Tetris

E rieccoci. Puntuale è tornata. L’ansia. È qui con me e visto che non se ne vuole andare e io di conseguenza non riesco a dormire, ve la descriverò.

L’ansia si posiziona generalmente tra l’ombelico e lo sterno. Sta lì, preme un po’ sullo stomaco, un po’ sull’intestino, un po’ sul cuore e un po’ sui polmoni. È direttamente collegata al cervello che a seconda dei pensieri che fa, invia delle scariche elettriche e lei, l’ansia, come reazione, sobbalza colpendo come una pallina del flipper prima il cuore, poi lo stomaco, poi i polmoni per ricadere infine sull’intestino.

Il risultato è il cuore che va a mille, il respiro che si affanna, lo stomaco si contrae e infine senti una fitta al basso ventre.

Di solito l’ansia arriva quando devo prendere delle decisioni, quando mi sento vittima inerme di un’ingiustizia, quando comincio a fare il punto della situazione del lavoro, quando non sto bene.

I pensieri che possono scatenare tutto questo sono i più disparati: le date di consegna dei lavoro, la scuola dei ragazzi, qualche cosa che si è rotto in casa e che necessita un tecnico, le urla della vicina, qualcosa che ho detto o che ho fatto che sarebbe stato meglio di no, quand’è che ho fatto l’ultima volta gli esami del sangue?

Quando parte l’ansia ormai la riconosco, e mi viene il nervoso perché so che è del tutto inutile di notte, perché tanto non posso farci niente, perché so che domani mattina rivedrò tutto dalla giusta distanza.

E così comincio a cercare di controllare il respiro, penso a cosa succederebbe se dovesse andare tutto nel peggiore dei modi, se le conseguenze sarebbero sopportabili. La risposta è sorprendentemente sempre “sì”. Sopravviverò!

Me lo ripeto come un mantra.

Poi vado a fare la pipì, prendo il telefono e gioco a tetris. Fisso le forme che si incastrano perfettamente e il cervello si spegne. Altro che ansiolitici.

Andrà tutto per il verso giusto è tutto si incastrerà alla perfezione.

Annunci

Lavaggio strade

La via in cui abito è una delle poche rimaste a Milano con il lavaggio stradale settimanale. Questo significa che spesso il giovedì, quando ormai hai lavato i denti e stai già per buttarti nel letto, ti ricordi che bisogna spostare la macchina. Confesso che la stragrande maggioranza delle volte a scendere è il consorte, ma qualche volta ci vado io, anche perché la macchina da spostare è la mia. E così stasera, dopo aver urlato “quando torno vi voglio trovare tutti a letto”, ho messo le scarpe e con uno sforzo sovraumano, ho chiamato l’ascensore e sono scesa. Mentre scendevo ringraziavo il cielo di non avere un cane, così da avere questo supplizio solo una volta alla settimana e non tutte le sante sere.

Poi però, una volta uscita, mi ha accolto una serata che profumava di luna. Sono salita in macchina con il fare da gran donna vissuta, ho ingranato la marcia con la sicurezza di chi basta a se stesso e ho cominciato a girovagare alla ricerca di parcheggio come se guidare fosse la cosa che mi piace di più al mondo. Avrei potuto guidare per ore. Alla fine ho desistito e ho messo la macchina nel posto della disperazione, quello cioè dove la parcheggio quando proprio non so dove ficcarla. È una vietta tranquilla, poco frequentata. Da qualche tempo ci hanno messo delle panchine e stasera c’era un gruppo di persone che chiacchierava.

Ah… non so cosa avrei dato per aver qualcuno anche io con cui chiacchierare: una bottiglia di birra e una panchina su cui sedermi scomposta a ragionare sul senso della vita, a spettegolare, a ridere di scemate nel buio ovattato della notte. Come quando a vent’anni, nell’era pre-cellulare, capitava che dopo cena citofonasse qualche amica che diceva semplicemente “scendi un po’?”

Invece ho chiuso la macchina e con passo stanco sono tornata a casa, ho caricato la lavastoviglie, ho tirato giù le tapparelle, ho urlato “spegnete la luce che è tardi”, ho spento il computer cercando di memorizzare tutto quello che devo fare domani e mi sono infilata nel letto con il cellulare in mano.

Tra le cose da fare domani però ci metto “comprare della birra”. Se dovesse ripresentarsi una serata che profuma di luna, e dovesse citofonare qualcuno che ha voglia di chiacchierare, voglio essere preparata.

