che starete meglio. Che non è facendo i cattivi che diventerete più ricchi. Al massimo diventerete sempre più simili ai radical chic. Ovvero degli stronzi.

Detox

Ce ne andremo da qui un giorno. Lasceremo tutto e ci metteremo in viaggio. E saremo sereni, sollevati, leggeri. Non più preoccupazioni, non più invidie, non più rancori. Il mondo sarà un posto bellissimo, pieno di gente che balla, che ride. Conosceremo lingue nuove, nuove usanze. Non ci sarà nemico, non ci sarà prepotente, non ci sarà cinico, non ci sarà cattivo. Ci stringeremo un po’ e ci staremo tutti. Tutti avranno il loro grande amore, tutti saranno baciati da chi vorranno essere baciati. Ci sarà il sole. Un giorno ci stuferemo di essere arrabbiati, pavidi ed egoisti. Ci sdraieremo su un prato, perdoneremo tutto e saremo perdonati. Ritroveremo amici persi, ci riscopriremo più simpatici. I bambini saranno solo bambini, i ragazzi si godranno la loro vita, e noi ci goderemo la nostra maturità, felici di essere consapevoli che maturi non lo saremo mai. Riscopriremo la gentilezza e sarà un sollievo. Saremo felici di quello che abbiamo ma non avremo l’ansia di perderlo.

Tutto questo avverrà, ne sono sicura. Nel frattempo…

boh…

Forse smettere di leggere i commenti sui social mi potrebbe essere d’aiuto…

3959 battute

Ok avete vinto voi.

Alzo le mani e torno a casa mia. Avete ragione voi. Gli stranieri ci stanno invadendo e ci rubano ricchezza e lavoro. Avete ragione voi. I vaccini ci avvelenano (ma non tutti, solo alcuni, però, perdonatemi l’inesattezza, ma non ho capito bene quali…), i francesi sono stronzi ma noi possiamo esserlo di più, i tedeschi si arricchiscono grazie al lavoro dei nostri migranti, Saviano è un camorrista, la Boldrini una poco di buono, Salvini un gran figo molto simpatico, gran comunicatore, e Di Maio un fine economista. Le ong si arricchiscono (anche se non ho ancora capito bene come) raccogliendo ricchi terroristi islamici che fanno finta di non saper nuotare, donne incinte incoscienti che anziché godersi la gravidanza spalmandosi cremine antismagliature, portano loro stesse e i loro bambini sui barconi perché vogliono venire in Italia a spendere 35 euro al giorno nei nostri centri commerciali. Forse qualche disgraziato c’è, ma è disumano permettergli di attraccare in Italia perché verrebbe sfruttano dalle cooperative rosse per cui è meglio che torni il Libia, che sì, forse lì vengono rinchiusi, menati e ammazzati, ma per quello è colpa di Minniti e del suo accordo con la Libia e quindi di Renzi che è la causa di tutti i mali perché Renzi è di destra. Ah, no! Scusate… Renzi è stata la causa di tutti i mali perché è comunista! No, no, giusto, scusate ancora… non è comunista… è democristiano! Che si sa, la democrazia cristiana è il peccato origianale di questa povera Italia.

Comunque, finalmente la sinistra non esiste più, i comunisti non esistono più! Ah no! Pardon… quelli ci sono ancora, eccome se ci sono: sono i buonisti! Ma i comunisti non mangiavano i bambini? Come fanno ad essere buoni? Ah, già giusto, non si chiamano più comunisti, si chiamano “radical chic”! Sono tipo quelli della borghesia milanese cresciuti nel centro di Milano che non sanno come si vive in periferia: hai in mente i ragazzi del liceo classico Manzoni? Quelli del film “gli sdraiati”? Ecco, loro! No, un attimo… forse non sono loro, perché Salvini odia i radical chic ma lui è cresciuto lì, nel centro di Milano, al liceo Manzoni e ne va orgoglioso, come ha scritto qualche giorno fa facendo gli auguri ai maturandi… Boh… forse che siano quelli del Parini?

Ah no, giusto, sono quelli che in casa hanno domestica e autista ma poi mettono la maglietta del Che (che si legge “ce” e assomiglia molto Damian Marley, per cui fate attenzione quando volete insultare un vero comunista a non confonderlo con un tranquillo e pacifista amante della musica reggae e dei bonghi: potreste fare una figura di merda). Insomma! Un po’ di coerenza! Se hai la domestica e l’autista devi indossare solo camice nere! E devi andare in periferia a dire che i poveracci delle case popolari hanno ragione ad incazzarsi perché il vicino di casa cucina speziato, non tiene pulito, perché il campo rom è proprio accanto a loro… va bè, è nella discarica, ma si sa, loro vivono così perché gli piace, lo sanno tutti che in Romania hanno le ville… Poi vai nella semiperiferia e dì loro che fanno bene a incazzarsi perché vicino a loro ci sono le case popolari, dove ci vive un sacco di brutta gente: tutti drogati e spacciatori. Poi vai dagli industriali e dì loro che lo sai che è faticoso pagare la gente che lavora per loro e mantenere lo yacht, il jet privato, l’assicurazione privata, le scuole private, insomma è tutto così caro, per cui penserai tu alle loro tasse: in fondo loro non usufruiscono dell’assistenza sanitaria nazionale e della scuola statale, per cui è giusto che non paghino per un servizio così scadente. Vedrai, finiti i comizi tutti ti applaudiranno e tu te ne potrai tornare in centro nel tuo bel appartamento con il tuo autista. Gli italiani sono  gente semplice, la convinci con poco: con 140 caratteri alla volta, più volte al giorno.

Per cui sto serena. Grazie al cielo nessuno prenderà sul serio questo post: sono 3959 battute, spazi compresi.