Caro Dio

Caro Dio, quando ci incontreremo avrò un po’ di domande da farti. La prima la so già.

Nel Vangelo c’è scritto “chiedete e vi sarà dato” . Si parla di un uomo che sveglia di notte un altro uomo per chiedergli del pane. In principio l’uomo svegliato non vuole aprire la sua casa, ma colui che chiede è così insistente che alla fine ottiene tutto quello per cui era andato. Nel Vangelo c’è scritto che non bisogna temere di chiedere, che alla fine il Padre Buono ci darà tutto quello che chiediamo. Una volta, difronte alla mia domanda “perché allora non succedono i miracoli” mi fu risposto che bisogna fare le domande giuste. Vedi, caro Dio, io questa cosa non l’ho mai capita bene… A Lourdes il prete responsabile del campeggio provò a spiegarmi. Mi disse che il vero miracolo di Lourdes non è la gente che guarisce, ma la gente che dopo essere stata lì riparte con un nuovo rapporto con la malattia. Il miracolo è quindi l’accettazione.

Stasera non c’è una grotta, non ho vent’anni, non c’è un prete e io ancora non capisco.

Stasera ho assistito al concerto più bello, più commuovente, più sconvolgente della mia vita. Ho visto un miracolo con i miei occhi: una ragazzina piena di talento con una forza straordinaria eppure così delicata, cantare di fronte a un sacco di gente. Ho visto la sofferenza trasformarsi, abbandonarsi al pianto e poi trasfigurarsi in un sorriso.

Eppure, stanotte, la domanda “perché?” è qui con me.

Ormoni

Se non mi fossi sposata e se non avessi avuto figli adesso potrei essere due cose: o una stakanovista del lavoro, un po’ stronza e arrivista, oppure una donna sciatta, deformata da cibo spazzatura e ore davanti alla tv.

Non credo che avrei potuto essere una via di mezzo. Sicuramente non una single amante dello sport, della dieta sana, dei locali e di tinder con tanti amici e mille interessi.

O forse sì… mah… chi può dirlo…

Di certo avrei dovuto trovare in me la forza necessaria per alzarmi la mattina, farmi da mangiare, lavarmi, vestirmi… e l’unica cosa che credo avrebbe potuto darmela temo sarebbe stato il senso del dovere, il lavoro, la necessità di uno stipendio.

Invece, mi sono capitati un marito e tre figli, insomma, una famiglia. Che sì, è una figata sotto molto aspetti, e per questo mi sento molto fortunata e privilegiata.

Ma le “me” che avrei potuto essere mi fanno molta tenerezza, perché ci sono e vengono fuori in fasi alterne della mia vita, nei momenti più inaspettati. Ci sono periodi che sono tutta efficientismo, disponibilità e iniziativa e altri che vorrei essere solo un cuscino del divano. Forse dipende da quante bustine di magnesio mi faccio, quanto cioccolato mangio, quanto sole c’è fuori, chi lo sa… Ma questa sensazione, ovvero che sto vivendo solo una delle possibili vite che avrei potuto vivere, certe volte mi destabilizza. Il ché non significa che non mi piaccia la mia vita, è solo la vertigine di comprendere che sei quello che hai voluto o potuto essere ogni volta che la vita ti ha proposto dei bivi, regalato botte di culo o enormi sfighe, fatto fare incontri, posto degli ostacoli o innalzato muri.

E mentre faccio queste riflessioni mi ricordo che devo andare alla asl a registrare l’esenzione per gli esami alla tiroide… perché uno pensa di fare chissà quali grandi riflessioni sul senso della vita, ma poi alla fine è sempre e solo una questioni di ormoni…

Ogni tanto succede

Sto invecchiando. Non è una brutta cosa di per sé, è solo faticoso e doloroso, qualche volta.

Ho capito che niente è per sempre. Ma anche che tutto rimane. Ci entra nelle ossa, diventa parte di noi.

C’è stato un periodo della mia vita durante il quale immaginavo il paradiso come un enorme archivio dove fosse possibile trovare tutte le risposte, dai grandi misteri della storia ai pensieri più profondi delle persone che ci hanno accompagnato in vita, un’enorme possibilità di capire le nostre vite e quelle degli altri, un luogo dove solo la verità avesse spazio.

Poi, pian piano, ho cominciato a pensare che non volevo che il mio archivio fosse scoperto solo dopo l’arrivo delle persone in paradiso.

E così ho imparato a dire quello che penso. Ho provato il sollievo di dare voce ai miei pensieri e mi è piaciuto. Quest’estate mi è stato fatto notare che forse lo faccio anche troppo. Forse è vero. Ma vorrei chiarire che non lo faccio con tutti, lo faccio solo con chi mi interessa veramente, con chi credo valga la pena farlo, perché so che non fraintenderà, che capirà.

Ho cominciato a dire quello che mi passa per il cervello, quello che mi fa soffrire e quello che mi fa stare bene, a chiedere scusa e a dire quando mi sento offesa. Ho cominciato a dire alle persone a cui tengo che gli voglio bene. A stimare profondamente le persone che lo dicono con disinvoltura, perché ho capito quale gioia possa regalare il sentirsi dire che qualcuno ti vuole bene. Non mi riferisco alle persone della propria famiglia, con cui certe cose sono sempre scontate o complicate. Mi riferisco ad amici, o anche solo conoscenti, che però per qualche motivo ti sono state o ti sono vicine. Sono quelle persone che ti toccano il cuore, anche solo per un attimo, perché in quel momento capisci che hanno bisogno del tuo affetto o sono loro che capiscono che tu hai bisogno solo di un gesto di gentilezza.

Vorrei essere capace di vedere sempre le persone accanto a me, vederle veramente per capire quando hanno bisogno di me e quando invece vogliono essere lasciate in pace.

E ogni tanto vorrei che qualcuno vedesse me.

Ogni tanto succede.

Vacanze finite

È stata un’estate strana, faticosa. La testa e il cuore sono rimasti a Milano, sperando in buone notizie che non sono arrivate.

Le notizie lette di fronte al mare riportavano continuamente in Italia.

Viaggiare in Croazia, fare un salto in Bosnia, vedere ancora dopo più di vent’anni i segni di una guerra che ti ha accompagnato nei telegiornali dei tuoi vent’anni, il ponte di Mostar. Ma contemporaneamente leggere del ponte di Genova, della follia di tenere persone segregate su una nave come ostaggi per ottenere qualcosa perché si è incapaci di fare politica, usare e umiliare gli ultimi per farsi forti, facendo solo la figura dei pirla. Sentire espressioni che sembrano citazioni dei film dell’istituto Luce di 80 anni fa e non poter credere che stia veramente accadendo tutto questo.

Lo squallore delle dichiarazioni di una propaganda che non si ferma ma che anzi, riprende vigore difronte a una tragedia immensa, l’incapacità del silenzio e del rispetto, del lavoro serio e intelligente, a Genova come a Catania.

Ci aspetta un autunno difficile, lo sai e ti fa paura. Ti sei scoperta circondata da gente cattiva, che schiuma rabbia e stronzaggine, incapace di pietà ed empatia. Ma allo stesso tempo vedere che c’è anche tanta gente che non ci sta, che a tutto c’è un limite e che il limite lo si sta superando. Perché chi semina vento di solito raccoglie tempesta.

Poi però arrivi a casa dopo 12 ore di macchina, un traghetto, due frontiere, un numero imprecisato di nubifragi, autogrill squallidi, code lunghe per poter fare pipì in cessi puzzolenti, un macdonald affollato… e lui ti guarda e dice “mamma, è stato un viaggio bellissimo”.

E tu quasi ti commuovi.

E sì, è stato un viaggio bellissimo.

Buona notte. Andrà tutto bene.

Questione di look

Siamo in vacanza con altre due famiglie di amici. Ogni famiglia è composta da due adulti e tre figli, quindi siamo in quindici, di cui nove minorenni. Siamo spesso per forza di cose rumorosi e ingombranti e così per ridere ogni tanto, con una battuta alquanto tristanzuola, ci definiamo un “oratorio”. Oggi eravamo in un bellissimo parco naturale croato, c’era tanta gente, e così a un certo punto, mi è scappato un “don, aspetta che arrivi tutto l’oratorio”. Non ho fatto molto caso a chi c’era intorno, se ci fossero italiani, insomma, era una battuta innocua…

Proseguiamo il nostro giro tra cascate e laghetti e arriviamo in un posto dove è possibile fare il bagno. Dal momento che io non so praticamente nuotare, sono pigra e non amo mettermi in costume, rimango in un praticello a fare da guardiana a zainetti e ciabatte mentre tutti si buttano nel fiume a nuotare circondati da varia umanità. Sono lì tranquilla che penso ai fatti miei, quando la mia attenzione viene attirata da un movimento di persone, così mi alzo e vado a vedere che succede: due ragazzi si stavano per tuffare dall’alto delle cascate. Insomma, non erano le cascate vittoria, ma il tuffo ha avuto il suo fascino. Dopo aver assistito al salto, mi giro e torno verso la mia postazione. Ed è li che la vedo. Mi sorride, avrà qualche anno più di me, ed è chiaramente italiana. Pensando che il suo sorriso si riferisca al tuffo, ricambio il sorriso e saluto. Lei attacca bottone: mi chiede di dove siamo e scopriamo di essere entrambe di Milano. Quindi se ne esce con : “che bel gruppo che siete: quando i miei figli erano piccoli anche loro andavano sempre in vacanza con l’oratorio “. Rimango un po’ perplessa, non capisco il nesso, ma spiego che siamo tre famiglie con tre figli ciascuna. La sua espressione muta leggermente e la conversazione finisce lì. Mi risiedo e, con calma, comincio a razionalizzare. Mi guardo. Ora, io già normalmente non è che sia esattamente la Ferragni, ma in vacanza proprio non mi pongo il problema dell’outfit. E così improvvisamente mi rendo conto di avere una gonna sotto il ginocchio azzurrina, dei sandali di cuoio ai piedi e un foulard blu in testa. A dir la verità indosso anche una canottiera di un bel verde, ma a differenza degli altri non mi sono messa in costume e sto guardando il cielo. Ora, io non so se la tipa abbia sentito la battuta dell’oratorio, ma guardando le foto della giornata ora ne ho la certezza: mi ha preso per una suora…

Agosto

È Agosto.

La partenza si avvicina, fa caldo, tu devi assolutamente finire un lavoro prima di partire. E sei stanca. Stanchissima. Il pensiero delle valige, cosa metterci dentro, della casa da chiudere, il frigo da svuotare, le ultime lavatrici da fare e tutto quello che va fatto prima di partire ti rende ancora più stanca e nervosa.

Ma lotti contro te stessa e ti metti al computer, anche se stamattina hai fatto gli esami del sangue, anche se ti hanno detto che la tiroide comincia a fare i capricci, anche se ti hanno spiegato che forse è per quello che sei sempre stanca, anche se il tuo medico, quello simpaticissimo, ti ha detto che non si può dare sempre la colpa alla tiroide, che la stanchezza, le gambe gonfie, la fatica a concentrarsi è tipico dell’età… Insomma, ti ha dato della vecchia con un sottinteso “è agosto e c’ho caldo, fatti ‘sti esami del sangue e ne riparliamo a settembre con il fresco”.

Nonostante tutti questi “anche se”, ti metti seduta e cerchi di concentrarti. E qui arriva il bello della vita del free lance.

– Mamma devo fare la doccia?

– Mamma, in bagno fa caldo, come faccio a fare la doccia?

– Mamma, che pantaloni mi metto?

– Mamma, metto i vestiti di ieri?

– Mamma, metto questi ma voglio portarli via, me li lavi stanotte?

– Mamma, che cosa stai facendo?

– Mamma, te lo trovo io il testo che non trovi.

– Mamma, mi ricordo un bel pezzo ma non lo trovo…

– Mamma, hai provato a cercare in questo libro, e in quello?

– Mamma, mi sono rotto le palle, arrangiati.

– Mamma, ma quando partiamo?

– Mamma, ma dove andiamo?

– Mamma, cosa devo portarmi?

– Mamma, devo fare i compiti?

– Mamma, non ho voglia di fare i compiti.

– Mamma, perché devo fare i compiti?

– Mamma, cosa stai facendo?

– Mamma, mi sono dimenticato di fare colazione.

E pensare che c’è stato un tempo che sognavo il giorno in cui qualcuno mi avrebbe chiamato “mamma”.

Li ho portati dalla nonna.

Le valigie la farò stanotte.

Buone vacanze.

La leggenda narra

La leggenda narra che il 29 luglio 1970 una giovane sposa al nono mese di gravidanza, avesse una visita di controllo presso la clinica Quattro Marie, periferia est di Milano. Le avevano detto che il lieto evento avrebbe dovuto essere il 26, e così, essendo ormai oltre il termine presunto del parto, si accingeva quella mattina a recarsi in clinica per vedere come quella creatura, dal sesso ancora sconosciuto, stava messa. Affidò il suo primogenito, un bel bambino biondo di poco più di un anno, alla nonna, e con il suocero si avviò verso Ponte Lambro. Nel 1970 non era contemplato che il consorte perdesse un giorno di lavoro per accompagnare la moglie in procinto di partorire, ma d’altronde gli uomini non erano ammessi in sala parto e quindi la loro presenza era del tutto inutile.

Dovete sapere che a fine luglio 1970 la costruzione della tangenziale est era nel pieno dei lavori: un’opera immensa, intrisa di fascino che avrebbe rivoluzionato le abitudini e le imprecazioni dei milanesi negli anni a venire. Fatto sta che la tangenziale stava sorgendo proprio accanto alla clinica, e così il suocero, lasciata la nuora dinnanzi all’ingresso, pensó di ingannare l’attesa andando a vedere da vicino il progredire dei lavori. La nuora, del tutto serena dal momento che nessuna avvisaglia le faceva temere un imminente travaglio, salutò il suocero e si recò alla sua visita di controllo. Ma qui avvenne l’inaspettato: il medico o l’ostetrica di turno (questa informazione non è stata ben tramandata) non appena dette un’occhiata decretò che il parto era imminente e che era bene che la giovane sposa rimanesse in clinica. Presa in contropiede, il primo pensiero della giovane gravida fu per il suocero. In un’epoca dove il cellulare era oltre anche le più ardite premonizioni fantascientifiche, decise che l’unico modo per avvisare il suocero fosse quello di andarlo a cercare personalmente. È così fece.

La leggenda narra che per fortuna, uscita dalla clinica e fatti alcuni metri in direzione del cantiere, la giovane sposa, in un momento di lucidità, si fermasse chiedendosi se non fosse un po’ avventato avventurarsi in una calda giornata d’estate, incinta di nove mesi e con un parto imminente, in un cantiere alla ricerca di un anziano. E così, girò i tacchi e tornò lesta da dove era venuta, dove fu accolta da una simpatica e affabile ostetrica.

Fu un travaglio discreto, che negli anni e nel ripetersi nella narrazione della leggenda arrivò ad essere descritto come una piacevole mattinata di chiacchiere, dove praticamente non successe nulla. E così, l’ostetrica, vedendo avvicinarsi sempre più l’ora di pranzo ma soprattutto l’ora di fine turno, ad un certo punto se ne uscì con un “va be’, vediamo di far nascere sto bambino che adesso son curiosa di vederlo.”

E così, non si sa bene come, poco dopo le 13, io venni al mondo. La leggenda non riporta quando e come ritrovarono mio nonno, quando e come fu informato dell’evento mio padre e dove dormì quella notte mio fratello. Poco importa. Sono nata il 29 luglio 1970 poco dopo le 13, a Ponte Lambro, accanto al cantiere dove si stava costruendo la tangenziale est. 48 anni fa.

Vacanza

Le tre iene sono al campo degli scout.

Ormai sono via da quasi una settimana. Agli scout sono vietati i cellulari e la filosofia dei capi è “nessuna nuova, buona nuova”, questo significa che da quando sono partiti l’unica informazione giunta è una mail per dirci che erano arrivati sani e salvi e poi più nulla.

Alcuni genitori soffrono un po’ questo silenzio, invece a me piace un sacco.

Un po’ perché avendolo vissuto io in prima persona, so cosa significa il senso di libertà che si prova a tagliare i ponti con la propria vita per 10 giorni. E poi perché questo rende più bello il giorno del loro rientro. Di solito i grandi non raccontano una mazza e la loro unica preoccupazione è cosa mettersi per la pizzata che di solito segue il rientro, ma mi piace la sensazione che si prova quando ci si rivede dopo tanto tempo, quella loro aria misteriosa con cui mi guardano come per dirmi “tu non puoi capire…”. Il minore invece racconta sempre volentieri, con quella sua ironia che mi fa sempre molto ridere ed è sempre visibilmente e sinceramente felice di rivedermi. Come me di rivedere lui. E fin che dura me la godo tutta.

Quindi io ringrazio gli scout che per 10 giorni disintossicano i grandi dallo smartphone e me dal pensiero di avere sempre sotto controllo tre giovani esseri umani. Stranamente, io notoriamente persona ansiosa, non sono assolutamente in ansia, anzi.

Forse perché non ho quasi mai cenato a casa in questi giorni, ho rivisto amici, fatto aperitivi, passeggiato per il centro, comprato libri alla Feltrinelli, lavorato senza il pensiero di una cena da preparare, qualcuno da recuperare, in pigiama, dimenticandomi orari e appuntamenti, mangiato alle tre davanti a Law and Order insalata e scamorzine?

Sì, lo so, sono una madre di merda. Ma una vacanza ogni tanto ci sta, no?